Fermiamoci, un minuto per la pace. L’appello alla preghiera è per le 13 di oggi 8 giugno, in ogni parte del mondo, e a interrompere le attività quotidiane per unirsi nel desiderio comune di fratellanza, giustizia e concordia tra i popoli.
In questa data, nel 2014, si teneva l’incontro “Invocazione per la Pace” promosso da Papa Francesco, che insieme ai leader di Israele e Palestina piantò un albero di Ulivo nei Giardini Vaticani. Proprio lì ieri, domenica 7 giugno, l’Azione Cattolica si è riunita in un partecipato e toccante momento di preghiera, svoltosi come culmine e conclusione dell’iniziativa “Pax et bonum. Nel segno di San Francesco. Diritto internazionale e fraternità”, promossa dall’Istituto di Diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”, dall’Azione Cattolica italiana e dal Fiac.
La preghiera all’Ulivo della pace
Partita da via della Conciliazione, la processione ha raggiunto il cuore dei Giardini Vaticani, davanti a quell’ulivo che, in un tempo così complesso, richiede più che mai di essere custodito, e di tornare a essere segno di un urgente cammino di riconciliazione: «Da qui si alza la voce più forte, il grido della pace - ha ricordato mons. Claudio Giuliodori, Assistente generale dell’Azione Cattolica italiana - grazie all’impegno dei pontefici, prima Papa Francesco e oggi Papa Leone, che fin dall'inizio del suo pontificato ha invocato una pace disarmata e disarmante».
«Per
fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra
– le parole di Papa Francesco nel 2014 ai Giardini Vaticani -. Ci
vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al
dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì
al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e
no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza
d’animo». E ieri i partecipanti al momento di preghiera hanno
rinnovato quell’impegno, con l’invito a non rassegnarsi
all’indifferenza, ma a diventare insieme autentici costruttori
di fraternità.
Il convegno: «La fraternità sia il criterio per unire le diversità»
Il consesso internazionale ha affrontato il tema della fraternità come chiave interpretativa delle sfide contemporanee, mettendo in dialogo diritto internazionale, democrazia, dialogo interreligioso, Dottrina sociale della Chiesa e governance globale, nel segno di San Francesco, a 800 anni dalla morte. I lavori, moderati dalla giornalista Giuseppina Paterniti, si sono tenuti del Salone della presidenza dell’Ac in via della Conciliazione a Roma.
Nella sua relazione introduttiva, Vincenzo Buonomo, Rettore della Pontifica Università Urbaniana, ha individuato alcuni elementi di legame tra il Santo di Assisi e il diritto internazionale, come «l’idea che la forza non crea comunione, il superamento della categoria del “nemico” e la visione etica che precede le regole»: «La fraternità è una norma base dei rapporti internazionali – ha ribadito -, che si manifesta con termini come solidarietà, cooperazione, sviluppo integrale, e attraverso il concetto di responsabilità comune ma differenziata. Il multilateralismo è l’effetto concreto della fraternità: il modo in cui si uniscono e non si annullano le diversità».
Francesco Viola, Professore emerito di Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Palermo, ha evidenziato come libertà e uguaglianza, pur essendo pilastri indispensabili della democrazia, non bastino da sole a costruire una vera comunità politica: «Solo la fraternità può creare un autentico valore solidale e sociale, e scongiurare individualismo, solitudine e omologazione. La fraternità rompe la logica del puro scambio: non calcola, non misura, non pretende equivalenze. Introduce gratuità e responsabilità reciproca, ricordando che il successo di una società non si valuta dai meriti dei più forti che escludono gli svantaggiati come soggetti attivi, ma dalla capacità di includere tutti nel bene comune».
