C’è una cosa che mi colpisce ogni volta che vivo un camposcuola con i giovani e i giovanissimi: ci sono momenti in cui sembra diventare più facile parlare con Dio. La Parola ascoltata durante la giornata continua a risuonare dentro, il silenzio non mette a disagio, la preghiera diventa qualcosa che si sente il desiderio di vivere, non un impegno da portare a termine. Anche la Messa acquista un sapore particolare, soprattutto quando arriva dopo una giornata intensa, fatta di incontri, giochi, fatiche e condivisione.
Poi, però, si torna a casa. Riprendono gli impegni, la scuola, l’università, il lavoro, le attività parrocchiali. E quella stessa Messa che durante il campo sembrava così bella, qualche volta torna a sembrarci più distante. È una sensazione che conosciamo bene e che merita di essere presa sul serio. Che cosa succede quando finisce un campo? E soprattutto, che cosa resta di quello che abbiamo vissuto davanti al Signore?
Come assistente unitario dell’Azione Cattolica dell’Arcidiocesi di Monreale, in questi ultimi tre anni ho avuto la possibilità di condividere con giovani e giovanissimi diverse esperienze estive e anche un campo invernale. Sono stati giorni di fraternità e di crescita, ma anche occasioni per osservare da vicino il modo in cui i ragazzi si approcciano alla fede. C’è un momento, in particolare, che porto con me e sul quale torno spesso a riflettere: il giorno del deserto.
Quando ci fermiamo davvero.
Chi ha vissuto un campo sa di cosa parlo. Per un giorno si cambia ritmo: meno attività, meno parole, più spazio per sé e per il Signore. C’è la meditazione della Parola, il silenzio personale, l’adorazione eucaristica e la possibilità di accostarsi al sacramento della Riconciliazione. Ai ragazzi viene chiesto di fermarsi, di non avere fretta, di provare ad ascoltare quello che si muove dentro di loro alla luce della Parola di Dio.
In questi momenti mi è capitato spesso di osservare i giovani con una certa sorpresa. Mi colpisce, ogni volta, il numero di quelli che chiedono di confessarsi. Ricordo ancora il primo campo di questo triennio: sono rimasto a confessare fino alle tre di notte! É un ricordo che porto dentro non perché il numero delle confessioni sia, di per sé, una misura della fede, ma perché mi ha fatto toccare con mano qualcosa che a volte rischiamo di dimenticare: i nostri ragazzi hanno domande, ferite, sensi di colpa e desideri di bene che cercano un luogo in cui essere accolti.
Forse non sempre sanno esprimere tutto questo nei nostri incontri. Forse, nella vita di tutti i giorni, non trovano facilmente il tempo o le parole per affrontarlo. Eppure, quando offriamo loro uno spazio autentico, accompagnato con discrezione e senza giudizio, molti scelgono di mettersi in gioco.
È una delle cose più belle che ho imparato! Non dobbiamo avere paura di proporre ai giovani la preghiera, il silenzio, i sacramenti, come se fossero realtà troppo difficili o lontane dal loro mondo. Dobbiamo piuttosto aiutarli a scoprirne il significato, lasciando che possano viverli con i loro tempi e le loro domande.
Il segreto della bellezza che sperimentiamo nei campi, infatti, non è soltanto il luogo, il clima di amicizia o la cura con cui prepariamo le celebrazioni. È anche il fatto che la preghiera si intreccia con la vita. Portiamo davanti al Signore le relazioni nate durante la giornata, le fatiche del gruppo, le domande emerse nelle condivisioni. La Parola parla di ciò che stiamo vivendo; l’Eucaristia ci ricorda che la nostra vita è un dono da accogliere e offrire; la Riconciliazione ci permette di riconoscere le nostre fragilità senza restarne prigionieri.
Non è soltanto una questione di emozioni.
C’è però un rischio: pensare che la liturgia (lex orandi) sia bella soltanto quando ci fa provare qualcosa di intenso. Se una celebrazione ci emoziona, allora funziona; se invece ci sembra ordinaria, facciamo fatica a riconoscerne il valore. Ma la liturgia non dipende dalle sensazioni che proviamo. È anzitutto l’incontro con Cristo, che si rende presente e continua a operare nella vita della Chiesa.
La Sacrosanctum Concilium, al n. 10, definisce la liturgia «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia». È un’affermazione importante, perché ci aiuta a cambiare prospettiva: non celebriamo per creare un momento bello, ma perché da quell’incontro riceviamo la forza per vivere da cristiani.
