In un’epoca drammaticamente segnata dal ritorno della guerra come strumento “ordinario” di risoluzione delle controversie geopolitiche, stiamo assistendo ad una progressiva assuefazione del dibattito pubblico alla logica del riarmo. Si diffonde l’idea pericolosa che la sicurezza di una nazione dipenda esclusivamente dall’ampiezza degli arsenali e dalla capacità di dissuasione militare. Eppure, guardando la nostra Costituzione, sappiamo che il realismo della pace conduce verso altre vie: quelle della diplomazia, della difesa civile e non armata della Patria, della cooperazione; al ripudio della guerra e alla costruzione di un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le Nazioni.
A questo disegno costituzionale corrispondono le diverse mobilitazioni che, in questi mesi, hanno tentato di far emergere come la strada dello scontro violento, della proliferazione delle armi e del nucleare non possa essere una via di “vittoria” e neppure di ritorno alla pace.
In questi ultimi mesi, una rete di cittadine, cittadini, associazioni e realtà del Terzo Settore si è mobilitata attorno alla proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento per la Difesa civile, nonviolenta e non armata.
La grande partecipazione e la risposta corale che hanno accompagnato questa campagna non costituiscono un semplice atto testimoniale. Rappresentano un segnale politico, manifestando la maturità di chiedere alle istituzioni di superare il monopolio militare della sicurezza e di concepire la tutela della comunità attraverso strumenti civili, democratici e preventivi. Tale iniziativa, che anche tramite questa newsletter abbiamo supportato, si colloca entro una riflessione più ampia circa la necessità improcrastinabile di creare istituzioni che “organizzino la pace”, come affermava don Oreste Benzi. In questo senso, da tempo l’Istituto Toniolo e l’Azione cattolica sono impegnati nella proposta per l’istituzione di un Ministero della Pace (ministerodellapace.org).
L'obiettivo non è moltiplicare gli enti burocratici, ma compiere una scelta strategica di civiltà. Dotare la Repubblica di un Ministero della Pace significa introdurre un baricentro istituzionale capace di programmare, finanziare e coordinare interventi sistematici, sia sul piano interno sia su quello internazionale.
Nello specifico, un Ministero della Pace opererebbe su diversi assi d’azione integrati:
- Diplomazia preventiva e gestione dei conflitti: coordinando e finanziando i Corpi Civili di Pace, sostenendo la diplomazia dal basso e fornendo mediatori professionisti nelle aree ad alto rischio di tensione geopolitica o sociale.
- Disarmo e riconversione industriale: definendo percorsi di accompagnamento economico e sociale per la riconversione delle industrie belliche verso settori ad alto valore tecnologico e civile, tutelando l’occupazione e l’innovazione sostenibile.
- Educazione, coesione e giustizia riparativa: promuovendo nelle scuole, nelle università e nelle comunità locali la formazione alla gestione nonviolenta dei conflitti, il dialogo interculturale, la prevenzione dei radicalismi e l’uso di pratiche riparative.
- Ricerca e intelligence di pace: sviluppando centri di analisi strategica capaci di individuare con largo anticipo le cause profonde delle crisi (dalla scarsità di risorse idriche ai mutamenti climatici, fino all'esasperazione delle disuguaglianze) per intervenire prima che scattino le spirali di violenza armata.
Tale assetto consentirebbe di connettere in modo virtuoso la dimensione interna della convivenza democratica con la dimensione estera della geopolitica, riconoscendo che la reputazione e l'efficacia della politica estera di un Paese dipendono direttamente dalla solidità della sua tenuta civile ed etica interna. Inoltre, tali competenze dell’auspicato Ministero sarebbero finalizzate a raccogliere e mettere a sistema le già numerose - ma ancora insufficienti - iniziative della Repubblica, intesa sia nella sua dimensione pubblica istituzionale che in quella sociale e civile.
