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Prendere parte

30/09/2026 di Maurizio Barla

Ci è voluto molto tempo perché un'idea semplice diventasse ovvia: che siano tutti a occuparsi delle questioni che riguardano tutti. Nei secoli quell'idea ha preso forma, quel 'tutti' si è allargato sempre più, quell'impegno è diventato concreto e oggi ha un nome: democrazia. L'abbiamo avuta per così tanto tempo che ci siamo dimenticati della sua importanza e di quanto sia stato difficile conquistarla. Per questo non dobbiamo mai smettere di sottolineare la necessità di partecipare alla vita democratica.

La parola "partecipare" ha origine dal latino pars capere, prendere parte. Parte che quindi non ci viene data, bisogna prendersela: bisogna alzare la mano, dire la propria opinione, desiderare di farsi sentire, non accontentarsi mai. La differenza fra avere un diritto ed esercitarlo è la stessa che c'è fra un muto silenzio e una voce che conta davvero.

L'inganno più brutto, la trappola nascosta nella quale è più facile cadere, è la convinzione che se non prendo la mia parte, quest'ultima semplicemente scompare. Quella parte ci viene rubata. O meglio, siamo noi a regalarla agli altri: le nostre parole non dette, le cose non fatte, il nostro voto non esercitato lasciano spazio alla storia che qualcun altro sta scrivendo al posto nostro. Pensiamo a un consiglio d'istituto in cui nessuno si candida, e le decisioni sulla scuola in cui passiamo le nostre giornate finiscono nelle mani di chi, alla fine, si è fatto avanti tanto per occupare un vuoto. E la nostra storia a essere scritta da altri: sono le nostre città, costruite dalle scelte di pochi, mentre i più restano a guardare. Sono le nostre scuole, con difetti che fingiamo non esistano e di fronte ai quali scegliamo di diventare ciechi.

Ma per fortuna c'è anche l'altro lato di quella stessa medaglia: mentre non partecipare significa perdere, partecipare significa guadagnare. Pensiamo nuovamente ad un'assemblea d'istituto, quando si discute su cosa proporre per il resto dell'anno. Ognuno arriva con la propria idea, spesso diversa da quella degli altri. Eppure è proprio in quel confronto, anche minimo, che si impara qualcosa: ad ascoltare ragioni non nostre, a difendere le nostre convinzioni senza imporsi, a scoprire che una proposta buona può nascere solo dall'incontro e dalla comprensione di più punti di vista. E se anche la nostra idea non venisse scelta, quel tempo speso a discuterne non è stato sprecato: essere parte attiva di una decisione ci ha arricchito di uno sguardo che non avevamo, invece di essere semplici spettatori del risultato.

Uno degli aspetti più belli della democrazia è il suo essere confronto in cui una proposta può prevalere sulle altre, ma dove il risultato non è mai definitivo: ci saranno altre proposte, altre votazioni, altre maggioranze. Questo, però, non basta a renderla perfetta: esistono davvero minoranze che si sentono escluse, persone che non votano più perché hanno smesso di credere che la propria voce conti qualcosa. Ed è proprio qui che si gioca la vera sfida della partecipazione: non lasciare che qualcuno si senta sconfitto ancora prima di cominciare. Perché l'unica vera sconfitta della democrazia è smettere di scegliere, non importa se per stanchezza o per sfiducia.

Ma per imparare questo - ascoltarsi, confrontarsi, sentirsi parte di una decisione - non si può imparare a 18 anni, quando ci si reca alle urne. È a scuola che si comincia, o non si comincia affatto: è lì che si deve imparare ad avere cura di qualcosa che non è solo nostro, ma di tutti.

Forse il modo più semplice per dirlo è ancora quello di don Milani: "I Care" : qualcosa mi riguarda abbastanza da spingermi a prenderne parte, invece di restarne indifferente. Sta a ciascuno di noi scegliere, ogni giorno, se essere eredi distratti di un diritto che altri hanno conquistato per noi, oppure persone che se lo prendono veramente a cuore