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Guardare la luna

Le piazze tornano a riempirsi. Che cosa ci stanno dicendo?
21/10/2026 di Teresa Marocchi Carlo Grigioni Riccardo Savarè | No comments yet

Perché ci interroga e perché anche noi diciamo la nostra

Questo fine settimana abbiamo vissuto la Scuola di Bene Comune a Seveso, a pochi chilometri da Milano, dove nelle stesse ore una mobilitazione di nostri coetanei degenerava in scontri. Le immagini le abbiamo viste su tutti i giornali e sui nostri telefoni: vetrine rotte, scene di guerriglia urbana. 

Sembra quasi un paradosso. Mentre poco lontano si consumava una violenza che condanniamo con fermezza, noi parlavamo di giustizia, di tolleranza, di partecipazione democratica come fondamenta del Bene Comune. E leggevamo insieme le parole che l’arcivescovo Mario Delpini, nel Discorso alla Città del 5 dicembre 2025, affida alla voce di un giovane: «Mi faccio avanti io, con i miei vent’anni di speranza e di energia. Mi sento denigrato dalle statistiche e dai giudizi universali che descrivono noi giovani come un problema inquietante, come persone immature da accudire o come una presenza irrilevante. Io mi faccio avanti: ho delle idee e dei sogni per immaginare il futuro nell’inedito e nel sorprendente. [ .] Non sarò disponibile a replicare il passato. Non contate su di me per tenere in piedi ingombranti anacronismi. Ma per uno scopo comprensibile, per un sogno condiviso, per una promessa di pace e di bene per tutti, io mi faccio avanti.» 

Gli avvenimenti di questo weekend ci lasciano scossi. Ci interrogano come studenti, perché chi era in quella piazza ha la nostra età. Ci interrogano come Movimento Studenti di Azione Cattolica (MSAC): a quale testimonianza di scuola e di cittadinanza diamo voce, mentre a pochi chilometri di distanza alcuni nostri coetanei praticano la violenza? E ci interrogano come Azione cattolica, perché crediamo che l’impegno nello spazio pubblico sia uno dei modi in cui la fede ci chiama a prenderci cura della realtà in cui viviamo. Quello che accade nelle piazze ci riguarda. 

Chi protesta e per cosa 

Da settimane dalla Francia arrivano notizie di proteste nei licei. Non c’è voluto molto perché quel sentimento attecchisse anche da noi. Le ragioni sono diverse e non sempre le rivendicazioni coincidono: in Francia gli studenti chiedono una scuola capace di offrire opportunità, e presto si è cominciato a parlare di una convergenza con sindacati e gilet gialli; in Italia le proteste attraversano sia il mondo della scuola sia quello del lavoro. 

Da Nord a Sud, si protesta. A Reggio Emilia i cittadini hanno presidiato per due mesi il Bosco Ospizio. In Puglia autotrasportatori, agricoltori e operai dell’ex Ilva hanno organizzato presìdi ai caselli e lungo le strade. In Sicilia i trattori degli agricoltori sono rimasti in presidio da Gela a Priolo, mentre i camionisti hanno lasciato i mezzi fermi nei piazzali; in Calabria, Campania e Basilicata autotrasportatori e agricoltori si sono riuniti ai caselli e lungo le statali. Il 16 ottobre gli studenti hanno sfilato in tutta Italia, in diversi casi accanto ai lavoratori. 

Sono proteste in gran parte pacifiche, spesso ostinate, quasi sempre invisibili. Sui giornali nazionali ne è arrivata poca traccia, sui nostri social ancora meno, benchè vi circolassero i video dei licei francesi. Fino a questo weekend, quando alcune piazze sono degenerate. Perché la notizia diventa la violenza, non le ragioni: chi protesta in modo pacifico non fa abbastanza rumore per essere raccontato, chi rompe una vetrina finisce in prima pagina. Essere chiari significa non tacere la violenza: le ferite, le intimidazioni e gli incendi non diventano giusti perché una richiesta è giusta, e vanno condannati senza ambiguità. Chi organizza una manifestazione ha la responsabilità di fare in modo che resti pacifica; chi è chiamato a gestire l'ordine pubblico ha quella di farlo senza eccessi che alimentano la spirale. Lasciare spazio alla devastazione, del resto, tradisce per primo proprio chi protesta per una causa giusta. Ma condannare la violenza non può voler dire ricordare soltanto quella, né smettere di chiedersi da dove nasce una protesta. 