Shahrzad Houshmand Zadeh, lettrice di lingua e letteratura persiana all’Università “La Sapienza” di Roma, ha proposto una riflessione sul dialogo interreligioso come autentica pratica di fraternità, mettendo in luce le profonde affinità spirituali tra San Francesco e la tradizione islamica. Partendo dal Documento sulla Fratellanza Umana di Abu Dhabi, ha descritto un “filo d’oro” che unisce culture e religioni nel segno della pace e dell'incontro. Come San Francesco, anche la spiritualità islamica riconosce «nell'orgoglio, nell'individualismo e nell'arroganza le radici della divisione e della violenza, indicando invece nella spoliazione di sé e nell'amore per Dio la via della fraternità universale»: «Quando l'uomo scende nel profondo del proprio cuore - ha concluso - non trova motivi di separazione ma ragioni per amare e lasciarsi amare: per questo il dialogo autentico non si ferma alle parole, ma diventa incontro e costruzione di ponti tra le persone e i popoli».
Le ha fatto eco Isabel Trujillo, Professoressa ordinaria di Filosofia del diritto all’Università di Palermo, che ha declinato la fraternità «non come valore retorico, non come sentimento, ma come criterio giuridico operativo, capace di orientare la lettura delle norme esistenti e di guidare la direzione del loro sviluppo»: si tratta di «una logica già presente nei suoi sviluppi più significativi, che attende di essere riconosciuta e resa esplicita» affinché i diritti umani diventino «una pratica condivisa di protezione della persona». La fraternità, nel linguaggio del diritto, chiede «di riconoscere nell'altro un titolare di diritti, di assumere la responsabilità della sua protezione, e di farlo anche quando non è nostro concittadino, anche quando è diverso da noi, anche quando ci costa qualcosa».
In un video inviato per il Convegno, il Presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto Toniolo, Sandro Calvani, ha illustrato la riforma delle Organizzazioni internazionali alla luce del principio di sussidiarietà e fraternità: «Si intende passare a un modello più vicino alle realtà locali. La fraternità è declinata in azioni concrete per un’inclusione “radicale” e per la sostenibilità, a partire dalla maggiore rappresentanza a favore del Sud globale. Questa visione fraterna mira a trasformare l’ONU da un’arena di scontro tra potenze militari a una piattaforma di cooperazione per il bene comune globale. Una sostituzione del diritto della forza con quello della forza del diritto».
L’appello di Riccardo Moro, professore di Development policies all’Università degli studi di Milano, è per il «dovere di educare e partecipare». Il restringimento degli spazi di dialogo istituzionale e il diffondersi della violenza ad ogni livello si unisce oggi alla concentrazione del potere economico e digitale, e quindi alla «fatica di un esercizio di governance internazionale»: per questo – ha osservato - è urgente ristabilire le «condizioni di protagonismo per favorire le relazioni», e «recuperare un’idea di giustizia coerente con la fraternità per un autentico e nuovo dialogo».
Le conclusioni dei lavori sono state affidate al Presidente dell’Azione Cattolica italiana Giuseppe Notarstefano: «Oggi più che mai abbiamo bisogno di trovare modalità di costruzione comune. È questo l'impegno che l'Azione Cattolica si assume facendo una scelta “popolare”: elaborare una proposta che sia realmente vicina alle persone. Costruire in modo popolare significa tessere legami intergenerazionali e territoriali, intrecciando competenze, sensibilità e vocazioni differenti per affrontare le complessità del nostro tempo.
«Il nostro – ha sottolineato Notarstefano - è un progetto per tornare ad abitare la diversità, riscoprendo la bellezza dello stare insieme. Come credenti, siamo chiamati a stare dentro la storia in modo diverso, alternativo, valorizzando le differenze come un fattore di unità. Non dobbiamo limitarci a cercare solo ciò che già ci unisce, ma dobbiamo avere il coraggio di cercarci di più proprio là dove siamo differenti. Questa missione si traduce anche nel rilancio della tutela dei beni globali e in una partecipazione attiva che valorizzi il cammino sinodale della Chiesa, spingendoci a ripensare cosa significhi davvero essere sinodali e quale cultura esprima questa scelta. Per l'AC, questa è la grande sfida: abitare la convivialità e valorizzare le differenze».

