Sta per concludersi l’anno giubilare che papa Francesco ha voluto dedicare al tema della “Speranza che non delude” (Romani 5, 5), un anno di grazia per il popolo cristiana esortato a vivere questo tempo tormentato dalla guerra e dalla violenza alla luce di questo principio cristiano, virtù teologale e criterio di discernimento.
Sembra paradossale, e per molti anche piuttosto ingenuo, che la chiesa cattolica parli di speranza proprio in un tempo in cui le ragioni per coltivarla sembrano davvero essere ridotte al lumicino: la recrudescenza di 59 aree di conflitto con cui si manifesta la terza guerra mondiale a pezzi, lo sconvolgimento geopolitico e il cambiamento di verso delle relazioni diplomatiche a cominciare dal multilateralismo che cede il posto ad ritorno delle sfere di influenza nell’afasia e nell’immobilismo di tutte le principali istituzioni internazionali, depotenziate e sterilizzate proprio da quei paesi che le avevano auspicate e che ancora le “ospitano”. E ancora l’incremento preoccupante delle disuguaglianze sociali ed economiche all’interno dei di versi paesi, con uno slittamento verso aree di vulnerabilità economica e marginalità sociale di ampie fasce della popolazione che vengono gradualmente escluse (o che spesso si auto-escludono) dalla partecipazione alla vita civile e democratica. Un fenomeno che genera rabbia a livello sociale che emerge sempre di più un po’ì ovunque, ma soprattutto nei social, divenute arene di scontro identitario e di sfogo delle pulsioni più tribali e animalesche.
Verrebbe da dire così, cosa c’è da sperare in questo tempo?
Occorre andare alle radici del significato della Speranza cristiana, che non è semplice ottimismo, come ha ricordato in un suo celebre scritto uscito negli anni della pandemia, il monaco domenicano Adrien Candiard: la speranza ci chiede realismo – ci ricorda il religioso francese che ha scelto di vivere nel cuore del Mediterraneo - è l’amore della realtà, è l’amore di ciò che è. Ciò che è, il reale, è tale perché è ciò che Dio fa esistere.
La speranza non può essere tradotta come un pregiudizio contro il mondo e i cristiani sono incoraggiati a guardare il mondo così com’è. Mondo creato buono, ma al contempo segnato e attraversato dal peccato. Non è peraltro la pima volta che la chiesa celebra un Giubileo in tempo di guerra, è accaduto anche un secolo fa con l’indizione dell’anno santo del 1925 indetto da papa Pio XI con la bolla “Infinita Dei Misericordia”, in un tempo dilaniato dalla sofferenza con un mondo prostrato dal primo conflitto bellico e che i nascenti totalitarismi lanciavano verso la sanguinosa e cruenta Seconda guerra mondiale.
La prospettiva cristiana della Speranza è un invito ai credenti ad essere concreti, a riconoscere nelle pieghe della propria vita quotidiana e nelle tensioni della vita sociale, ciò che il Signore compie ogni istante nel cuore di ogni donna e uomo che hanno la forza e il coraggio di andare avanti, di camminare, di mettersi alla ricerca.
Il Pellegrinaggio è un gesto potente, eloquente, straordinario che ha coinvolto quasi 30 milioni di persone, presenti su Roma. Una presenza non priva di ambiguità e contraddizioni, un po’ “turistificata”, un rischio sempre presente nell’esperienza dei giubilei della Chiesa Cattolica sin da Bonifacio VIII e che rischia di dimenticare la portata di rinnovamento radicale e di rallentamento materiale e immateriale, di silenzio fisico e interiore che aveva l’anno santo seguito al suono dello Jobel per il popolo ebraico.
Il Giubileo, tuttavia, ha trasformato Roma in un crocevia in cui affiorata una grande sete di persone alla ricerca di senso, di incontri autentici, di occasioni di ascolto della Parola eterna, di contemplazione silenziosa, di cammino orante. Lo abbiamo visto nelle tantissime occasioni giubilari dedicate a tante, forse tutte, le categorie sociali.
Come non ricordare tra queste il grande appuntamento estivo con i Giovani, che ha sorpreso tutte le previsioni e che ha incantato gli osservatori: un flusso enorme pieno di domande ma anche capace di esprimere modalità nuovi di esprimere la fede ma soprattutto di appartenere alla comunità.
Tanti raduni giubilari, dunque, tutti caratterizzati dall’incontro con il successore di Pietro, proprio nell’anno di passaggio tra due pontificati: da papa Francesco, che aveva iniziato il suo pontificato con un grande anno giubilare straordinario dedicato alla Misercordia, a papa Leone XIV che sta orientando il cammino della chiesa sulla strada dell’unità.
La coincidenza tra anno giubilare e 1700° anniversario del Concilio di Nicea (325 d.C.) ha ulteriormente dilatato la prospettiva giubilare verso un desiderio di intensificare il percorso ecumenico, reso ancora più vivo nella ricerca di una data unica della Pasqua così come è successo proprio nel 2025. Il dialogo tra le diverse confessioni cristiane e, ancora di più, tra le diverse religioni è la strada per la ricerca di cammino autentico di fraternità universale e di pace tra i popoli. L’appello alla ricerca di una pace “disarmata e disarmante” appare ancora inascoltato dai governi dei principali paesi del mondo che, anzi, stanno attuando politiche di riarmo ispirata ad un nuovo ordine mondiale che ha riaperto la strada alla guerra come strumento di regolazione delle controversie tra gli stati nazionali.
Ma il cammino di una fraternità universale, di cui la chiesa è portatrice, non può essere arrestato, ci sono grandi questi globali che sono in grado ancora di accomunare le persone e i territori, come la sfida del cambiamento climatico che oggi diventa una vera e proprio questione del futuro, che riguarda tutte le generazioni che dovranno essere più capaci di dialogare per il bene di ciascuno. A tale prospettiva è rivolta la campagna giubilare “Cambiare la rotta” promosso da Caritas internazionale che riguarda il tema difficile della remissione del debito estero, da coniugare insieme al tema sempre più emergente del debito ecologico: “La riduzione del debito – come si legge nel manifesto che promuove la campagna - e soprattutto la riduzione della massa di risorse che i paesi devono destinare alla restituzione di capitali e interessi, deve essere accompagnata da una riforma della architettura finanziaria internazionale rispetto alla prevenzione ed alla gestione delle crisi internazionali di sovraindebitamento, ma soprattutto da un profondo ripensamento del sistema economico e finanziario globale: un’azione radicale, ma essenziale per il cambiamento del tempo che stiamo vivendo”. Il tema della pace, si salda con quello della cura del Creato e del futuro per le nuove generazioni ed è la visione giubilare che chiede un impegno di conversione e una “grande alleanza globale della Speranza”, come l’aveva definita lo stesso pontefice al n. 9 della Bolla di indizione. L’anno giubilare che sta per concludersi è stato certamente una straordinaria occasione di ascolto e di conversione per tutti i pellegrini, particolarmente a chi ha visitato le basiliche romane ma anche per i tantissimi pellegrinaggi nelle chiese locali.
Il pellegrinaggio della chiesa, ricordava Sant’Agostino nelle Confessioni, avanza sino alla fine del mondo tra le persecuzioni che il mondo le da e le consolazioni di Dio che non mancano e che arrivano per incoraggiarla a proseguire insieme cercando il bene di tutti e di ciascuno.


