Ci sono figure che continuano a parlare anche dopo il silenzio della morte. Rosario Livatino è una di queste. Nel giorno dell’anniversario della sua beatificazione, il suo volto giovane, la sua vita semplice e radicale tornano a interrogare le nostre coscienze.
Beatificato il 9 maggio 2021, Livatino non è stato proclamato beato perché eroe da copertina o uomo straordinario agli occhi del mondo. È stato riconosciuto beato perché, nel quotidiano della sua professione e della sua fede, ha scelto di restare libero, giusto, profondamente umano. Ma soprattutto, credente fino in fondo e credibile fino alla fine.
Magistrato in una Sicilia ferita dalla violenza mafiosa, sapeva che amministrare la giustizia significava assumersi un rischio. Eppure non cercò mai visibilità o consenso. Viveva con sobrietà, pregava in silenzio, lavorava con scrupolo. Nei suoi appunti annotava spesso una sigla: “S.T.D.”, Sub tutela Dei, sotto la tutela di Dio. Non era un gesto devozionale superficiale, ma il centro della sua esistenza.
Rosario Livatino ci ricorda che la fede non è evasione dalla storia, ma immersione coraggiosa dentro le sue contraddizioni. Non separava il Vangelo dalla responsabilità civile. Per lui essere cristiano significava servire il bene comune con coscienza limpida e mani pulite.
La sua testimonianza appare oggi ancora più attuale. In un tempo in cui spesso prevalgono l’indifferenza, il compromesso e la ricerca del vantaggio personale, Livatino parla ai giovani, agli educatori, agli uomini e alle donne impegnati nella società e nella Chiesa. Dice che è possibile vivere la legalità non come slogan, ma come forma concreta di amore verso gli altri.
Quando venne ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, aveva solo 37 anni. Morì da solo su una strada, mentre cercava di sfuggire ai suoi assassini. Ma quel sacrificio non è rimasto sterile. La Chiesa lo ha riconosciuto martire in quanto ucciso in odium fidei (in odio alla fede) dalla criminalità organizzata, perché chi colpisce un uomo che vive il Vangelo fino in fondo colpisce anche ciò in cui quell’uomo crede.
Per l’Azione Cattolica, la figura di Livatino è una chiamata forte alla responsabilità. La santità non è lontana dalla vita ordinaria: può abitare un tribunale, una scrivania, un banco di scuola, le scelte quotidiane compiute con onestà e amore.
Nel ricordare oggi il beato Rosario Livatino, non celebriamo soltanto una memoria. Accogliamo una domanda: quale giustizia, quale coerenza, quale coraggio siamo disposti a vivere nelle nostre comunità e nella nostra società? Forse la sua eredità sta tutta qui: nella possibilità di credere ancora che la fede possa rendere il mondo più giusto e gli uomini più liberi.
Ed è proprio in questa unità profonda tra fede vissuta e responsabilità quotidiana che Livatino continua ancora oggi a parlare alle nostre vite. Non con grandi discorsi, ma con la forza limpida di una testimonianza coerente. Perché il Vangelo, quando viene preso sul serio diventa credibilità.
E allora le sue parole restano come un’eredità consegnata a ciascuno di noi: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.
