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Città da abitare, non solo da attraversare

I giovani non chiedono solo spazi da vivere, ma un ruolo reale nella costruzione delle città: ascolto, fiducia e partecipazione diventano così la sfida decisiva delle politiche giovanili.
09/05/2026 di Roberta Sgaramella
C'è un problema ricorrente quando si parla di giovani in città: si pensa sempre che vadano altrove, che non stiano nei loro quartieri di origine, ma sempre distanti, alla ricerca di spazi migliori che possano accogliere la loro "straordinaria vivacità". 

Il punto è che le città non sono solo spazi da abitare: sono luoghi che educano, includono o escludono, offrono opportunità oppure le negano, e lo fanno fin dalla giovane età. Per questo parlare di politiche giovanili e di città non è un mero esercizio teorico, ma una necessità concreta. I giovani non vivono "a parte", in luoghi altri, ma attraversano ogni giorno strade, scuole, piazze, parrocchie, spazi di aggregazione. È proprio lì che si misura quanto una società sappia guardarli davvero: non come destinatari passivi di iniziative, ma come protagonisti. 

Il nodo centrale è questo: i giovani oggi non chiedono solo spazi da usare o eventi a cui partecipare. Chiedono di essere riconosciuti come soggetti che contribuiscono a costruire la città. È una differenza sostanziale, che le politiche giovanili faticano spesso a cogliere. Molte iniziative rivolte ai giovani nascono senza il loro coinvolgimento diretto: come progettare una casa senza chiedere a chi la abiterà di cosa ha bisogno. 

Durante la Scuola di Formazione per Studenti questa consapevolezza è emersa con chiarezza: non chiediamo più semplicemente spazi, ma fiducia. Vogliamo essere ascoltati non perché "tocca farlo", ma perché il nostro punto di vista è necessario. E questo richiede un passo in più: trasformare i dibattiti in proposte concrete, a partire dall'ascolto e dalla progettazione condivisa, dalle voci di chi c'è e vuole esserci. 

Come ricorda don Lorenzo Milani, "ognuno deve sentirsi responsabile di tutto", insieme, scegliendo di mettersi a servizio delle proprie città. Città che non devono essere spazi invisibili, ma luoghi in cui avviare processi reali, sedendo tutti allo stesso tavolo: giovani e adulti, dove ogni voce conta. 

La città diventa così un banco di prova. 
Una città attenta ai giovani lascia spazio all'errore, accetta il cambiamento, non teme il conflitto ma lo trasforma in dialogo. Non è una città che si anima solo durante la festa patronale, ma una comunità che respira tutto l'anno grazie a chi sceglie di prendersi cura di un luogo che, in fondo, è casa propria. La domanda resta aperta: che posto vogliamo, come giovani, nelle nostre città? Non in astratto, ma concretamente, negli spazi che progettiamo, nelle opportunità che creiamo, nelle scelte quotidiane. Non città perfette, prime nelle classifiche, ma città più giuste, dove i giovani non siano ospiti temporanei ma cittadini a pieno titolo