Non c’è dubbio. Siamo tutti assetati di segni. Fondamentalmente, di segni di speranza.
A questo riguardo, possiamo riflettere a partire da alcune domande: come muoverci in questa “foresta” di stimoli che costituiscono l’ambiente in cui ci muoviamo, senza prendere cantonate, senza lasciarci irretire dagli abbagli? Senza restare inchiodati al superficiale magari in maniera un po’ magica, un po’ superstiziosa?
E ancora: esistono criteri per distinguere, fra le cose che incontriamo e le situazioni che viviamo, tra quelle che sono segno e quelle che non lo sono? Ci sono criteri per leggere dentro il segno, così da comprendere di quale messaggio esso è portavoce?
Dalla Scrittura apprendiamo che Dio ama introdursi nelle pieghe più consuete del nostro vivere. Può trattarsi di una luce di pace che ti riconosci dentro, oppure di un pensiero buono, un’idea che a meditarla ti procura gioia. Eppure: sei a fare le solite cose, ma riconosci che ti ha raggiunto una pace che non è farina del tuo sacco. Quella pace è segno della presenza di Dio nella tua vita.
È, al riguardo, emblematica la vicenda di Giacobbe. Si tratta di una storia di eredità, di benedizioni carpite con l’inganno. Vicende molto umane, innervate anche di invidie, interessi: il fratello più piccolo che vuole soppiantare il maggiore e ci riesce; il maggiore, Esaù, che si vuole vendicare.
Giacobbe, in fuga dal fratello, si ferma a dormire di notte all’aperto. Proprio in quel contesto di assoluta esposizione ad ogni genere di aggressione, forse per sfinimento o per la tristezza di vedersi così, Giacobbe finisce per addormentarsi. E fa un sogno:
«…Una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. (…) Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. (Gen 28, 10-16).
E io non lo sapevo! Pensavo che questo fosse un luogo solo per animali selvatici e per gente in fuga come me… invece no: Dio mi raggiunge e ha una parola anche per me, proprio per me che mi trovo ingarbugliato in questa situazione umanamente inestricabile. Ci vorrebbe una scala per uscirne. Una scala verso l’alto. E difatti, Dio sale e scende la scala: scende dalla sua dimensione di alterità-trascendenza per farsi vicino a Giacobbe e dargli un segno di speranza.
Quante volte anche noi ci troviamo a vivere situazioni difficili, certe strettoie che ti tolgono il respiro, e ci sentiamo soli, abbandonati a noi stessi. Questa è la prima impressione. Ma, riflettendo un po’ più a fondo, anche noi arriviamo a riconoscere: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!”.
Noi forse ci aspetteremmo che i segni fossero evidenti, chiari, leggibili immediatamente, comprensibili. Come dei cartelli stradali. Nella nostra mente li pensiamo così: dimostrativi; inequivocabili.
I segni di Dio, ci dice la Scrittura, sono… nel segno della debolezza. Della delicatezza. Non sono evidenze, non si impongono. Le evidenze, in genere sono nel segno della potenza o prepotenza: sono così e basta. Ma Dio desidera un interlocutore che liberamente lo cerchi, dialoghi con lui. Lui tiene conto di come siamo fatti; delle sfumature del nostro carattere, e persino di quel punto da cui siamo più sensibili per arrivare a lui, per coglierlo, per venire da lui raggiunti. Ecco perché i suoi segni sono delicati. Fanno appello a tutto di te: cuore, mente, volontà. Non sono meramente esteriori, ma ogni volta vanno a toccare l’interezza della tua persona.
I segnali stradali sono utili, è vero; non devi fare altro che seguirli; metti la freccia e svolti quando è indicato. Basta. Tu resti te stesso, semmai preservato dal rischio di andare fuori strada o di fare incidenti.
I segni di Dio agiscono diversamente. Sono umili, possono anche non venire riconosciuti; sono delicati: come un’offerta, si propongono. Ci interpellano a domandare, a scavare, a rifletterci su. E intanto ci fanno diversi. A poco a poco ci trasformano. Forse, nel frattempo comprendiamo che c’è qualcosa da lasciare. Qualche pregiudizio, o precomprensione, o rigidità…
O forse, che c’è qualcosa da rettificare: il nostro modo di guardare, di camminare con Dio, il nostro modo di porci di fronte alla vita.
E così la conversione, questo cambiamento di mentalità, diventa l’esito costante della nostra ricerca di segni. Volevamo segni. Nel cercarli, umilmente, siamo noi che cambiamo. E che, lentamente, diventiamo segno: gli uni per gli altri. Non perché improvvisamente ci scopriamo perfetti, ma perché diventiamo umili, più semplici, meno rigidi di fronte alle situazioni e agli altri. Uomini e donne di speranza, che non rinunciano a rimanere persone in cammino.