Molte di queste mobilitazioni sembrano infatti incontrarsi attorno a una questione più profonda: la crescente difficoltà di trovare le condizioni per vivere dignitosamente e guardare al domani con fiducia. Per comprenderla dobbiamo guardare tanto alle trasformazioni degli ultimi anni quanto alle fragilità che il nostro Paese si porta dietro da decenni. E dobbiamo avere il coraggio di guardare anche a chi, in quelle piazze, ha scelto la violenza. 

Chi rompe le vetrine 

Sarebbe comodo liquidare chi ha lanciato pietre e appiccato incendi come un gruppo di teppisti arrivati da fuori, estranei a tutto il resto. Ma proprio perché condanniamo quella violenza, non possiamo smettere di chiederci chi siano i ragazzi che l'hanno agita. 

Molti di loro hanno la nostra età. Sono spesso i ragazzi a cui questo Paese ha dato meno: figli di periferie, di famiglie in difficoltà, di genitori immigrati, ma anche di famiglie italiane da generazioni. Ragazzi che la scuola non è riuscita a raggiungere, che non hanno trovato nessuno disposto a investire su di loro, che si sono sentiti esclusi prima ancora di cominciare. Un Paese che vede partire i suoi giovani più preparati rischia di non saper offrire nulla nemmeno a chi resta. Sono ragazzi a cui nessuno ha dato gli strumenti culturali per trasformare la rabbia in parola, in proposta, in partecipazione. A chi non è stato insegnato a dare un nome al proprio disagio, resta il linguaggio più povero che esista: quello della distruzione. 

Ed è qui che la scuola chiama in causa tutti noi. Da decenni continua a confrontarsi con gli stessi problemi di fondo, che cambiano forma ma non sostanza: disuguaglianze educative, differenze territoriali, difficoltà nell'accesso alle opportunità e un sistema che fatica a garantire a tutti le condizioni per costruire liberamente il proprio futuro. Quasi sessant'anni dopo don Milani, le domande sono ancora le stesse. La scuola dovrebbe essere il principale motore di emancipazione della nostra società: il luogo in cui le condizioni economiche, sociali e culturali di partenza smettono di determinare il destino di una persona. Troppo spesso, invece, anziché ridurre le distanze le conferma, lasciando che le opportunità di ciascuno continuino a dipendere dalla famiglia in cui nasce, dal territorio in cui cresce e dalle possibilità che trova intorno a sé. E quando la scuola non riesce a dare a tutti gli strumenti per leggere la realtà e prendere parola, qualcuno finirà per prendersela con la realtà nell'unico modo che conosce. Ogni vetrina rotta è anche il segno di un fallimento collettivo: della scuola, delle politiche sociali, delle comunità, comprese le nostre. Un sistema che produce esclusione non può poi stupirsi di raccoglierne i frutti. Per questo non servono scorciatoie: né demonizzare chi viene da un altro Paese o parla con un altro accento, né proposte che vorrebbero far pagare alle famiglie le colpe dei figli. Serve invece la fatica di ricostruire, ragazzo per ragazzo, la fiducia che la parola valga più della pietra. 

Un po’ come hanno fatto alcuni adulti, quelli  che si sono «messi in mezzo». L'immagine degli insegnanti che si tengono per mano e fanno catena tra gli studenti e la polizia. Per uno studente, trovare un adulto disposto a esporsi lascia un segno: qualcuno ha riconosciuto le sue richieste proprio dove rischiavano di essere ridotte a un problema da sgomberare. 

Ma l’impegno di alcuni non ci toglie il dovere di chiederci quali trasformazioni siano necessarie perché le ragioni di quel malessere non continuino a presentarsi, generazione dopo generazione. 