Al n. 14, lo stesso documento conciliare richiama la necessità di una partecipazione «piena, consapevole e attiva» dei fedeli. Non basta, quindi, essere presenti o avere un ruolo nella celebrazione. Occorre imparare a comprendere i gesti, ascoltare la Parola, riconoscersi parte di una comunità che prega. Nei campi questo può accadere più facilmente, perché condividiamo tempi e relazioni. Ma la Messa non diventa più vera perché siamo in montagna, né perde valore quando torniamo nella nostra parrocchia.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1324, definisce l’Eucaristia «fonte e culmine di tutta la vita cristiana». Tutta la vita, appunto: non soltanto i ritiri, le veglie e i campiscuola, ma anche le domeniche ordinarie, le giornate faticose, gli impegni di studio e le relazioni che a volte ci mettono alla prova.
La fatica di tornare a casa.
È proprio qui che incontriamo la difficoltà più grande. Durante un campo siamo immersi in un’esperienza condivisa. Ci sono tempi dedicati alla preghiera, educatori che ci accompagnano, amici con cui confrontarci. Tornati a casa, tutto questo non scompare, ma cambia forma. La preghiera deve trovare posto tra gli impegni, la domenica può sembrare uguale a tante altre e la comunità parrocchiale non sempre riesce a offrire la stessa intensità di relazioni vissuta durante il campo.
A volte ci aspettiamo che i ragazzi tornino a casa trasformati, più costanti nella preghiera e più partecipi alla vita della comunità. Quando questo non accade, rischiamo di pensare che l’esperienza sia servita a poco. In realtà, la crescita nella fede non procede sempre in modo evidente e immediato. Ciò che è stato seminato può aver bisogno di tempo per mettere radici.
Anche il desiderio di accostarsi alla Confessione che ho visto nei campi deve trovare una continuità nella vita ordinaria. Non possiamo limitarci a offrire ai ragazzi una bella occasione durante l’estate: dobbiamo aiutarli a scoprire che la misericordia di Dio è sempre accessibile e che i sacramenti non sono riservati ai momenti straordinari.
Il ritorno alla parrocchia, allora,
non è semplicemente il momento in cui finisce qualcosa di bello. È il momento
in cui si vede se siamo capaci di accompagnare quell’esperienza e di darle
continuità. Non si tratta di ricreare ogni domenica l’atmosfera del campo, ma
di imparare a riconoscere la presenza del Signore anche quando tutto sembra più
ordinario.
Dalla bellezza alla vita di ogni giorno.
Che cosa possiamo fare, concretamente, come responsabili ed educatori di Azione Cattolica? Prima di tutto, prenderci cura delle celebrazioni. Preparare la liturgia non significa riempirla di attività o cercare sempre qualcosa di nuovo, ma aiutare i ragazzi a comprenderne i gesti, scegliere con attenzione i canti, valorizzare il silenzio e ascoltare davvero la Parola. La partecipazione attiva non coincide con il fare qualcosa a tutti i costi: a volte significa imparare a stare, ascoltare e lasciarsi raggiungere.
Poi, non avere paura delle domande. Perché ci mettiamo in piedi? Che cosa significa ricevere l’Eucaristia? Perché ci confessiamo? Sono domande semplici, ma importanti. Nei gruppi giovani e giovanissimi possiamo trovare il tempo per affrontarle, senza trasformare ogni incontro in una lezione. Conoscere meglio la liturgia, infatti, ci aiuta a viverla con maggiore consapevolezza.
Infine, dobbiamo custodire il legame tra il campo e la comunità parrocchiale. Nelle esperienze diocesane abbiamo la possibilità di incontrarci, conoscerci e condividere momenti significativi. Ma questo cammino non può restare separato dalla vita delle associazioni locali. Una preghiera ripresa durante un incontro, una riflessione condivisa con il gruppo, la scelta di partecipare insieme alla Messa domenicale possono diventare piccoli passi per dare continuità a ciò che si è vissuto. Non servono necessariamente grandi iniziative. Serve soprattutto una comunità capace di accompagnare, di non dare per scontato il cammino dei giovani e di testimoniare che la fede non è un’esperienza da vivere soltanto quando tutto è predisposto per farlo.
La liturgia continua.
Forse il frutto più importante di un camposcuola non è quanto a lungo ricorderemo una veglia o un canto, ma ciò che riusciremo a portare nella vita di tutti i giorni. La capacità di tornare nella nostra parrocchia e riconoscere che il Signore ci aspetta anche lì, in una domenica qualunque, nella comunità che conosciamo bene e che proprio per questo rischiamo di dare per scontata.
Il campo finisce, ma l’incontro con il Signore non si chiude con il ritorno a casa. La liturgia ci educa a riconoscerlo presente anche nella quotidianità (lex vivendi) e ci ricorda che la fede non è fatta soltanto di momenti straordinari. È un cammino che continua, domenica dopo domenica, sacramento dopo sacramento, dentro le relazioni e le scelte di ogni giorno.
Ed è proprio lì che siamo chiamati a vivere ciò che abbiamo celebrato.

