Sabato visitavo con la famiglia la Fondazione Prada che ha sede in Galleria a Milano. Al momento di uscire, una responsabile con la radiolina gracchiante ci ha detto che non era possibile lasciare l’edificio perché fuori infuriava una battaglia. In effetti, nell’ambiente immersivo si avvertivano echi di esplosioni e sirene che non erano parte dell’installazione. Dopo un’attesa allarmante, siamo stati accompagnati verso una scala secondaria e poi radunati in un cortile interno con gli altri visitatori del palazzo.
L’enorme addetto alla sicurezza scostava ogni tanto il portone di accesso per controllare la piazza. Si intravedevano ragazzini in tuta nera aggredire e scappare. «Andate, adesso!» ha gridato il bodyguard roteando la mano, e subito il nostro gruppo ha preso a spintonarsi per riguadagnare la libertà dei visitatori a spasso per la capitale economica.
Allontanandomi con passo rapido, fissavo il tumulto con l’occhio clinico dell’educatore, ma non avevo nessun vantaggio sugli altri adulti: quei preadolescenti, insieme impauriti ed esaltati, erano anche per me degli inquietanti sconosciuti mossi da chissà quale rancore ancestrale.
Non erano avanguardie critiche contro il potere del capitale, infatti rubavano scarpe costose dalle vetrine in frantumi. Non erano studenti organizzati per ribaltare le scuole: nessun cartello, nessuna rivendicazione. Non erano quelli dei Fridays for Future, perché nella violenza rapsodica e multidirezionale si leggeva solo il disordine della disperazione.
A casa abbiamo acceso la televisione per avere più notizie: lo speaker elencava i danni ai dehors, i feriti tra le forze dell’ordine e il numero elevatissimo di minorenni fermati. Gli ospiti in studio si accapigliavano per avere attenzione, anche se in fondo l’argomentazione era unica: «Ci vuole il pugno di ferro». E se una parte di me, ancora spaventata, mi ricordava che una certa violenza organizzata è necessaria al mantenimento dell’ordine sociale, l’altro emisfero, più razionale, faceva un collegamento: sta per compiere 150 anni il saggio «Il sistema preventivo» di don Bosco: un’intuizione educativa tanto semplice quanto rivoluzionaria. Per il santo piemontese, l’adulto che ha davvero a cuore i ragazzi deve investire più energie in fiducia e presenza (lavoro da fare prima) che in punizioni (reazioni del dopo). Don Bosco non formulava una supposizione buonista, ma dava conto di 35 anni di lavoro con i ragazzi peggiori, i carcerati e i giovanissimi lavoratori arrabbiati. Insomma, fare i duri a disastro avvenuto è un comportamento comprensibile, ma istintivo e poco funzionale. Creare condizioni di benessere e accoglienza cambia davvero le carte in tavola, rimodulando il futuro, la porzione di tempo su cui abbiamo potere.
Conoscete Happiness? È uno strano oratorio a Varese, riconvertito a luogo di larga accoglienza giovanile: non solo i «nostri», che devono fare il catechismo possibilmente senza rumori, ma tutti quelli che bussano. Ad Happiness, quando si è deciso di spalancare seriamente il portone, si sono presentati tutti insieme una cinquantina di quei ragazzi a cui affibbiamo il nome di «maranza». L’educatore Filippo e le due prof che hanno desiderato per primi questa avventura avevano due possibilità: sprangare l’accesso, o trovare soluzioni impreviste per fare qualcosa insieme. Hanno scelto la seconda e oggi Happiness, dopo cinque anni, è un esempio di integrazione e creatività: merende senza affettato di maiale per i musulmani, sala di registrazione ad uso dei trapper, divani per chiacchierare, calcio, teatro, studio assistito e non solo.
Probabilmente a Varese qualcuno si sarà spaventato quando decine di ragazzi di strada hanno invaso quello che una volta era «il nostro oratorio». Ma cosa accadrebbe se tante altre strutture parrocchiali sfinite dagli abbandoni trovassero energie, creatività (e anche fondi per gli educatori), e si riconvertissero a laboratori per «casi persi»? Questa sì, sarebbe una rivoluzione felice.
(Dopo un’esposizione massiccia ai talk show del preserale, cercate su YouTube il breve documentario «Happiness, l’altra faccia della felicità». Vi cambierà l’umore).