Ridefinire la difesa e attuare pienamente l’articolo 11 della Costituzione
Il punto di partenza di questa proposta di governo risiede nella necessità di liberare la parola “difesa” da un’equivalenza semantica riduttiva. L’articolo 52 della Costituzione stabilisce che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Per troppo tempo questa disposizione è stata interpretata secondo una sola traiettoria, quella militare e armata. Tuttavia, come ci ha insegnato la Corte costituzionale, «è lo stesso concetto di “difesa della Patria” […] ad evidenziare una significativa evoluzione, nel senso dell’apertura a molteplici valori costituzionali». Il «dovere di difesa della Patria non si risolve soltanto in attività finalizzate a contrastare o prevenire un’aggressione esterna, ma può comprendere anche attività di impegno sociale non armato. Accanto alla difesa militare, che è solo una delle forme di difesa della Patria, può dunque ben collocarsi un’altra forma di difesa, che si traduce nella prestazione di servizi rientranti nella solidarietà e nella cooperazione a livello nazionale ed internazionale» (Sentenza n. 119/2015). Inoltre, tale riflessione non può che essere posta anche su un piano di realismo politico: cosa significa davvero “difendere la Patria” oggi? Nell’era nucleare e in un tempo in cui siamo immersi in un ecosistema che ci rende costantemente vulnerabili digitalmente, difendere un Paese significa proteggere il suo tessuto sociale, la tenuta demografica, l'ambiente, le infrastrutture critiche e i diritti fondamentali. La proposta di un Ministero intende dare forma giuridica e organizzativa a questa visione.
Questa impostazione si salda in modo indissolubile con il principio pacifista di cui all’articolo 11 della Costituzione. Dicendo che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, i Costituenti non hanno stilato una semplice dichiarazione di buone intenzioni o un divieto formale. Il “ripudio” costituisce un vero e proprio mandato politico attivo: la Costituzione impone alla Repubblica di predisporre preventivamente le strutture, i canali diplomatici, gli strumenti giuridici e le risorse economiche necessari a evitare l’insorgere dei conflitti armati. Se la Carta vieta la guerra offensiva, la politica ha il dovere costituzionale di organizzare la pace.
La pace come politica pubblica
Troppo spesso il conseguimento della pace è stato immaginato come impegno “di risulta” e indiretto dell’azione delle istituzioni repubblicane oppure come un compito del volontariato spontaneo. Tuttavia, la pace non è la mera assenza di operazioni militari nel proprio territorio nazionale (la “pace negativa”, fragile e fondata sulla paura), ma la presenza costante e strutturata di giustizia sociale, coesione, cooperazione transnazionale e strumenti di gestione nonviolenta dei conflitti. Perché la pace positiva si realizzi, essa deve diventare una politica pubblica coordinata. Così come i diritti alla salute e alla scuola sono sostenuti da ministeri, risorse finanziarie e programmazione, anche la costruzione della pace necessita di un’infrastruttura pubblica permanente.
Tessere la qualità della democrazia
In un’epoca di frammentazione e polarizzazione, “tessere la pace” - come ci proponiamo con questa newsletter - significa anche creare connessioni di senso tra le diverse istanze della società civile, la mobilitazione di cittadinanza attiva e le sedi della decisione politica.
La campagna per il Ministero della Pace non è una mobilitazione estemporanea, ma un progetto di riforma istituzionale e culturale. Rappresenta l’ambizione di restituire alla politica la sua funzione costitutiva più alta: non quella di gestire l’emergenza o subire passivamente le logiche di potenza, ma quella di governare la complessità del presente attraverso la forza del diritto, delle istituzioni democratiche e della ricerca attiva del bene comune.
Sostenere questa proposta significa scommettere su un’Italia capace di essere culla di un dibattito istituzionale avanzato, laboratorio di innovazione democratica e faro di pace nel contesto europeo e internazionale. È un cantiere aperto, che richiede l’impegno vigile, competente e intelligente di tutta la società civile. Per questa ragione, nel pomeriggio del 10 dicembre, a Palazzo Madama, sede del Senato a Roma, ci confronteremo con i responsabili dei partiti politici nazionali per chiedere loro se intendono o meno supportare la nostra proposta.