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Appunti sparsi su “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi

Che sia sotto l’ombrellone o di sera sulla terrazza, su un treno in corsa o in attesa della metro, l’estate trova sempre un momento per una pagina da leggere. Il Chiostro vuole raccogliere appunti sparsi, impressioni sui libri che ci accompagneranno nei mesi più caldi. Una piccola raccolta di articoli di letture, nata senza pretese di completezza, ma con il desiderio di condividere sguardi diversi sulle storie che passano tra le nostre mani. Continuiamo a parlare dei libri finalisti del Premio Strega attraverso articoli a più voci e diversi punti di vista sulla sestina, tra entusiasmi, dubbi e suggestioni. Oggi proseguiamo con “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi.
“Di quanti segmenti e tracciati dobbiamo essere fatti per poter dire di esserci meritati l’esistenza? è necessario che ogni sezione di noi stessi sia ben cucita, o qualche sutura può restare scoperta e consentirci comunque l’onore di essere qui?”

Il libro è il diario intenso e personale dell’autore, un quarantenne con una complessa diagnosi psichiatrica la cui quotidianità è scandita dall’assunzione necessaria e maniacale di farmaci, dal trascorrere di giornate dai ritmi costituiti, perché l’interruzione di questi potrebbe dar vita all’insorgenza di una crisi, dalle ore consumate in palestra alla ricerca della pace mentale che risulta breve, ma salvifica. Una disabilità che si fa ancora più prepotente perché vissuta nella provincia abruzzese, che, come dice lo psichiatra dell’autore, lo porterà prima all’impoverimento culturale ed emotivo e poi alla morte fisica. Perché, a volte, il paese uccide, benché sia la culla della nostra vita. E il paese della piccola provincia uccide soprattutto chi, come l’autore, si è aperto alla grande città e poi, per necessità o scelta (che non si sa mai se sia stata più coraggiosa o vigliacca), è tornato.

Alcide Pierantozzi ci consegna la sua storia, attraverso una rappresentazione scritta, per mezzo di parole scelte, dei propri vissuti. Emerge, sin dalle prime pagine, l’esigenza di comunicare, rappresentare in modo autentico e sincero la propria esistenza. Ed è proprio questa sincerità nelle parole, nelle idee e nel racconto che rende la relazione tra l’autore e il lettore un gioco a carte scoperte. Non ci sono protezioni, non ci sono inganni, non ci sono mezzi adatti per poter “affrontare” la lettura. La verità è visibile e tangibile. Sembra quasi di trovarsi lì, accanto al protagonista, vedere da vicino i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue crisi e i suoi occhi, nei luoghi e nei tempi della narrazione. 

L’autore identifica le diverse fasi di riconoscimento della propria disabilità e della malattia mentale con le fasi della sua vita, in un continuo intersecarsi di visioni e realtà. Con generosità, fiducia e attraverso un percorso senza filtri, l’autore ci porta nella sua quotidianità, sottolineando quanto spesso, ciò che per tutti può sembrare “normale”  o “superfluo” possa rappresentare per una persona con disabilità e con malattia mentale un’ancora di salvezza. Nel corso della narrazione il lettore vive nella mente dell’autore, nelle sue allucinazioni e all’apice delle sue crisi, grazie ad una ricerca accurata sulle parole, che divengono, in questo modo, il mezzo privilegiato per descrivere la realtà e trattenerla, impedendole di degenerare. 

“Ma l’indescrivibilità non esiste, bisogna solo attendere le parole giuste, come i corvi. Le sto già cercando, da dentro la crisi. Da dentro di me”. 

L’impossibilità dell’indescrivibilità rappresenta, forse, uno dei nodi cruciali all’interno della narrazione. Si tratta quasi di un invito a non lasciare “indescritta” la realtà e a darle il giusto peso, il riconoscimento che merita, senza avere la pretesa di comprendere necessariamente quella stessa rappresentazione. La possibilità di descrivere ciò che accade assume allora, per l’autore, una funzione terapeutica. Dare un nome alle cose, intrappolare nei confini della parola i pensieri, le immagini e la realtà significa sottrarli, almeno in parte, al carattere incontrollabile della crisi: è un modo per non rimanere in balia di se stesso, delle proprie allucinazioni e della tempesta di pensieri che lo attraversa. 

