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Realizzate le fondamenta, ora si costruisce

Cinque anni dopo l’apertura del Sinodo, la sinodalità non è più un tema per addetti ai lavori: sta diventando uno stile che si fonde nella vita ordinaria delle comunità. In questo primo di tre articoli si proporrà un primo bilancio di un cantiere ancora aperto, mentre le diocesi si preparano a «fare memoria». Il secondo racconterà come il Cammino sinodale delle Chiese in Italia si innesta nel percorso della Chiesa universale, mentre nel terzo che cosa può portarvi l’Azione cattolica
27/10/2026 di Thierry Bonaventura | No comments yet
VaticanMedia

Venerdì 26 giugno 2026, Aula Paolo VI. I cardinali arrivati a Roma per il Concistoro straordinario non siedono in fila ad ascoltare relazioni: lavorano in gruppi, poi riportano in plenaria. Leone XIV sa che non è l’abitudine e lo dice: «So bene che, per molti di noi, non è il modo abituale di svolgere un Concistoro». Poi aggiunge una frase che vale per tutta la Chiesa: «Anche noi impariamo la sinodalità praticandola». Il giorno dopo, l’ultima sessione è dedicata al cammino di attuazione del Sinodo.

Da tema per pochi a stile di tutti

Se il metodo sperimentato nelle parrocchie e nelle assemblee diocesane durante il processo sinodale è arrivato fino al collegio dei cardinali, il cantiere aperto da Papa Francesco il 9 e 10 ottobre 2021 ha oggi fondamenta ben radicate. Cinque anni dopo, ciò che dapprima poteva sembra un tema per gli addetti ai lavori, è diventato una realtà nella vita della Chiesa. Nel 2021 non tutti avevano accolto l’invito con lo stesso entusiasmo. Per qualcuno era una questione per teologi, un evento straordinario destinato a passare, e non si preoccupò di avviare il processo nella propria realtà. Il passaggio di pontificato ha chiuso quella stagione. Leone XIV, che al Sinodo aveva partecipato come prefetto del Dicastero per i vescovi, sin dall’inizio del suo pontificato ne ha confermato la scelta e il percorso, e ne ha chiarito la natura: non un’opzione tra le altre, ma una conversione di cui la Chiesa ha bisogno per rispondere meglio alla sua missione, annunciare il Vangelo. «La sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale», ha detto chiudendo il Concistoro il 27 giugno.

Lo vediamo da quanto arriva alla Segreteria generale del Sinodo. Diocesi che nel 2021 erano rimaste ai margini della consultazione stanno vivendo ora con grande entusiasmo, nella fase attuativa, la loro prima esperienza di ascolto e discernimento in stile sinodale. E dove il processo era partito per tempo, la sinodalità sta uscendo dalla cornice dell’evento per fondersi nella prassi pastorale ordinaria: consigli che lavorano con la conversazione nello Spirito, équipe sinodali che accompagnano la vita della diocesi, nuove prassi atte a rispondere a una maggior trasparenza, al rendiconto e, in generale, a un più ampio coinvolgimento del popolo di Dio nel governo della Chiesa. E pure il clima è cambiato: intorno all’ascolto e al coinvolgimento del popolo di Dio la polarizzazione si è attenuata, perché la radice è stata ritrovata là dove sta, nel Battesimo, e non in una teoria ecclesiologica. Ha aiutato molto la scelta di Leone XIV di dedicare, dal febbraio 2026, le catechesi del mercoledì ai documenti del Concilio Vaticano II. Il Documento finale definisce il Sinodo «un atto di ulteriore recezione del Concilio»: spiegare il Concilio al popolo significa spiegare da dove viene la sinodalità.

Cinque anni in quattro passaggi

Per chi ha perso qualche tappa, ecco il percorso in breve. Il Sinodo «Per una Chiesa sinodale. Comunione, partecipazione, missione» è stato il primo a interpellare l’intero Popolo di Dio prima dei vescovi: una consultazione nelle diocesi di tutto il mondo e poi in sette assemblee continentali (2021-2023); due sessioni dell’Assemblea generale a Roma (ottobre 2023 e ottobre 2024), con laici e laiche membri a pieno titolo e con diritto di voto per la prima volta nella storia del Sinodo dei vescovi; un Documento finale approvato il 26 ottobre 2024, che Francesco ha consegnato alla Chiesa come parte del magistero ordinario rinunciando a scrivere un’esortazione propria.

Le questioni che l’aula non poteva esaurire - i ministeri e il ruolo delle donne, la formazione dei preti, la missione nell’ambiente digitale, la scelta dei vescovi, il discernimento su temi controversi, il rapporto tra vescovi, religiosi e aggregazioni laicali - sono state affidate nel 2024 a dieci gruppi di studio, diventati dodici con Leone XIV (uno sulla liturgia e un altro sulle Conferenze episcopali), affiancati da una due Commissioni canonistiche (una per il rito latino, l’altra per quello delle Chiese orientali cattoliche). I rapporti finali sono pubblicati via via su synod.va per volontà del Papa, in nome di quella trasparenza che il Documento finale chiede a tutta la Chiesa: a oggi sono online quelli di sette gruppi e di due commissioni.

Poi la fase attuativa, aperta da Francesco con la Nota che accompagnava il Documento finale e confermata da Leone XIV. La Segreteria generale del Sinodo l’ha scandita con tre testi: le Tracce (giugno 2025), Verso le Assemblee 2027-2028 (maggio 2026), le Note Fare memoria (luglio 2026). L’orizzonte è l’Assemblea ecclesiale dell’ottobre 2028 in Vaticano. Ma la fase attuativa, avvertono le Tracce, non è «un compito aggiuntivo»: è un modo di rinnovare dall’interno la vita ordinaria delle comunità.




