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Un anno senza Francesco

Dal dolore dell’annuncio alla gratitudine per un pontificato che ha segnato la Chiesa e il mondo
21/04/2026 di Lorenzo Zardi | No comments yet

«Con profondo dolore». Sono state queste le parole con le quali un anno fa ci siamo svegliati, apprendendo della morte di papa Francesco. A pronunciarle fu il cardinale Kevin Farrell, nella cappella di Santa Marta. Accanto a lui erano presenti il cardinale Parolin, mons. Peña Parra e mons. Ravelli: un’immagine destinata a restare, tristemente, nella memoria di quanti con Francesco sono cresciuti e di chi con lui ha imparato a camminare nella fede, attraversando la giovinezza verso l’età adulta.

E pensare che, alla gravità di quelle parole pronunciate nel lunedì dell’Angelo, facevano da contrasto quelle affaticate pronunciate da Francesco appena il giorno precedente al messaggio Urbi et Orbi: come una brezza leggera di speranza, la voce del Pontefice si era diffusa in Piazza San Pietro e nel mondo intero, dalla loggia delle Benedizioni, augurando a tutti una buona Pasqua.

Un anno dopo, non possiamo che accodarci alle parole che il cardinale Zuppi ha affidato alla prefazione del volume di Papa Francesco Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana, rilanciato dal sito di Avvenire: il sentimento che proviamo ogni volta che ricordiamo Francesco è una grande gratitudine.

Una gratitudine, innanzitutto, che sentiamo per l’affetto mostrato all’Azione cattolica e per averla incoraggiata a rinnovarsi alla luce dell’Evangelii Gaudium. Infatti, fin dal primo incontro, il 3 maggio 2014 — a margine della XV Assemblea nazionale “Persone nuove in Cristo Gesù” — non ha mai smesso di esortare l’associazione ad assumere un «paradigma missionario», spronandoci a vivere un «entusiasmo apostolico» capace di orientare al bene la società del nostro tempo. Un’esortazione che ha portato l’associazione a rinnovare il proprio Progetto formativo – Perché sia formato Cristo in voi –, non tanto per adeguarlo al suo magistero, quanto per impregnarlo maggiormente di quel “profumo di Vangelo” che il magistero di Francesco ha saputo diffondere nel mondo.

Ma a Francesco pensiamo con una gratitudine ancora più profonda per la paternità che ha saputo esprimere ed esercitare verso tutti (tutti, tutti, tutti): credenti e non credenti, vicini e lontani, bambini, ragazzi, giovani e adulti, uomini e donne in ricerca. Al dolore di quella mattina di un anno fa si univa, infatti, il senso di smarrimento per la perdita di un padre: di un pastore che ha saputo ricordare anche ai giovani come me che, per camminare verso il Signore, non è richiesta alcuna certificazione di idoneità spirituale; che non è mai il Signore a stancarsi di cercarci e amarci: siamo noi a stancarci delle nostre fragilità e persino di chiedere perdono.

Nei giorni successivi alla sua morte, poi, abbiamo avuto la grazia di accompagnare Francesco dall’ultimo abbraccio del suo popolo, all’abbraccio misericordioso di Dio. E proprio mentre lo vegliavamo, abbiamo potuto renderci pienamente conto di come fosse riuscito a restituirci un Vangelo fatto di tenerezza, capace di allontanare la paura. A tutta la Chiesa ha chiesto, fin dal primo giorno del suo ministero petrino, di maturare una fede che si vive non come difesa dal mondo, ma come slancio per abitarlo, servirlo, trasformarlo. Nell’abbraccio di un pastore “venuto dalla fine del mondo” abbiamo potuto riscoprirci figli e fratelli in una comunità, quella della Chiesa, che non giudica, ma accompagna con misericordia.

Per questo, il 26 aprile, la gratitudine non era più contenibile, non poteva restare racchiusa in Piazza San Pietro, ed è finita per riversarsi nelle strade di Roma. In quei sei chilometri percorsi dal feretro — uscito dalla Porta del Perugino e diretto verso la Basilica di Santa Maria Maggiore — si è raccolto ai bordi delle strade un popolo venuto a restituire ciò che aveva ricevuto dal suo pastore. Un popolo che ha riconosciuto nelle lacrime e nel dolore la grazia che accompagna ogni a Dio.

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