È attorno a questa immagine evangelica che si è sviluppata l’omelia di mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana, pronunciata durante la Celebrazione eucaristica con le studentesse e gli studenti del Movimento Studenti di Azione Cattolica riuniti a Montesilvano(Pescara) per la IX edizione della Scuola di formazione per studenti.
Partendo dal lungo racconto evangelico della guarigione del cieco nato, tratto dal Vangelo secondo Giovanni, il presule ha invitato i ragazzi a interrogarsi sulla vera cecità: non quella fisica, ma quella del cuore e della vita. «L’evangelista Giovanni ci offre una lunga narrazione, ma estremamente ricca», ha osservato. «Alla fine, la domanda dei farisei è provocatoria: “Vuoi dire che siamo ciechi anche noi?” E Gesù risponde: “Se pensate di non esserlo, lo siete”. È una domanda che ho posto anche a me stesso: sono cieco? Quando ho smesso di esserlo?».
Vedere oltre le apparenze
Mons. Giuliodori ha spiegato che vedere davvero non significa soltanto percepire con gli occhi: «È paradossale, perché ci vedo bene - ieri sono stato dall’oculista - ma cosa vedo? Delle sagome? Dei volti? Oppure riesco a vedere un po’ oltre, nel cuore, nella mente, nei sogni delle persone?».
Per raccontare questa esperienza, il vescovo Giuliodori ha condiviso con i giovani un episodio personale risalente a cinquant’anni fa, quando stava vivendo un momento di discernimento sulla propria vocazione. «Avevo tutto - la possibilità di una carriera calcistica, l’azienda di famiglia, tante relazioni - ma non vedevo cosa il Signore volesse davvero da me». In quell’occasione, ha ricordato, «una donna, Fernanda, mi prese il volto tra le mani e mi disse: “La tua strada è seguire il Signore nel sacerdozio”. Fu illuminante». La particolarità di quell’incontro, ha sottolineato, era che quella donna «era cieca e sorda», ma proprio per questo capace di uno sguardo più profondo: «Era in grado di vedere oltre, di leggere dentro la mia vita più di tanti altri».
I tre sguardi che illuminano la vita
Da qui l’invito ai ragazzi a sviluppare tre sguardi interiori capaci di vincere la cecità spirituale.
Il primo è lo sguardo della sapienza. «Non siamo qui solo per apprendere nozioni o prepararci agli esami», ha detto rivolgendosi agli studenti. «Le competenze sono importanti, ma c’è uno sguardo più profondo: quello della sapienza». Una sapienza che nasce da una visione integrale della vita: «Se mi focalizzo solo su qualcosa rischio di avere una visione parziale, ideologica. Lo sguardo sapienziale ha bisogno di intelligenza, memoria e capacità di mettere insieme i pezzi della vita». Mons. Giuliodori ha collegato questo tema anche alle fragilità che molti giovani attraversano oggi. Proprio nel giorno dedicato ai disturbi alimentari ha ricordato come «cresce sempre il numero di giovani con problemi di disagio», spesso legati alla sensazione di non essere riconosciuti o valorizzati. «Uno sguardo pieno di sapienza può aiutarci ad andare oltre le fatiche, soprattutto se camminiamo insieme».
Il secondo è lo sguardo del cuore. Richiamando una celebre frase del Il Piccolo Principe, mons. Giuliodori ha ricordato: «L’essenziale è invisibile agli occhi: non si vede bene che con il cuore». «Le scelte decisive della vita - ha spiegato - non si fanno con il calcolo della mente, e neppure con le performance dell’intelligenza artificiale. Si fanno con il cuore, quando qualcosa dentro di noi ci dice che quella è la strada giusta». Per questo ha incoraggiato i ragazzi a non smettere di sognare: «Molti vostri coetanei non hanno sogni, vivono di paure e di incertezze. È una grande grazia poter avere sogni grandi». E ha aggiunto: «Custodite il vostro cuore. Non sciupate la bellezza degli affetti, non bruciate le tappe. Il cuore ci guida all’amore vero, che è impegnativo ma autentico».
Il terzo sguardo è quello della fede. Senza di esso, ha spiegato, «questa luce di cui parla Gesù non potremmo contemplarla». Citando la seconda lettura della liturgia - dalla Lettera agli Efesini - ha ricordato l’esortazione di san Paolo: «Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà». «Il compito che vi è dato - ha detto ai giovani - è reggere una luce grande, quella che viene dal Signore. Se però restiamo prigionieri di noi stessi, questa luce si spegne». La fede, ha aggiunto, ha bisogno del respiro dello Spirito: «Come il fuoco senza aria si spegne, così la fede ha bisogno del vento dello Spirito per restare viva».
Giovani chiamati a portare speranza
Nella conclusione dell’omelia, mons. Giuliodori ha allargato lo sguardo alla situazione del mondo segnato da guerre, conflitti e incertezze. Proprio per questo, ha detto, «la nostra speranza deve essere ancora più forte».
«Voi siete la generazione che può dare risposte vere ai problemi dell’umanità di oggi», ha affermato. «Siete voi che potete portare luce nelle tenebre del nostro tempo».
L’Assistente generale dell’Ac ha infine indicato ai giovani alcuni testimoni luminosi della fede, ricordando in particolare Pier Giorgio Frassati: «Persona straordinaria che ha maturato la sua vocazione nell’Azione cattolica. È un faro che insegna come si coltivano sogni grandi e come si può andare controcorrente». E ha concluso con un invito semplice e diretto: «Domandiamoci se siamo ciechi. Se non lo siamo, allora viviamo davvero nella luce del Signore».
