 8 giugno 2026 Ciao, ben ritrovato su “Tessere”, la newsletter del Chiostro curata dall’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”! Con questo secondo numero proseguiamo il cammino iniziato insieme l’8 maggio scorso, a un anno dall’elezione di Papa Leone XIV, quando abbiamo riflettuto sulla costruzione della pace come opera paziente di tessitura. Oggi è l’8 giugno, proprio la giornata in cui il Fiac (il Forum internazionale Azione cattolica) ci invita a sostare in preghiera per “Un minuto per la pace”, in memoria dell’incontro di preghiera nei Giardini vaticani nel 2014, ribadendo quanto la pace sia “una urgenza, un diritto, una necessità”. Ricordi? Ieri sera, domenica 7 giugno, siamo tornati nei Giardini Vaticani, proprio di fronte a quell'ulivo, per pregare per la Pace al termine del convegno Pax et bonum. 📷 Credits: Fototeca Azione cattolica italiana
E allora “Tessere” ti propone di sostare e di aggiungere un nuovo filo a questa trama comune: la fraternità. In questo tempo di conflitti, la fraternità potrebbe apparire come una parola fragile e confinata al vocabolario delle aspirazioni morali. Eppure, proprio le grandi sfide del nostro tempo ci mostrano quanto sia un paradigma necessario per custodire ogni persona, una lente preziosa per leggere le norme e interpretare i diritti fondamentali. Il numero di oggi è proprio dedicato alla fraternità come criterio interpretativo della tutela della dignità umana capace di illuminare il diritto internazionale contemporaneo. Ad accompagnarci in questo approfondimento è Isabel Trujillo, Professoressa ordinaria di Filosofia del diritto all’Università di Palermo, componente del Consiglio scientifico dell’Istituto Toniolo, con il suo contributo presentato in occasione del Convegno internazionale «Pax et bonum. Nel segno di San Francesco. Diritto internazionale e fraternità» ieri, domenica 7 giugno, a Roma. Buona lettura!
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La fraternità come criterio interpretativo nella tutela della dignità della persona nel diritto internazionale contemporaneo
di Isabel Trujillo I. Un paradosso giuridicoIl diritto internazionale è, storicamente, per lo meno da quattrocento anni, un diritto tra Stati. La sua logica è quella della sovranità, della reciprocità tra pari, del confine come criterio di competenza. Eppure, nel corso degli ultimi ottant'anni, questo stesso diritto ha progressivamente sviluppato un corpo di norme il cui soggetto non è più lo Stato, ma la persona. E il fondamento di quella protezione non è la cittadinanza, non è l'appartenenza politica, non è il contratto sociale. È qualcosa di più elementare e di più radicale: il fatto di essere umani.Come è potuto accadere? Come si è prodotta questa trasformazione — che la dottrina chiama «umanizzazione del diritto internazionale»[1] — all'interno di un sistema costruito intorno agli interessi degli Stati?La mia tesi è che questa trasformazione non si spiega solo con l'evoluzione tecnica delle norme. Richiede una categoria interpretativa diversa. E quella categoria potrebbe essere, precisamente, la fraternità. Non come valore retorico, non come sentimento — ma come criterio giuridico operativo, capace di orientare la lettura delle norme esistenti e di guidare la direzione del loro sviluppo.
II. La persona al centro: come e perchéIl punto di svolta è noto: la Seconda guerra mondiale. Le atrocità del nazismo e dei totalitarismi del Novecento hanno reso impossibile continuare a trattare la protezione degli individui come una questione puramente interna agli Stati. La Carta delle Nazioni Unite del 1945 e la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 segnano il momento in cui la comunità internazionale riconosce che gli esseri umani hanno diritti indipendentemente dalla loro cittadinanza — e che la comunità internazionale nel suo insieme ha una responsabilità verso di loro[2].Questo spostamento produce un grande filone normativo – il diritto internazionale dei diritti umani – e si intreccia fortemente con quello del diritto internazionale umanitario. Sebbene talvolta si sostenga che il primo si occupi di proteggere le persone in tempo di pace; il secondo, di limitare la violenza in tempo di guerra, entrambi condividono un presupposto comune: che la vulnerabilità umana crea obblighi, indipendentemente da chi sia il vulnerabile e da chi sia chiamato a proteggerlo.È qui che la fraternità entra in gioco come criterio interpretativo. Perché per comprendere questo sistema normativo nella sua logica profonda non bastano norme sostenute da minaccia di sanzione: bisogna orientarsi da una prospettiva che riconosca l'altro come qualcuno verso cui si ha una responsabilità — non per contratto, non per interesse, ma per una comune appartenenza alla condizione umana.