A permettergli di compiere questo tentativo di salvezza è soprattutto la poesia. Se, tradizionalmente, essa costituisce uno strumento capace di aprire al significato e, attraverso la costruzione retorica, di oltrepassare la realtà sensibile per accedere a ciò che si cela al di là di essa, nel testo di Pierantozzi la poesia sembra rivelare anche il proprio limite. Essa si serve della parola per dare una forma a ciò che, per sua natura, tende a sottrarsi all’espressione. Il poeta imprigiona nelle parole ciò che altrimenti rischierebbe di rimanere informe e incontrollabile. La poesia diventa così una sorta di linguaggio simbolico, un’icona visibile di quel senso altro e inesprimibile della vita che, pur non potendo essere pienamente tradotto in parole, può almeno essere circoscritto e reso riconoscibile. 

È proprio in questa tensione che la parola poetica sembra trovare, per l’autore, la propria funzione salvifica. In questo contesto, infatti, la narrazione permette al lettore di dare volto alla malattia attraverso la crisi. Il lettore riesce ad accostarsi alla crisi, nel suo senso etimologico e non, la abbraccia  e ci cammina accanto, facendone esperienza e arrivando a conoscerne ogni suo aspetto, tanto che alla fine del romanzo ci si chiede quanto, concretamente, ogni giorno, riusciamo a dare volto e riconoscere le nostre crisi e le crisi di chi ci è accanto. 

Lo stile dello Sbilico, e il conseguente rapporto che Pierantozzi ha con la parola, non può che risentire di tale esercizio curativo sintattico, che risale a un momento ben preciso, datato luglio 1998. Il protagonista gironzolava tra i piloni che reggono il viadotto dell’A14 quando, dall’alto, arrivò lo stridore di una frenata. Un furgone si era schiantato, il portellone spalancatosi, e nel vuoto cominciarono a planare libri arancioni, decine di Dizionari dei sinonimi e dei contrari De Agostini, curati da Decio Cinti. Da quel momento, per l’autore, la parola ha smesso di essere un semplice repertorio per diventare un oggetto quasi medico, una delle tante forme con cui prova a tenere a bada il proprio disagio, accanto alle altre a cui il romanzo dà voce senza pudore. 

Da questo rapporto viscerale con le parole nasce lo stile inconfondibile dello Sbilico. Pierantozzi soppesa ogni termine nel suo doppio spessore, il significato e il suono, con una cura quasi maniacale e il risultato è una ricchezza lessicale che si è fatta sempre più rara con oltre tredicimila parole diverse in un romanzo che non arriva alle settantamila. Ma sarebbe un errore leggere questa sovrabbondanza solamente come esercizio intellettuale. Le parole, qui, hanno una consistenza carnale, vanno udite prima ancora che capite, e attraverso allitterazioni, onomatopee, accensioni cromatiche e metafore che colpiscono a fondo diventano esse stesse materiali. Diventano corpo, lo stesso corpo malato che il libro mette in scena pagina dopo pagina, in una confessione dei sintomi che pare voler esorcizzare, elencandole tutte, ogni possibile forma di sbandamento.

Leggere “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi è un invito ad accogliere un regalo inatteso. L’autore afferma, nelle ultime pagine del libro dedicate alle note e ai ringraziamenti, che il romanzo rappresenta “quasi un diario di bordo della malattia”. Una disabilità che mette in discussione la normale realtà, che dopo la lettura di questo libro diventano due parole inconsistenti. Perché ci vuole un’opera di un "paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido" per sbatterci in faccia che il vissuto che noi "normali" consumiamo con arrogante superiorità forse così normale non è. 


Consigliamo questo libro: 

  • a chi ritiene sia più importante partecipare che vincere;

  • a chi non sopporta la musica ad alto volume in spiaggia e la spiaggia;

  • a chi sta stretto il piccolo paese di provincia;

  • a chi non ama gli eufemismi.

Non consigliamo questo libro: 

  • a chi usa con troppa nonchalance la parola “normalità”;

  • a chi va spesso in palestra per scopi performativi;

  • agli amanti dell’aria condizionata;

  • a chi non possiede un vocabolario dei sinonimi e contrari.


Buona lettura!