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Due giovani sposi, davvero?

Spunti e testimonianze verso il modulo  del settore Giovani «Così in terra»: una riflessione sulla vocazione al matrimonio, la vita di comunitaria e il valore della condivisione
28/10/2026 di Alice Ravelli

Ruggero mi ha chiesto di sposarlo e io ho risposto con un “sì!” preceduto da lacrime di gioia e paura: gioia perché desidero condividere la mia vita con lui, paura perché non so da dove si cominci a condividere una vita uniti nel legame del matrimonio.

Il mondo oggi regala scarsi esempi concreti di vita matrimoniale, ancora meno di unioni con rito religioso. Per me, figlia di un matrimonio con una storia complicata, nemmeno la famiglia può essere il luogo dove trovare ispirazioni da sogno. Eppure eccomi qua con un tradizionalissimo anello al dito e il desiderio di sposarmi.

Io e Ruggero ci sposeremo nella chiesa parrocchiale che ci ha visti crescere, dove entrambi abbiamo ricevuto tutti i sacramenti e all’interno della comunità che ci ha da sempre accompagnati nella fede. Per le persone cristiane, i sacramenti sono i passi che scandiscono la vita di fede, che si vivano consapevolmente o no, come nel caso del battesimo per molti e molte.

Come accennavo, non sono figlia di un matrimonio da favola, ammesso che ne esistano. Sono figlia di due persone che hanno messo in pausa il loro matrimonio, si sono separate e poi ri-scelte.

Che valore ha dunque il matrimonio? Quale valore ha un matrimonio “in due parti”, come quello dei miei genitori? E quelli che finiscono? Quelli religiosi e quelli no? Quelli che non si concretizzano mai e rimangono eterne convivenze? Non ho risposte, se non il significato che abbiamo dato, io e Ruggero, alla nostra promessa.

Nella mia storia l’Azione Cattolica è stata un pozzo di testimoni, che attraverso la loro vita e il loro esempio mi hanno ispirata, anche nel costruirmi un immaginario di matrimonio.
Due persone si sposano con rito cattolico perché desiderano condividere una scelta di fede, ma anche la stessa scelta di vita all’interno della Chiesa. A noi giovani spesso dicono che è questo il periodo in cui cercare la nostra vocazione, come se dovessimo andare da soli alla ricerca delle sette sfere del drago, per poi esprimere il desiderio finale. La mia storia ha un risvolto comunitario e, per questo, credo che rispondere a una vocazione sia dare un senso alla propria vita all’interno della Chiesa e del mondo. Due sposi decidono dunque di rispondere alla propria vocazione insieme.

Ho la certezza che il matrimonio non riguardi solo la coppia, ma che in qualche modo coinvolga anche la comunità. Si festeggia insieme, è vero, ma all’interno della comunità ci si prende soprattutto cura gli uni delle altre, garantendo sostegno, amicizia e dialogo per i tempi a venire.

Il matrimonio è un sacramento e in quanto tale è il riconoscimento della grazia di Dio. La bellezza di celebrare un matrimonio e di tutti i sacramenti sta proprio nell’assistere alla trasformazione della vita quotidiana di ciascuno per diventare ciò che si riceve da Gesù Cristo, cioè pane spezzato per gli altri.

A tal proposito, a fine estate ho partecipato a un ritiro silenzioso, una giornata dedicata interamente a pratiche di yoga e mindfulness. Ne avevo bisogno. Avevo il disperato bisogno di stare in silenzio per ascoltarmi, per rispondere alle domande a cui evitavo di dare una risposta: “rinnoverai la tua disponibilità in AC per il prossimo triennio?”, “ti impegnerai in parrocchia il prossimo anno?”, “voglio davvero fare l’insegnante per tutta la mia vita?”, “io e Ruggero stiamo ancora bene insieme?”.

Avevo trascorso i mesi precedenti ingabbiata nella rete di impegni lavorativi, universitari e associativi, coltivando dentro di me domande importanti, ma non trovando mai il coraggio di condividere le mie paure con nessuno. Non avevo la minima idea che di lì a un mese sarei stata fidanzata.

Uno degli esercizi proposti al ritiro domandava: “qual è il Valore più importante per te?”. Senza titubanze, risposi “la Condivisione”. Buffo, proprio ciò che avevo schivato negli ultimi tempi.
Il ritiro fu l’occasione propizia per reclamare me stessa dall’isolamento dove mi ero rinchiusa e scoprire la bellezza di affidarmi agli altri. Sono seguiti alcuni colloqui spirituali e una rinnovata speranza verso il mio futuro, verso una vita condivisa con gli altri e con Ruggero soprattutto.

Infine, ho ancora un ultimo grosso debito nei confronti dell’AC: l’associazione mi ha insegnato che vita di fede e vita sociale sono una lo specchio dell’altra, devono parlarsi e interrogarsi. In quanto giovane, voglio rivendicare con gioia e coraggio la scelta di sposarmi, anche se sono ben cosciente che agli occhi del mondo risulti anacronistica.