III. Quattro funzioni della fraternità nel diritto internazionaleVorrei ora identificare quattro contesti concreti in cui la fraternità — declinata nel diritto internazionale attraverso il concetto di umanità — svolge una funzione giuridicamente rilevante.
Primo: l'umanità come titolo universale dei diritti.I diritti umani non si fondano sulla cittadinanza, ma sull'appartenenza alla specie umana. Questa è una affermazione talmente familiare che rischiamo di non cogliere la sua portata rivoluzionaria. Significa che nessuno Stato può legittimamente trattare i propri cittadini come se fossero suoi sudditi senza diritti. Significa che l'apolide, il rifugiato, il migrante irregolare conservano una sfera di protezione che il diritto non può sopprimere. Il titolo per questi diritti non è un documento, non è una bandiera: è l'essere umano in quanto tale. E questo è già, nella sua struttura più profonda, un riconoscimento fraterno: l'altro mi è uguale non perché condivide la mia nazionalità, ma perché condivide la mia umanità.
Secondo: l'umanità come caratteristica di chi ha il dovere di proteggere.Questo è il punto che più mi interessa sottolineare, perché è il meno ovvio. I diritti umani non sono solo pretese individuali: sono relazioni giuridiche di interdipendenza. Quando un diritto viene violato, non vi è solo una vittima — vi è un soggetto che avrebbe dovuto proteggere e non lo ha fatto. E quella responsabilità di protezione non ricade solo sullo Stato di appartenenza: ricade sulla comunità internazionale nel suo insieme, sulle organizzazioni non governative, sulla società civile. La fraternità, qui, non è un sentimento. È una struttura di responsabilità condivisa. I diritti si devono per giustizia; ma si proteggono per umanità — cioè per una disposizione attiva ad assumere la cura dell'altro che trascende i confini dell'obbligo strettamente giuridico.
Terzo: l'umanità come criterio di trattamento anche del nemico.Nella giustizia penale internazionale, le violazioni più gravi dei diritti umani sono qualificate come crimini contro l'umanità. Non solo contro le singole vittime: contro l'umanità come tale[3]. Questa qualificazione ha una conseguenza apparentemente paradossale: anche chi è riconosciuto come «nemico dell'umanità» deve essere sottoposto a giudizio con tutte le garanzie processuali, non eliminato o escluso dall'ordinamento giuridico. La fraternità, quindi, non è selettiva. Non si applica solo agli innocenti, agli amici, ai meritevoli. Si applica anche a chi ha violato i diritti fondamentali. Questo è forse il test più severo della sua coerenza come principio giuridico: la protezione della dignità non dipende dal comportamento del suo titolare. Risuona qui il comando biblico “Nessuno tocchi Caino”, non a caso scelto come nome della nota ONG italiana.
Quarto: l'umanità come limite alla violenza nei conflitti armati.Il diritto internazionale umanitario è forse il luogo in cui la tensione tra guerra e fraternità si mostra nella sua forma più acuta — e più rivelatrice. Questo diritto non nasce dall’amicizia tra i popoli: nasce dalla necessità di limitare la violenza anche nell’interesse del nemico potenziale di domani. La sua origine è più realistica che fraterna. Eppure, al suo interno, contiene qualcosa di più.Nelle Convenzioni di Ginevra e nei loro Protocolli addizionali è codificata la cosiddetta clausola di Martens — dal nome del giurista russo che la propose alla Conferenza dell’Aja del 1899[4]. Essa stabilisce che, nei casi non previsti dalle norme scritte, le persone restano comunque sotto la protezione dei principi del diritto internazionale derivanti dagli usi consolidati, dai principi di umanità e dai dettami della coscienza pubblica. In altre parole: se le norme tacciono, parla l’umanità. Il principio di umanità non è una norma tra le altre nel diritto dei conflitti armati: è la clausola residuale che copre i vuoti, quella che opera quando tutto il resto manca.È qui che risiede l’aggancio fraterno più profondo: non nell’elenco delle categorie protette — i civili, i feriti, i prigionieri — ma nel riconoscimento che esiste sempre un residuo di umanità che il diritto scritto non riesce a catturare interamente, e che quel residuo deve comunque essere protetto. Un diritto che, anche in guerra, si rifiuta di trattare l’altro come puro nemico da annientare, e conserva il riconoscimento della sua umanità come limite invalicabile: questo è, nella sua forma più elementare e più esigente, un atto di fraternità giuridica.
