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Per stare bene ci vuole un villaggio

Perché la salute mentale non può essere una responsabilità del singolo
05/11/2026 di Carmen Di Donato | No comments yet

L’interesse verso il tema del benessere psicologico negli ultimi anni è cresciuto, se ne parla molto più frequentemente, molti termini che prima afferivano prevalentemente al linguaggio clinico sono entrati nel lessico quotidiano, ma quanto questo sguardo sul tema ha portato un effettivo cambiamento nell’approccio alle questioni ad esso legate?

Spesso si rischia di ridurre il benessere psicologico e la salute mentale a slogan, un tema da affrontare in occasione di una ricorrenza o quando tragici avvenimenti fanno capolino tra i titoli dei giornali. In quei momenti, l'attenzione si concentra spesso sulla ricerca delle cause: un tentativo comprensibile e legittimo di voler individuare un’origine, ma questo non sempre conduce a una reale comprensione, né significa occuparsene.

I comportamenti che dichiariamo di voler superare sono spesso gli stessi che continuiamo a premiare. Diciamo di valorizzare il benessere, ma ammiriamo chi non si ferma mai. Diciamo di rispettare i tempi individuali, ma giudichiamo chi rimane indietro. Diciamo che bisogna prendersi cura di se stessi, ma chiediamo di essere sempre produttivi e disponibili.

Quando l'invito a prendersi cura di sé diventa un modo per delegare al singolo la responsabilità di adattarsi, si realizza un fallimento dal punto di vista politico, sociale e comunitario.

Siamo abituati a pensare alla sofferenza psichica come a qualcosa che accade dentro l'individuo e che, di conseguenza, l'individuo deve imparare a gestire: lavorando su di sé, trovando le strategie giuste, chiedendo aiuto, possibilmente senza disturbare troppo gli altri.

Ma come possiamo chiedere a un “io” di risolvere da solo una situazione a cui contribuisce sistematicamente un “noi”?

Occorre ricordare che la sofferenza si colloca a metà tra l’individuo e la collettività, e che per quanto il contesto non determini in modo automatico il destino di una persona -  e non tutte le forme di sofferenza possono essere ricondotte a un ambiente sfavorevole -  ambienti ostili, discriminatori, violenti o incapaci di offrire opportunità possono alimentare il disagio, aggravarlo o renderne più difficile il superamento. Al contrario, relazioni significative, condizioni di vita dignitose, possibilità di partecipazione e reti di sostegno possono rappresentare importanti fattori di protezione.

Servono servizi accessibili, continuità assistenziale, risorse adeguate e interventi di prevenzione. Serve anche una cultura capace di riconoscere il valore della cura, del riposo, dei limiti e della possibilità di non farcela sempre, altrimenti rischiamo di chiedere alle persone di stare bene senza modificare nulla di ciò che contribuisce a farle stare male.

Non arrendiamoci a un modo di vivere che chiede alle persone di prosciugarsi. È un bene che l’attenzione sulla questione cresca, ma è necessario che si traduca in una conversione culturale e relazionale, una risposta politica e sociale sistematica, un approccio integrale che riguardi ogni aspetto che plasma gli ambienti di vita. Una vera rivoluzione, inoltre, non può fare a meno di coinvolgere in prima persona chi vive o ha vissuto un disturbo o un disagio psichico, non limitandosi a raccogliere testimonianze, ma includendo realmente queste persone nella progettazione e nella valutazione dei servizi di cura, come invitava a fare il tema della Giornata mondiale della salute mentale 2026, celebrata il 10 ottobre: “Ascoltare le esperienze vissute: voci vere, vero cambiamento”.

Un celebre proverbio africano dice che per crescere un bambino ci vuole un villaggio, penso che quel bambino non smetta mai di aver bisogno di quel villaggio. Per stare bene ci vuole un villaggio.

 

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