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Siamo vivi, esistiamo: il Natale come atto di pace nel cuore del conflitto

La testimonianza del cardinale Pizzaballa dalla Terra Santa
12/01/2026 di Francesco Guaraldi
Custodia Terrae Sanctae
Il Patriarca Latino di Gerusalemme, il Card. Pierbattista Pizzaballa, nei giorni dell’Epifania, dopo aver festeggiato il Natale, prima a Gaza e poi a Betlemme, ci ha regalato qualche minuto del suo tempo per rispondere ad alcune domande. Il Natale, la Pace, la resilienza, il ruolo dei cristiani, Gaza e Cisgiordania. Questi gli argomenti della conversazione.

Come hanno vissuto i cristiani il Natale, e cosa possiamo apprendere da loro, che hanno voluto festeggiare nonostante un cessate il fuoco ipotetico e fragile? Che segnale dà la Chiesa Madre qui in Terra Santa al resto del Mondo? Cosa possiamo “prendere” noi da tutto questo?
La guerra è distruzione, morte, depressione, stanchezza. Bisogna reagire fermando ciò che alimenta la guerra, non solo militarmente, ma anche politicamente.
Ma bisogna dare anche segnali di vita. Una risposta a chi vorrebbe diffondere depressione generale. Noi rispondiamo con la vita, dicendo “ci siamo, esistiamo”. Era importante, soprattutto dopo due anni di immobilità, dire: non siamo morti, siamo vivi, abbiamo il desiderio di vivere e di rispondere in modo positivo, non violento, a questa situazione. È anche un modo per dare respiro alla comunità, e per dire al mondo: vivete, perché anche noi siamo vivi.

Il Papa, qualche settimana fa, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, ha parlato di un grande senso di impotenza che pervade anche chi ha il cuore pronto alla pace. Qui in Terra Santa, qual è il sentimento della gente, dei cristiani e non solo? C’è possibilità di costruire una pace umana?
Non possiamo cambiare la macro-politica, ma non dobbiamo restare inermi. La pace non è solo politica: è anche sociale, culturale, religiosa. Il conflitto non è un ostacolo alla vita: è il luogo in cui la nostra vita è calata.
Per noi, come Chiesa cristiana, è il luogo dove dobbiamo esprimere la nostra voce e la nostra missione. Vogliamo fare la differenza: non cambiando il destino del mondo, ma evitando che il mondo cambi noi.
A Gaza, in Cisgiordania, in Israele: tutto ciò che costruisce relazioni, crea occasioni di incontro, riflessione e apertura, deve diventare parte della nostra vita.

E come si traduce concretamente la “pace disarmata e disarmante”? Quanto è facile polarizzare anche la ricerca della pace?
Lo abbiamo visto spesso in questa guerra, con le manifestazioni nel mondo e la grande partecipazione emotiva verso ciò che stava accadendo. Ma accanto a questa vicinanza si sono diffuse anche polarizzazione, divisione e scontro: noi contro loro, la tentazione di sempre.
È un tempo in cui non si può restare indifferenti, e quindi, in un certo senso, non si può essere davvero neutrali. Ma non-neutralità non significa diventare parte della contrapposizione. La linea da seguire è sottilissima, fragile, difficile: non posso andare a Gaza e dire «siamo neutrali», perché di fronte al dolore e all’ingiustizia la neutralità non basta.
La parola giusta è verità: una verità però che si esprime dentro le relazioni, con amicizia, con compassione, con il peso del dolore quando serve. Non una verità gridata nella rabbia, non usata come arma nello scontro, non pronunciata nel rifiuto dell’altro.
È una strada quasi solitaria. Quando la polarizzazione diventa feroce, rischi di non appartenere a nessuno. È una solitudine che fa male, ma che conosciamo da sempre: non è un fallimento, è il prezzo della fedeltà a ciò che è umano. Non sempre si riesce a percorrerla senza inciampare, ma il punto di riferimento resta lì. Fragile, sì, ma necessario.

Nonostante tutto, quanto i cristiani, come anche i giovani delle associazioni come l’Azione Cattolica, possono svolgere un ruolo di mediatori?
Il nostro ruolo non è mediare tra due parti che possono parlarsi da sole quando vogliono. Il nostro ruolo è creare contesti che facilitino l’incontro, indicando con chiarezza la differenza cristiana: un modo di stare nel conflitto che non usa la violenza, ma costruisce relazioni con tutti, accogliendo tutti, senza rifiutare nessuno. Cercare la verità senza negare l’altro, senza eliminarlo dalle relazioni. Non “costruire ponti” da zero, ma rimuovere le macerie che impediscono di attraversarli, perché i ponti già esistono. Renderli di nuovo utilizzabili. Forse non faremo grandi cose, ma dei passaggi sì. Piccoli, ma reali e possibili.


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Foto a cura di Custodia Terrae Sanctae

Foto a cura di Custodia Terrae Sanctae

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