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La fiducia, prima via della pace

All’Onu il cardinale Parolin rilancia la sfida del multilateralismo: contro la diplomazia della forza servono dialogo, disarmo, diritto e una politica rimessa al servizio della persona
01/10/2026 di Antonio Martino
Vatican Media

C’è una parola che attraversa tutto l’intervento del cardinale Pietro Parolin davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: fiducia. Non come parola gentile della diplomazia, ma come condizione concreta della convivenza internazionale. Senza fiducia, anche le istituzioni più solide si svuotano e il diritto diventa una formula che ciascuno interpreta secondo convenienza.

È il punto di partenza scelto dal Segretario di Stato vaticano. Il tema dell’81ª Assemblea generale - “Ricostruire la fiducia, gestire la trasformazione” - viene assunto dalla Santa Sede come una questione politica e morale. «La fiducia - osserva Parolin - è un processo continuo. Essa si alimenta attraverso il rispetto reciproco e il dialogo». E si costruisce mantenendo gli impegni presi, perché il venir meno al principio pacta sunt servanda alimenta «un circolo vizioso» fatto di isolamento, minacce reciproche e illusione che la forza possa generare sicurezza.

È forse questa la contraddizione più evidente del nostro tempo. Mentre il mondo avrebbe bisogno di strumenti comuni per affrontare problemi che nessuno Stato può risolvere da solo, cresce la tentazione di affidarsi alla potenza, alla deterrenza, al riarmo. La diplomazia rischia così di diventare ancella della forza anziché alternativa alla forza.

Il cardinale lo dice riprendendo una preoccupazione più volte espressa da Leone XIV: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza». Una diagnosi che riguarda non soltanto le guerre in corso, ma il modo stesso con cui la comunità internazionale sta imparando a stare insieme.

Per questo la pace non coincide con la semplice sospensione delle ostilità. Una tregua può fermare le armi, ma non risana le ragioni che le hanno fatte parlare. La pace ha bisogno di giustizia, verità, riconoscimento dell’altro. «La pace è il frutto della giustizia», ricorda Parolin, citando Paolo VI. E richiede di affrontare «la disuguaglianza, l’esclusione, la negazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali». Da qui anche l’insistenza sul disarmo. «Il disarmo non è quindi un ideale facoltativo, ma uno strumento necessario», afferma il Segretario di Stato vaticano. La sicurezza non può essere affidata indefinitamente alla minaccia reciproca. La legittima difesa degli Stati non può trasformarsi in una corsa senza fine agli armamenti. Una sicurezza fondata esclusivamente sulla superiorità militare rischia di produrre proprio quella insicurezza che pretende di combattere.

Il discorso introduce poi una questione destinata a diventare sempre più centrale: l’intelligenza artificiale, soprattutto quando entra nel campo della guerra. Le parole citate dal cardinale sono concrete: «La catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile». Chi progetta, chi autorizza, chi utilizza un sistema d’arma deve poter rispondere delle proprie decisioni. Non esiste una macchina cui trasferire la responsabilità morale di una scelta irreversibile.

La questione supera il tema delle armi autonome. Riguarda il rapporto tra tecnica e libertà, tra efficienza e responsabilità. Per questo Parolin richiama il «primato della persona»: la tecnologia deve restare uno strumento nelle mani dell’uomo. Lo stesso principio ritorna quando il discorso affronta lavoro, dipendenze, migrazioni, libertà religiosa, tutela dei civili. In ambiti diversi emerge una medesima idea: la dignità della persona non è una variabile dipendente dagli interessi economici, dalla posizione geografica o dalla forza politica. È il punto da cui ripensare anche l’ordine internazionale.

E qui il discorso torna alle guerre. Ucraina, Gaza, Libano, Sudan, Congo, Sahel, Mozambico, Venezuela, Haiti e le altre crisi richiamate compongono una geografia drammatica della frammentazione del mondo. Il rischio è che l’elenco delle guerre finisca per diventare quasi normale. Il Segretario di Stato vaticano reagisce a questa assuefazione: «Il passare del tempo non rende una guerra meno intollerabile».

Il punto torna così alla crisi del multilateralismo. Le Nazioni Unite attraversano una fase di difficoltà, ma la risposta non può essere quella di considerare il multilateralismo un relitto del passato. «La crisi del multilateralismo non ne sminuisce l’importanza», sostiene il cardinale. Al contrario, rende ancora più urgente rimetterlo in condizione di funzionare.

Non servono soltanto riforme tecniche. Serve una riforma delle convinzioni alla base della politica internazionale. Serve, come afferma il discorso, «la volontà di difendere la giustizia piuttosto che ricorrere alla violenza; la volontà di sostenere lo Stato di diritto piuttosto che sottomettersi al dominio; la volontà di scegliere la pace anziché la distruzione». È questa la parte più esigente dell’intervento della Santa Sede. Non propone un’ingenuità pacifista né ignora la complessità degli interessi internazionali. Chiede piuttosto di non arrendersi all’idea che la forza sia l’unico linguaggio possibile tra gli Stati.

Il problema, allora, non è soltanto ricostruire le istituzioni. È ricostruire le condizioni perché possano essere credibili. «Un multilateralismo autentico richiede un accordo sul significato delle parole», dice Parolin. E richiede che gli accordi siano rispettati, che i più deboli non vengano abbandonati, che il bene comune prevalga sulla ricerca di vantaggi unilaterali.

Alla fine, il discorso consegna all’Onu una domanda rivolta alla politica internazionale: quale trasformazione vogliamo governare? Quella che rende l’uomo più libero e sicuro oppure quella che lo consegna alle logiche del dominio, della tecnologia senza responsabilità e della guerra come strumento ordinario? La risposta, ricorda il Segretario di Stato vaticano, dipenderà dalle «scelte compiute insieme». È forse questa la scommessa più difficile: disarmare non soltanto le armi, ma anche la logica del dominio. E ricominciare dalla fiducia. Perché senza fiducia il diritto si spegne, la diplomazia si impoverisce e la pace diventa soltanto l’intervallo tra due guerre.


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