Le radici profonde: una crisi che non nasce oggi 

Una parte delle difficoltà attuali ha certamente origine fuori dai nostri confini. L’invasione russa dell’Ucraina, i conflitti in Medio Oriente e le tensioni sulle rotte commerciali ed energetiche hanno contribuito a far aumentare i prezzi e a rendere le condizioni più difficili per tutti. Anche il diritto internazionale mostra tutta la propria fragilità, troppo spesso violato o incapace di impedire il ricorso alla forza.  

Sarebbe però un errore attribuire tutte le difficoltà italiane a queste crisi internazionali. Le guerre possono spiegare una parte dei rincari, ma non spiegano da sole perché il nostro sistema economico sia così vulnerabile, perché i salari fatichino a crescere, perché tanti territori abbiano infrastrutture insufficienti o perché molti giovani continuino a trovare altrove le opportunità che cercano. 

Queste fragilità hanno radici lontane e chiamano in causa decenni di scelte politiche. Troppo spesso abbiamo preferito interventi di breve periodo a trasformazioni strutturali, risposte emergenziali a una programmazione di lungo termine. Abbiamo tollerato pratiche clientelari, difeso rendite di posizione e faticato a costruire politiche capaci di aumentare la produttività, favorire l'innovazione e ridurre le disuguaglianze territoriali. Non sono responsabilità attribuibili a un solo governo o a una sola parte politica, ma il risultato di problemi che si sono accumulati nel tempo. Il prezzo di queste scelte non è soltanto economico. Promessa dopo promessa disattesa, le istituzioni hanno perso credibilità agli occhi di molti. Chi ha visto salari fermi per decenni, scuole che cadono a pezzi, riforme annunciate e mai realizzate ha tutte le ragioni per sentirsi sfiduciato, persino disgustato. Il patto su cui si regge una comunità civile (impegnati, studia, lavora, rispetta le regole, e avrai la possibilità di costruirti un futuro) per tanti si è incrinato. Molte piazze, prima ancora di chiedere qualcosa, stanno semplicemente constatando questo. 

Questo non significa che gli interventi immediati siano inutili: chi oggi non riesce a sostenere il costo del carburante o a mantenere in attività la propria impresa ha bisogno anche di risposte urgenti. Ma ogni crisi che affrontiamo esclusivamente in un’ottica di breve periodo o elettorale, senza intervenire sulle condizioni che ci rendono vulnerabili, rischia di lasciarci in condizioni peggiori alla successiva. Non riuscire a intervenire sulle cause delle proprie difficoltà finisce per chiedere continuamente ai cittadini più deboli di sopportarne le conseguenze. 

Cosa possiamo fare? 

Se vogliamo affrontare le cause profonde del malessere che attraversa la nostra società, dobbiamo anche interrogarci sulle priorità che ci siamo dati come Paese e sulle risorse che abbiamo scelto di destinare alla costruzione del nostro futuro. 

Nel 2024, l'Italia ha destinato all'istruzione il 4% del proprio PIL, contro una media europea del 4,8%. Anche nella sanità la spesa pubblica è inferiore alla media europea, il 6,6% contro il 7,4%. Lo stesso vale per la ricerca pubblica, ferma allo 0,57% del PIL contro lo 0,72% europeo, e per la cultura e le attività ricreative. 

Non significa che tutte le difficoltà del Paese possano essere risolte semplicemente aumentando la spesa. L'Italia, nel suo complesso, spende già una quota del PIL superiore alla media europea. A questo si aggiunge il peso di un debito pubblico che supera il 137% del PIL, accumulato nel corso di decenni e che, attraverso la spesa per interessi, sottrae risorse ad altre priorità e rischia di limitare ulteriormente le possibilità di scelta delle generazioni future.  

