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Giornata dell’Europa, ritrovare l’anima dell’Unione

Nel giorno della Festa dell’Europa, il richiamo a rilanciare i valori fondativi dell’Unione: pace, solidarietà e integrazione, davanti alle sfide dei conflitti, dei sovranismi e delle disuguaglianze
09/05/2026 di Gianni Borsa | No comments yet

«L’integrazione economica e politica potrà avanzare davvero solo se i cittadini percepiranno l’Europa come significativa per la loro vita quotidiana e per il loro futuro. Serve anzitutto una crescita della cultura europea. In secondo luogo, occorre rafforzare il pilastro sociale europeo attraverso politiche che riducano le disuguaglianze, tutelino il lavoro, la salute e la casa, valorizzino le famiglie e le formazioni sociali e sostengano l’acquisizione continua di competenze. Solo coltivando un umanesimo solidale e aperto al mondo l’Europa potrà affrontare le sfide della stagnazione economica e del declino demografico»»»”». Sebastiano Nerozzi, docente di Storia del pensiero economico presso l’Università Cattolica di Milano, segretario del Comitato scientifico delle Settimane sociali dei cattolici in Italia, tra i promotori del “Codice per una nuova Europa”, ha usato queste espressioni in una recente intervista all’agenzia di stampa Sir.

Dal canto suo mons. Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece), ha rivolto un appello ai capi di Stato e di governo riunitisi a fine aprile a Cipro per un vertice che aveva in agenda la situazione geopolitica, con un occhio di riguardo a Ucraina e Medio Oriente. «L’Europa rimane, al momento, l’unico continente – o meglio, l’unica unione di Paesi – capace di guardare alle dinamiche globali ponendo al centro la pace, anziché interessi o mire di altro genere», ha affermato Crociata. «Il rischio che l’Europa perda questa capacità di essere sé stessa è quindi vitale, oserei dire, per il cammino dell’umanità, almeno in questa fase storica, segnata dall’emergere diffuso di minacce alla libertà e alla democrazia”.

Due fra le numerose prese di posizione sull’Europa, sulla sia situazione interna e sul ruolo che dovrebbe ricoprire sulla scena mondiale. Richiami opportuni, che sollecitano una riflessione sul presente e sul futuro dell’Unione europea nel giorno della Festa d’Europa.

Tornando alle origini

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche». L’Europa comunitaria, quella che noi oggi chiamiamo Unione europea, nasce nel secondo dopoguerra, sulle ceneri della tragedia bellica, in un continente diviso (dalla Cortina di ferro) e impoverito. Nasce con un grande obiettivo: la pace. Non a caso “pace” è la prima parola della Dichiarazione Schuman, resa dal ministro degli esteri francese il 9 maggio 1950 a Parigi, ritenuta la pietra miliare della “casa comune”, dalla quale scaturirà dapprima la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca, 1951), seguita dalla Comunità economica europea (Cee, 1957). Per questo il 9 maggio è la “Festa d’Europa”. Una giornata speciale per ricordare che l’Ue è stata costruita progressivamente – non senza errori, ritardi e passi indietro – da politici del calibro di Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Jean Monnet, Paul-Henri Spaak.

Nella Dichiarazione del 1950 si legge ancora: «L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. […] Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Paesi europei. La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni».

Pace, dunque, come obiettivo; convergenza economica e solidarietà politica come percorso concreto per una nuova Europa, che partiva da sei paesi membri: Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo.

Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano


La storia e l’attualità

Da quelle basi prenderà forma, nel corso dei decenni, con ampliamenti di competenze economiche e istituzionali e nuove adesioni di Stati (fino agli attuali 27, dopo la Brexit del Regno Unito), l’Europa che conosciamo oggi: l’Ue. Una istituzione sovranazionale, con poteri “delegati” dagli Stati aderenti, 450 milioni di cittadini, una significativa “potenza” economica. Eppure una voce politica flebile sullo scacchiere mondiale. Lo si vede in questa fase storica, rispetto ai tanti conflitti che si combattono dentro e oltre il “vecchio continente”.

Con l’aria sovranista che spira in Europa, sono attualmente a rischio quegli stessi valori costitutivi della “casa comune”: in primis la solidarietà tra gli stessi paesi aderenti, che in origine era intesa anche oltre i confini comunitari. Sono altresì rimessi in discussione impegni di recente acquisiti dall’Ue, come la lotta al cambiamento climatico: la Commissione Von der Leyen, che ne aveva fatto uno dei principali punti programmatici nella elezione del 2019, dal 2024 in poi sembra aver accantonato tale “missione”, sotto la pressione delle lobby industriali e delle posizioni politiche ed economiche che pongono il Green Deal in fondo alle proprie preoccupazioni. Fra Bruxelles e Strasburgo di questi tempi non si parla d’altro (per certi versi comprensibilmente) che di riarmo e difesa. E nel momento storico in cui occorrerebbero la massima unità e la condivisione di obiettivi e strategie politiche, le divisioni interne – spesso suscitate da egoismi nazionali o da timori elettorali da parte dei leader – indeboliscono l’Unione europea, il cammino di integrazione e la voce dell’Ue sulla scena internazionale.

Superare l’impasse, guardare al futuro

L’Europa resta un originale modello di integrazione fra popoli e Stati, non c’è dubbio. Ma ha bisogno di rinnovata coesione, di porgettualità e di leadership per affrontare i nuovi scenari internazionali, così pure necessita di riforme istituzionali per “avvicinarsi” ai cittadini e accrescere la propria capacità decisionale. E deve al contempo andare oltre i nazionalismi interni che ne frenano il cammino.

Un percorso non semplice ma necessario, che richiede di superare l’impasse politico, culturale e persino “spirituale”, per tornare a essere un simbolo di riconciliazione, di pace e di apertura al mondo. Per costituire nuovamente un punto di riferimento virtuoso che, non a caso, la Chiesa cattolica ha sempre sostenuto intuendone il valore aggiunto verso l’unità della “famiglia europea” (pur richiamandone di volta in volta limiti e ritardi).

«Uno dei più celebri affreschi di Raffaello che si trovano in Vaticano raffigura la cosiddetta Scuola di Atene – aveva osservato papa Francesco nella sua visita al Parlamento europeo di Strasburgo, nel novembre 2014 –. Al suo centro vi sono Platone e Aristotele. Il primo con il dito che punta verso l’alto, verso il mondo delle idee, potremmo dire verso il cielo; il secondo tende la mano in avanti, verso chi guarda, verso la terra, la realtà concreta. Mi pare un’immagine che ben descrive l’Europa e la sua storia, fatta del continuo incontro tra cielo e terra, dove il cielo indica l’apertura al trascendente, a Dio, che ha da sempre contraddistinto l’uomo europeo, e la terra rappresenta la sua capacità pratica e concreta di affrontare le situazioni e i problemi. Il futuro dell’Europa dipende dalla riscoperta del nesso vitale e inseparabile fra questi due elementi. Un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello “spirito umanistico” che pure ama e difende».

Un’Europa che ritrovi la propria “anima”, i valori fondativi. Al contempo occorre che gli europei riscoprano il significato di “cittadinanza europea”, si sentano un vero “popolo europeo”. Così l’Unione europea potrà continuare a essere una comunità di valori e un percorso politico di democrazia, diritti e benessere.





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