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Il
Mediterraneo è un luogo dell’anima. È un antico e perenne
crocevia, come scriveva Fernand Braudel, dove persone e culture
differenti si sono scontrate e incontrate e, nel dialogo e anche nel
conflitto, hanno imparato a convivere. È anche una parte
significativa di quella Europa, come amava ricordare Aldo Moro, che
lo comprende e da cui è anche “ridefinita”. In questo senso il
Mediterraneo può divenire lo spazio per rigenerare la democrazia del
continente europeo, un laboratorio che tiene insieme confini e
speranze, partenze e ritorni, solidarietà e accoglienza, persino
relazioni e dialogo tra generazioni. Anche le fedi, quelle scaturite
dal monoteismo, fanno la loro parte affinché questo mare fatto di
acqua, di sale e di vento sia ancora lo spazio per una navigazione
collettiva, direi comunitaria, dove il desiderio di bene e di pace
dei popoli possa costituire una bussola di orientamento.
Ecco perché l’Incontro nazionale delle presidenze diocesane di Azione cattolica italiana, che si terrà a Bari dal 30 di luglio al 2 di agosto, Orizzonti Mediterranei. Abitare la fraternità per una cultura del dialogo, è molto di più di un evento associativo. È riconoscere nel Mediterraneo una frontiera simbolica e reale che interpella non solo noi come associazione, ma anche la Chiesa tutta, a essere presenza profetica, costruttrice di comunione e promotrice di pace. Uno stimolo creativo e audace per dire con più forza, al mondo civile, politico ed ecclesiale, che il Mediterraneo non può essere condannato a rimanere «un cimitero della Speranza» per ricordare la dura espressione di papa Leone XIV, ma a recuperare la sua natura di intreccio vitale di cammini e viaggi dove gli sconfinamenti, le migrazioni, le differenze delle fedi, possono generare democrazia e pace, solidarietà e lavoro per tutti.
A Bari, in quei giorni, vorremmo sperimentare un esercizio di resilienza generativa insieme ai circa 600 partecipanti provenienti dai tanti “territori associativi” e con l’ospitalità della Chiesa di Bari e del suo arcivescovo Giuseppe Satriano. Ma anche attraverso il dialogo con i tanti ospiti che ci verranno a trovare per animare lo stile di un dialogo fecondo tra la fede e le culture contemporanee. Vogliamo offrire strumenti di discernimento per leggere i cambiamenti culturali come l’intelligenza artificiale, le trasformazioni etiche e sociali alla luce della fede, superando contrapposizioni e chiusure, nella chiave della promozione del dialogo e dell’accoglienza. Maturare sempre più nel compito di tessere legami tra Chiesa e territorio, tra generazioni, tra culture e appartenenze diverse, è uno degli impegni che l’Azione cattolica italiana si è posta negli ultimi anni. E assumere la convivialità delle differenze come stile, espressione che noi amiamo in modo particolare e che ci ricorda il carissimo don Tonino Bello, vuol dire tradurre questa categoria in criterio pastorale e sociale, capace di orientare scelte formative e di impegno pubblico.
Penso,
non da oggi, che questa convivialità delle differenze, sia
una categoria decisiva per il tempo complesso che stiamo vivendo, e
credo sinceramente che possa diventare stile pastorale e criterio di
impegno sociale: dalla cura dei legami alla promozione della pace,
dal confronto con il fenomeno delle migrazioni alla costruzione di
spazi di dialogo ecumenico e interreligioso. Il Mediterraneo, con le
sue sfide e le sue ferite ma anche con la sua straordinaria capacità
di incontro, farà da cornice simbolica e reale a un percorso che
richiede all’Ac di essere generatrice di speranza, custode della
comunione e promotrice di nuove forme di presenza profetica nel
territorio.
Le aree tematiche generali che discuteremo a Bari riguarderanno, innanzitutto, la fraternità generativa: dentro i conflitti, e le grandi trasformazioni del nostro tempo, vorremmo interrogarci sul modo in cui la fraternità possa emergere come categoria decisiva, con la sua forza umile e profetica, capace di generare legami capaci di mediazione e speranza. La fraternità genera, poi, la pace: in un tempo segnato fortemente dai conflitti, la capacità di mediazione diventa la chiave per costruire la pace dal basso. In questo incontro, rifletteremo sul modo in cui la comunità cristiana sia spazio concreto di riconciliazione e custodia dei legami. Guardando al Mediterraneo, ciò significa trasformare le fratture in possibilità di incontro. Il grande tema delle migrazioni e della cittadinanza: le migrazioni ridisegnano società e appartenenze, chiedendo nuovi modelli di convivenza. Siamo convinti che il Mediterraneo – da mare di morte – possa diventare spazio di vita e di convivialità. Non si tratta solo di accogliere, ma di generare cittadinanza condivisa, giustizia sociale e integrazione alla luce dei diritti umani. Il Mediterraneo è, allo stesso tempo, arena di conflitti e laboratorio di incontro tra culture e fedi. Ecco perché la convivialità delle differenze rimane lo stile credibile per la costruzione della convivenza. In questo dialogo fecondo con la città e i territori, non passeranno inosservati l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, perché il dialogo tra le Chiese e le religioni è via concreta di fraternità. Infine, sulla scorta del cammino sinodale, sentiamo molto il tema della sinodalità e della corresponsabilità tra laici e pastori.
Questa corresponsabilità ci stimola a metterci a camminare insieme come discepoli-missionari. E, allo stesso tempo, ci apre alla città e alla dimensione pubblica. Metterci in dialogo con la città, la chiesa locale e le istituzioni, secondo quel progetto di Neemia di cui parla la recente enciclica Magnifica Humanitas: «Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità (10)».