Dobbiamo interrogarci non solo su quanto spendiamo, ma soprattutto su come utilizziamo le risorse e su quale spazio occupino le nuove generazioni nelle priorità del Paese. Una scuola che permetta di superare le disuguaglianze di partenza, un'università accessibile indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia, investimenti nella ricerca e un mercato del lavoro che offra ai giovani opportunità di crescita e indipendenza economica sono condizioni indispensabili per permettere a ciascuno di costruire liberamente il proprio futuro, senza che questo sia già deciso dal luogo in cui nasce o dalle possibilità della propria famiglia. Scegliere queste priorità significa anche avere l'onestà di dire che alcuni cambiamenti avranno un costo, e la responsabilità di distribuirlo con equità, invece di rimandarlo ancora una volta a chi verrà dopo È anche attraverso queste scelte che possiamo lasciare alle prossime generazioni non soltanto il peso delle decisioni di oggi, ma le opportunità e gli strumenti per costruire il proprio domani. 

Quando le proteste finiscono 

Di fronte a una protesta, è facile fermarsi al disturbo che provoca. Più difficile è interrogarsi sulle ragioni che l'hanno generata e, soprattutto, su ciò che accade dopo, quando gli studenti tornano nelle loro classi, i lavoratori negli uffici e le richieste avanzate rischiano di essere dimenticate. Una risposta, un impegno mantenuto, persino un rifiuto motivato possono contribuire a costruire fiducia nella partecipazione. Il silenzio, la mera condanna,  invece, insegnano che prendere parola non serve. Forse, quando ci chiediamo perché tanti si allontanino dalla vita pubblica, dovremmo domandarci che cosa abbiano imparato le volte in cui hanno provato a parteciparvi. 

Come MSAC, crediamo che il nostro contributo non possa esaurirsi in una presa di posizione sulle vicende del momento. Vorremmo andare più a fondo, comprendere le condizioni che generano il malessere, ascoltare anche le ragioni di chi non condivide le nostre idee e trasformare il dissenso in un'occasione di confronto e di proposta. È una responsabilità che comincia nelle scuole, nelle assemblee, nei consigli d'istituto e nelle consulte, dove la rappresentanza dovrebbe permettere agli studenti non soltanto di esprimere un problema, ma di trovare interlocutori, ottenere risposte e verificare che cosa cambia davvero. 

Ma è una domanda che dobbiamo rivolgere anche a noi stessi, come MSAC e come Azione Cattolica. Quanto siamo disposti ad ascoltare una voce giovane quando mette in discussione le nostre convinzioni, quando porta proposte scomode o usa parole che non avremmo scelto? Quanto spazio lasciamo al disaccordo nelle nostre associazioni, anche quando sarebbe più semplice evitare di prendere posizione per non creare divisioni? Non possiamo chiedere ai giovani di partecipare e poi aspettarci che lo facciano soltanto nei modi e nei tempi che abbiamo stabilito per loro. Accogliere il conflitto non significa rinunciare al discernimento, né considerare ogni forma di protesta giustificabile, ma riconoscere che anche da posizioni distanti dalle nostre può nascere qualcosa che merita di essere ascoltato. In fondo, è qui che si misura la credibilità di tutti: la nostra, quella della scuola, quella delle istituzioni. Da anni ai giovani si ripete che sono il futuro. Lo si dice nei convegni, nei discorsi ufficiali, negli incontri nei palazzi. Poi si torna a spendere quel futuro per comprare la quiete del presente. I ragazzi lo vedono benissimo, ed è per questo che smettono di crederci. 

Le piazze di questi giorni non ci chiedono di essere capite a parole. Ci chiedono di decidere: se continuare a trattare il loro malessere come un problema di ordine pubblico, o riconoscerlo per quello che è, il conto di decenni di scelte rimandate. E quel conto, prima o poi, qualcuno dovrà pagarlo. La domanda è solo se lo faremo noi, adesso, o se lo lasceremo ancora una volta a chi viene dopo. 

Possiamo continuare a discutere del dito: della vetrina rotta, del casello bloccato, di chi ha soffiato sul fuoco. È più comodo, e non costa nulla. Oppure possiamo alzare lo sguardo verso la luna che quel dito ci sta indicando.
Noi abbiamo scelto da che parte guardare.
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