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Appunti sparsi su “I convitati di pietra” di Michele Mari

Che sia sotto l’ombrellone o di sera sulla terrazza, su un treno in corsa o in attesa della metro, l’estate trova sempre un momento per una pagina da leggere. Il Chiostro vuole raccogliere appunti sparsi, impressioni sui libri che ci accompagneranno nei mesi più caldi. Una piccola raccolta di articoli di letture, nata senza pretese di completezza, ma con il desiderio di condividere sguardi diversi sulle storie che passano tra le nostre mani. A partire da questo contributo, parleremo dei libri finalisti del Premio Strega: in articoli a più voci vi consegneremo i punti di vista sulla sestina, tra entusiasmi, dubbi e suggestioni. Oggi iniziamo con “I convitati di pietra” di Michele Mari, vincitore del Premio Strega 2026.
06/08/2026 di Maria Chiara Carrozza Giuditta Torrini Marco Pio D'Elia | No comments yet
“Però, era davvero solo una questione di soldi? Si chiese se invece quella macabra competizione non fosse la forma presa dalla loro stessa vitalità, il modo più diretto per sentirsi vivi, e in gioco, sì, In gioco fino all'ultimo istante possibile”.

La trama è ormai nota. Un gruppo di ex compagni di classe decide di incontrarsi a un anno esatto dalla fine dell’esame di maturità. È il 22 luglio del 1975 e in questa data viene concepita un’idea che si rivelerà “fatale”: ogni anno ogni membro della ex 3A si impegna a versare una quota che andrà a formare una piccola fortuna di cui potranno disporre solo gli ultimi tre sopravvissuti della classe. 

Il romanzo è un susseguirsi di cene, funerali, scommesse e complotti. 

Anche tu, lettore, per sapere chi rimarrà in vita, dovrai accettare l’invito e sederti al tavolo dei convitati.

I personaggi del libro si muovono tra passato e presente, nel ricordo dei giovani che erano e nel rifiuto degli adulti che sono diventati.  La partecipazione al gioco evidenzia la necessità di sentirsi parte di un progetto condiviso, che rappresenta, peraltro, l’unico luogo di incontro.  La centralità del gioco pone forse in risalto un aspetto determinante: l’incapacità di crescere. Legare la propria esistenza che progredisce ad un gioco che è, a sua volta, radicato nel passato, quindi nella giovinezza, ci porta a considerare l’evidenza di una profonda nostalgia di ciò che è stato, forse legata a profondi traumi, ma anche a ricordi piacevoli, a condivisi riti di passaggio. 

Man mano che le vicende si sviluppano l’autore presenta i singoli “giocatori” attraverso le azioni che questi ultimi compiono. Il lettore è probabilmente l’unico ad avere un punto di vista privilegiato sulla vita di ciascun personaggio. Nessuno di loro, infatti, sembra mostrarsi nella sua autenticità, o meglio, pensa di non mostrarsi nella sua autenticità di fronte ai propri compagni di classe del liceo, rassegnato ad indossare una maschera ben specifica. 

Il gioco assume i connotati di un vero e proprio personaggio: dà fiducia, sfida, fa paura, è il vero antagonista nella storia, sebbene sia lui a tenere in vita. Sì “in vita”, ma a che prezzo? Può essere considerata “vita” quella vissuta a metà? Può considerarsi vita, un susseguirsi di cene annuali durante le quali fare il conto delle proprie malattie croniche, sperando di essere meno malati degli altri? 

La storia si snoda in una rincorsa al piacere dai connotati leopardiani. Nello Zibaldone, l’autore descrive l’impossibilità da parte dell’essere umano di raggiungere “il piacere”, in quanto destinato a provare “un piacere” effimero, scoprendo ben presto che la gioia del desiderio raggiunto risulta minore rispetto alla gioia provata nell’attesa. Ed è in un eterno “Sabato del villaggio”, in una continua e adrenalinica attesa del baratro che i personaggi assumono il loro ruolo nella vicenda. Anche nei “Convitati di pietra”, nel vivere a pieno il dissidio leopardiano, sembra che il vero piacere, ovvero la sensazione di sentirsi vivi, sia nel gioco e non nel premio.  

A costruire la storia è una sintassi avvolgente che trascina pagina dopo pagina il lettore, in un vortice che sembra non avere conclusione. Una buona dose di ironia, a detta di molti (ma non di tutti), il black humor (riconoscendo quanto l’umorismo sia molto personale e soggettivo) e i giudizi sui personaggi da parte del narratore onnisciente permettono a chi legge di guardare negli occhi dei singoli personaggi e dagli occhi penetrare nelle pieghe più recondite e oscure dell’animo umano. 

Nel corso della narrazione potrà capitarvi di mettervi in discussione. Vi lasciamo alcune domande, che sono quelle che ci siamo posti commentando questo libro e che speriamo vi possano invogliare a leggerlo: Avrei partecipato anch’io al gioco? Che cosa avrei fatto al posto di Brodo? Su chi scommetteresti? Mi andrebbe di organizzare oggi, nel 2026, una cena di classe con i miei ex compagni o sarebbe il mio peggiore incubo? 

Se invece avete già letto “I convitati di pietra”, quali sono le domande che aggiungereste a questa piccola lista? Scriveteci nei commenti che cosa ne pensate.

In conclusione quindi, 

Consigliamo questo libro a: 

  • chi ama gli elenchi;

  • chi apprezza Sergio Leone;

  • chi ama l’agonismo.

Non consigliamo questo libro a: 

  • chi fa uso del dado per il brodo;

  • chi ama la paratassi;

  • chi sogna di dover sostenere ancora l’esame di maturità.


Buona lettura e buon gioco!

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