IV. Conclusione: la fraternità come orizzonte del dirittoPermettetemi di concludere tornando alla domanda iniziale: come si spiega la trasformazione del diritto internazionale in un sistema sempre più centrato sulla persona?La risposta tecnica — nuovi trattati, nuove corti, nuovi meccanismi di controllo — è vera ma insufficiente. Dietro quella trasformazione c'è un mutamento di prospettiva: il riconoscimento che la vulnerabilità dell'altro genera obblighi che non si esauriscono nel confine statale, che la responsabilità di proteggere non appartiene solo a chi è formalmente competente, che il diritto deve orientarsi verso chi soffre e non soltanto verso chi ha il potere di negoziare le norme.Questo è ciò che intendo quando parlo di fraternità come criterio interpretativo: non un principio aggiunto dall'esterno al diritto, ma una logica già presente nei suoi sviluppi più significativi, che attende di essere riconosciuta e resa esplicita.Senza questa logica, i diritti umani rischiano di restare dichiarazioni solenni prive di effettività. Con essa, diventano qualcosa di più: una pratica condivisa di protezione della persona, sostenuta da una rete di responsabilità che attraversa i confini degli Stati e le differenze delle culture.Il diritto internazionale non ci chiede di amare il prossimo. Ci chiede qualcosa di più preciso e di più esigente: di riconoscere nell'altro un titolare di diritti, di assumere la responsabilità della sua protezione, e di farlo anche quando non è nostro concittadino, anche quando è diverso da noi, anche quando ci costa qualcosa. Questa, nel linguaggio del diritto, è la fraternità.
[1] T. Meron, The Humanization of International Law, Martinus Nijhoff, Leiden, 2006, pp. 1-15. Il termine è stato introdotto nella dottrina internazionalista anche da A. Cançado Trindade, «La humanización del derecho internacional y los límites de la razón de Estado», Revista da Faculdade de Direito da UFMG, 40 (2001), pp. 11-23. [2] Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». [3] Statuto di Roma della Corte penale internazionale, art. 7. Utile anche D. Luban, «On the Humanity of the Enemy of Humanity», Netherlands Journal of Legal Philosophy, 47/2 (2018), pp. 187-199. [4] La formulazione moderna è all’art. 1, par. 2 del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra (1977): «Nei casi non previsti nel presente Protocollo o in altri accordi internazionali, le persone civili e i combattenti restano sotto la protezione e l’impero dei principi di umanità e dai precetti della pubblica coscienza». La clausola prende il nome dal giurista russo Fyodor Martens, che ne propose la prima formulazione nel Preambolo della II Convenzione dell’Aja del 1899 e che venne ripresa nel Preambolo della IV Convenzione dell’Aja del 1907.
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Alcune segnalazioni prima di salutarciAspetta! Prima di darci appuntamento al mese prossimo, ti suggeriamo alcuni spunti di interventi, iniziative e approfondimenti. 📷 Credits: Fototeca Azione cattolica italiana
Come dicevamo, ieri si è tenuto il Convegno «Pax et bonum. Nel segno di San Francesco. Diritto internazionale e fraternità»: ti consigliamo di ascoltare l’intervento di Sandro Calvani, presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto Toniolo, «La riforma delle Organizzazioni internazionali alla luce del principio di sussidiarietà e fraternità», disponibile a questo link. Inoltre, sul Chiostro, trovi l'articolo che racconta il Convegno: «Pax et bonum», la preghiera all’Ulivo della pace e l’appello per la fraternità nel diritto. C’è poi una novità dell'Editrice AVE: da oggi è disponibile la lettera enciclica di Leone XIV “Magnifica Humanitas”, con la prefazione del Presidente nazionale dell'Azione cattolica Giuseppe Notarstefano e dell’Assistente generale mons. Claudio Giuliodori, e l’introduzione di padre Paolo Benanti. Di pace l’Azione cattolica parlerà anche a Bari, all’Incontro nazionale delle Presidenze diocesane e delle Delegazioni regionali. Il titolo del Convegno di Bari è allineato al tema di questa newsletter: Orizzonti mediterranei: abitare la fraternità per una cultura del dialogo. C’è ancora tempo per iscriversi fino al 15 giugno, non lasciarti scappare questa occasione. 
Suggerimenti "extra": resta aggiornato sulle notizie del Chiostro e dell’Azione cattolica italiana, unendoti al Canale WhatsApp. Non perderti la nuova rubrica “Pip”, di Paola Bignardi ed Emanuele Fant, a cura del Settore giovani: uno spazio per ascoltare giovani e giovanissimi, le loro domande e ciò che hanno da dirci. È uscito sul Chiostro e sulle piattaforme il terzo episodio di Controtempo, il podcast del Presidente dell’Azione cattolica, che parte dalla maturità e dalla Festa della Repubblica per parlare di scuola e formazione, ma anche di responsabilità, partecipazione, precariato e passione dei docenti su cui si regge la scuola italiana. Puoi ancora recuperare anche il podcast Era un uomo mite, su Vittorio Bachelet nel centenario della sua nascita.
Per questo numero è davvero tutto, ci sentiamo il mese prossimo, ciao!
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