Che cosa sta cambiando, e che cosa manca

Un bilancio onesto tiene insieme i frutti e le fatiche. Da dove osservo, cinque cose.

La prima: per molti fedeli «sinodalità» resta ancora una parola oscura, da addetti ai lavori. È un limite reale, e non si supera con le definizioni. La sinodalità si comprende praticandola, come il Papa ha ricordato ai cardinali. Chi ha vissuto un’esperienza di ascolto profondo, di discernimento comunitario con o senza la conversazione nello Spirito in parrocchia, percependo che la sua voce, la sua persona conta e che può contribuire all’edificazione del Regno non ha più bisogno che gliela spieghino; chi non l’ha vissuta difficilmente la capirà leggendo un documento.

La seconda: la conversazione nello Spirito, pur con i suoi limiti, sta cambiando il modo di incontrarsi a tutti i livelli della vita ecclesiale, dal Concistoro ai consigli pastorali parrocchiali, dai gruppi di studio agli incontri delle Conferenze episcopali. Alcuni giri di parola, in clima di preghiera: ciascuno si esprime, poi impara a fare spazio all’altro, ascoltando prima e esprimendo ciò che dell’altro ha risuonato nel proprio cuore, infine tentando insieme di cogliere ciò che lo Spirito indica. Le Tracce ricordano che non è l’unico metodo sinodale e non va confusa con il discernimento, di cui è strumento e preparazione. Ma qui sta l’elemento profetico del processo: un modo di dialogare in cui non vince chi alza la voce. In società dove il confronto è diventato scontro, la Chiesa ha qualcosa da offrire. A condizione di viverlo davvero.

La terza: senza formazione non si cambiano le strutture. Lo stile sinodale chiede una disposizione interiore ad accogliere l’altro: è la conversione delle relazioni che il Documento finale mette per prima (n. 11). Ma la disposizione non basta. Per avviare processi, riformare le strutture e rinnovare i legami tra le Chiese serve una formazione specifica, alla quale il Documento finale dedica un intero capitolo (nn. 143-151). È la richiesta che più spesso arriva alla Segreteria generale dalle équipe sinodali e dai vescovi in visita ad Limina.

La quarta: accanto alla formazione cresce la domanda di una spiritualità sinodale, con strumenti adeguati. Il Documento finale ne pone le basi (nn. 43-46), le équipe la chiedono, le scuole di sinodalità nate in questi anni cominciano a offrirla. È uno dei cantieri più aperti.

La quinta: la fase attuativa sta introducendo una pratica poco familiare nella Chiesa, la valutazione. Non il rendiconto di un’azienda, ma una rilettura sapienziale dell’esperienza, parte del discernimento su ciò che lo Spirito chiede. Non serve a separare le buone pratiche dai fallimenti; serve ad andare avanti. L’incontro del 7-14 ottobre sui dieci anni di Amoris laetitia ne è l’esempio più recente: Leone XIV ha riunito i presidenti delle Conferenze episcopali e i capi delle Chiese orientali, con alcune famiglie, per rileggere insieme ciò che le Chiese hanno fatto a partire dall’esortazione. Non un nuovo documento in uscita, ma una relazione di sintesi consegnata al Papa. Dice qualcosa sulla natura dei documenti: non sono mai il fine, sono uno strumento; non chiudono una riflessione, la aprono alla creatività dello Spirito.

E la rilettura va insieme alla narrazione. È così fin dalle origini: i Settantadue tornano dalla missione «pieni di gioia» e raccontano (Lc 10,17); Paolo arriva a Gerusalemme e «si mise a raccontare nei particolari quello che Dio aveva fatto» (At 21,19); i due di Emmaus riconoscono il Signore dopo aver rimesso in fila, camminando, ciò che era accaduto (Lc 24). Valutare, nella Chiesa, è raccontare per riconoscere.

Dove siamo: il tempo della memoria

È esattamente ciò che le diocesi di tutto il mondo faranno nel primo semestre 2027. La tappa si chiama «fare memoria». Ogni Chiesa locale, con la sua équipe sinodale e sotto la responsabilità del vescovo, raccoglie ciò che è accaduto dopo il Sinodo e lo rilegge in un resoconto narrativo di sei-otto pagine; lo porta in un’assemblea di valutazione; ne trae una breve lettera alle altre Chiese, sul modello delle lettere di comunione della Chiesa antica, da inviare alla Segreteria generale entro il 30 giugno 2027. Una domanda guida tutto il percorso, a ogni livello: «Quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella vostra comunità?». Fino a dicembre 2026 è il tempo dei percorsi locali di attuazione; da gennaio sarà quello della memoria.

Seguiranno tre tappe, ciascuna con un verbo: interpretare, con le assemblee nazionali del secondo semestre 2027; orientare, con le assemblee continentali del primo quadrimestre 2028; celebrare, con l’Assemblea ecclesiale in Vaticano nell’ottobre 2028, insieme al Papa. Non un traguardo, dicono i documenti, ma un momento di sintesi e di rilancio. La prima tappa, però, è quella che conta adesso, e riguarda ogni comunità e ogni associazione. Come vi si inseriscono le Chiese in Italia, che arrivano all’appuntamento con un cammino proprio alle spalle, e che cosa può portarvi l’Azione cattolica, sarà il tema dei prossimi due articoli.

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