Sono tanti, sono colorati e sorridenti, sono belli come i loro anni. A Montesilvano, per l’High Hope del Msac, c’è un micromondo rappresentativo della generazione che abita ogni mattina i corridoi delle scuole superiori italiane e che spesso viene raccontata con categorie troppo facili: distratta, fragile, dipendente dagli schermi. Ma basta fermarsi qualche minuto con loro, come davanti all’ingresso di un liceo o di un istituto tecnico all’ora della campanella, per capire che il quadro è molto più ricco e complesso. Sono ragazze e ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni: la prima generazione interamente nata nel nuovo millennio. Lo si avverte.
Non hanno ricordi diretti del Novecento, né delle sue grandi cesure politiche o tecnologiche. La loro memoria comincia dentro un mondo già globalizzato, digitale, interconnesso. Per questo, ad esempio, il loro rapporto con la tecnologia non è di meraviglia ma di naturalezza. I social network sono da anni il loro ambiente di socializzazione, quasi una seconda piazza di un paese che si chiama Mondo. Ma oggi il loro orizzonte si è già spostato oltre. Sempre più spesso, le loro conversazioni riguardano anche l’intelligenza artificiale: strumenti che interrogano, sperimentano, usano per studiare, per verificare un’idea, per migliorare un testo o per comprendere un concetto difficile. Sembrano fermi, eppure stanno già correndo.
È facile fermarsi alla superficie di questo rapporto con la tecnologia e scambiarlo per dipendenza. In realtà, ciò che colpisce osservandoli è piuttosto la rapidità con cui imparano a integrare strumenti nuovi nella propria quotidianità. L’intelligenza artificiale, per loro, non è una minaccia astratta ma una competenza da capire e governare. Una lingua in più da imparare.
Ma il ritratto di questi studenti non si esaurisce nello schermo di uno smartphone o di un computer. Si sta formando una generazione che dimostra, spesso non compresa, un forte desiderio di partecipazione. È la generazione delle assemblee studentesche che discutono di ambiente, di diritti, di conflitti internazionali; quella che partecipa alle mobilitazioni per il clima, che segue con attenzione ciò che accade nel mondo, dall’Ucraina alla Palestina, al Golfo Persico.
Se ti fermi a parlare con loro, queste ragazze e questi ragazzi hanno una consapevolezza precoce della complessità del tempo in cui vivono. Sono cresciuti mentre il mondo attraversa crisi economiche, pandemie, guerre tornate nel cuore dell’Europa, trasformazioni climatiche sempre più evidenti. Tutto questo li ha resi meno ingenui, ma non necessariamente più rassegnati. Anzi, proprio dentro questa consapevolezza nasce spesso una forma nuova di protagonismo. Molti studenti e studentesse cercano esperienze di volontariato, partecipano a progetti di cittadinanza attiva, animano giornali scolastici, laboratori culturali, iniziative sociali. Non sempre fanno rumore, ma costruiscono lentamente un modo di essere cittadini che non aspetta l’età adulta per cominciare.
Anche il loro rapporto con la scuola sta cambiando. Se da una parte non mancano le critiche - alla rigidità di certi programmi, alla distanza tra ciò che si studia e ciò che accade nel mondo - dall’altra cresce tra molti di loro l’idea che la formazione sia uno strumento decisivo per orientarsi in un’epoca complessa. A qualcuno potrà suonare strano, ma studiano oltre il nozionismo: amano informarsi, verificare le fonti, comprendere fenomeni globali, acquisire competenze che avvertono come necessarie per non restare spettatori di un tempo che gli appartiene di diritto.
In questo senso, la scuola continua a essere uno dei luoghi più importanti di costruzione della cittadinanza. Non solo per ciò che si studia, ma per ciò che si impara vivendo insieme: il confronto, il rispetto delle differenze, la capacità di discutere senza smettere di ascoltare.
Forse il tratto più interessante di questi ragazzi e ragazze sta proprio qui: nella combinazione tra familiarità tecnologica e ricerca di senso. Usano strumenti potentissimi, ma non sembrano voler rinunciare alle domande fondamentali. Che lavoro faremo? Che pianeta avremo? Che società vogliamo costruire? Non sempre hanno risposte pronte. Ma hanno la consapevolezza che quelle domande riguardano anche loro, già adesso. E forse è questo il segnale più incoraggiante: dietro l’immagine frettolosa di una generazione chiusa nei propri dispositivi si intravede una comunità di giovani che prova, giorno dopo giorno, a capire il proprio tempo e a trovare il modo di abitarlo da protagonisti.
