Cari educatori, care educatrici, nei vostri gruppi avete parlato di ciò che è accaduto nelle piazze in queste settimane? Avete chiesto ai ragazzi che cosa ne pensano, che cosa provano, se condividono le ragioni della protesta? Che cosa pensano delle forme con cui è stata vissuta?
Sarebbe bello poterci confrontare su come lo avete fatto e soprattutto quali sono le opinioni che i giovani dei vostri gruppi hanno espresso.
Abbiamo ascoltato tante analisi che si sono intrecciate con le cronache; toni diversi, accenti diversi. Difficile nei resoconti talvolta confusi dei giorni delle manifestazioni cogliere la responsabilità di capire; il bisogno di trovare un modo per rispondere ad esse è parso prevalere. I fatti che hanno coinvolto i giovani nelle piazze possono essere letti da prospettive molto diverse: quella dell'ordine pubblico, quella del disagio giovanile, quella della protesta politica, quella del rapporto tra generazioni. Ma: che cosa stanno cercando di dirci questi giovani, anche attraverso forme di protesta violenta che non possiamo condividere?
In queste settimane abbiamo più spesso sentito parlare dei giovani, meno la parola dei giovani.
Voi, nei vostri gruppi, avete invece avuto la possibilità di ascoltare i giovani; forse qualcuno di loro ha partecipato alle manifestazioni, forse qualcuno si è interrogato sul loro significato, forse qualcun altro se ne è proprio disinteressato.
Ci sono alcune 'parole' che mi sembra di riconoscere dietro queste proteste, anche alla luce delle tante conversazioni e interviste con i giovani di questi anni.
- In una società arrogante e violenta ci stanno male. Considerano violenta una società che toglie loro la possibilità di studiare serenamente, di pagarsi l'affitto di una casa dove abitare nel periodo degli studi, che toglie ai loro genitori la serenità di arrivare a fine mese e di non vedere con angoscia l'arrivo di bollette che non sono in grado di pagare… la violenza ha tanti nomi, uno dei quali è l'ingiustizia, anche se denunciarla non giustifica la violenza nelle piazze.
- Vorrebbero essere 'visti'. Fa molto pensare la frase di uno di loro: 'vi accorgete di noi solo quando scendiamo in piazza e facciamo danni'. Vorrebbero una società -la politica, l'economia, il mondo del lavoro, gli adulti…- che li considerasse, che vedesse il loro valore, che investisse su di loro.
- Vorrebbero che fosse loro riconosciuta la possibilità di avere un futuro. Il tema del futuro è al centro delle preoccupazioni dei giovani ascoltati nelle ultime ricerche. Sentono di avere davanti a sé prospettive minacciose: le guerre, i cambiamenti climatici, la violenza che cresce nelle relazioni tra le persone e tra i gruppi sociali …: sono tutte condizioni che non permettono di guardare al futuro con serenità e con quella attrattiva che è naturale nella sensibilità giovanile.
- Soprattutto si sentono soli, disorientati, con
il peso di domande esistenziali che non sanno a chi rivolgere. Quale sarà il
mio futuro? Riuscirò a realizzare il mio progetto di vita? Troverò qualcuno con
cui condividere la mia esistenza? È solo un piccolissimo campionario dei molti
interrogativi che i giovani si pongono e che non sanno a chi rivolgere; vedono
attorno a sé adulti troppo occupati da sé stessi, poco autorevoli, poco
credibili.
Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano
Sono alcune delle 'parole' che i giovani ci stanno dicendo oggi; parole ascoltate in centinaia di interviste ma il cui senso non riesce ad andare al di là di conversazioni private.
Un giovane può sentirsi solo con le proprie domande, con la propria rabbia, con la propria paura del futuro.
Un'esperienza educativa autentica quale quella che l'Azione Cattolica intende offrire può aiutarlo a scoprire che quelle domande non sono soltanto sue, che altri le condividono, che possono diventare occasione di confronto e persino di impegno collettivo. In questa prospettiva, il gruppo associativo è uno spazio nel quale si impara a dare forma e voce alla propria esperienza e a trasformarla in responsabilità. Penso che l'educazione debba accompagnare i giovani a trasformare il disagio in parola, la protesta in proposta, il bisogno di riconoscimento in protagonismo sociale.
L'Azione Cattolica può aiutare i giovani a prendere la parola nella società se, prima di tutto, è capace di ascoltarli e di riconoscerli come protagonisti al proprio interno.
In questa prospettiva, l'associazione ha la possibilità di dare voce a tutti i giovani; può farlo attraverso quelli di AC e di tutti quelli che vorranno unirsi a loro. C'è bisogno di giovani che abbiano la consapevolezza di poter dire il proprio valore e di poter far sentire la loro voce: non solo nelle piazze delle manifestazioni, ma nelle sale di parrocchia e di luoghi di incontro; nelle scuole e nelle università; giovani che si organizzino per dire a tutti: adesso vi parliamo di noi; vi diciamo come stiamo; vi raccontiamo come si vive da giovani che non vedono davanti a sé un futuro possibile e attraente…
Giovani che diventano protagonisti per dire attraverso la forza della parola detta e non solo agita la propria volontà di esserci.
