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Riflessioni durante il tempo del creato: il riscaldamento climatico visto dai giovani agricoltori

Intervista a Claudia Roggero dell’esecutivo nazionale dei giovani di Coldiretti
22/09/2026 di Flavio Gotta

Con la redazione de Il Chiostro a partire dalla Conferenza di Santa Marta in Colombia stiamo aggiungendo punti di vista diversi sugli effetti del riscaldamento del pianeta, un tentativo di offrire uno “sguardo sinodale”. Dopo il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, il delegato per l’ecologia della Provincia Euromediterranea dei gesuiti Mauro Bossi, in questo mese dedicato al “tempo del creato” è la volta di Claudia Roggero che abbiamo raggiunto mentre era al mercato a vendere il miele.

Claudia ha 28 anni, è di Rivoli (TO), laureata in scienze e tecnologie agrarie, apicoltrice, delegata regionale Giovani Impresa della Coldiretti Piemonte e componente dell’esecutivo nazionale dei giovani di Coldiretti con deleghe specifiche ad apicoltura e formazione. L’azienda di famiglia è anche una fattoria didattica e sociale, con attività di educazione all’agricoltura, all’ambiente e alla corretta alimentazione, un impegno nella formazione che accomuna le nostre realtà.

L’estate del 2026 è stata la più calda da quando si registrano le misurazioni puntuali del termometro, quanto ha influenzato la produzione agricola? È più difficile oggi il vostro lavoro?
In agricoltura siamo abituati a non avere certezze da un anno all’altro di quanto potremmo produrre, c’è sempre l’incognita del tempo che incide e senza volerlo dire in modo brutale, c’è un senso di rassegnazione a questo. L’importante è essere formati e consapevoli per provare a mettere in atto strategie che consentano di reggere alla variabilità, per esempio diversificando le produzioni per avere dei “piani b” in caso di situazioni avverse. Noi per esempio siamo una realtà multifunzionale per scelta aziendale e dal 2018 al 2023 (quando c’è stata una drastica riduzione della produzione di miele) se non avessimo investito anche in attività collaterali sarebbe stato decisamente più complesso superare le difficoltà. Questo però ci ha aperto al mercato e abbiamo parlato con persone diverse dalle solite.

Ma uscire dalla monocultura con rese certe non crea difficoltà quando si deve fornire per esempio la grande distribuzione?
Certamente questo è vero ed infatti anche se negli anni abbiamo avuto richieste dalla grande distribuzione abbiamo evitato questa strada perché nonostante con 200 arnie avremmo potuto affrontare quella sfida, siamo coscienti che abbiamo a che fare con degli esseri viventi con cui collaboriamo; per esempio ci sono stati anni in cui non avevamo il miele di acacia, le persone ci dicevano che sarebbero ripassate la settimana dopo a cercarlo ma abbiamo spiegato loro che non ci sarebbe stato fino all’anno successivo, con la prossima fioritura. Nella grande distribuzione questo non è contemplato. Per noi è un “lavoro in più” spiegare questo alle persone ma permette di sopravvivere a questi sbalzi climatici, ci vuole formazione, apertura verso la novità, idee nuove che ci possono essere all'interno dell'agricoltura, ma se ci si lascia in balia degli eventi è più complesso portare avanti un'impresa effettiva come sono le aziende agricole.

In parte viene in aiuto la digitalizzazione su alcune colture o macchinari o lavorazioni, in laboratorio. Il mondo dell'agricoltura è attivo sul lato innovazione tecnologica, ma è un po' più distaccato, fa più fatica a inserirsi nelle soluzioni digitali perché siamo agricoltori, non possiamo allontanarci da quello che la terra concretamente ci dà.

Interessante questo approccio disincantato verso la digitalizzazione che vede nella natura un limite oltre il quale non si può andare se si rispetta il rapporto con essa. Mi fa venire in mente l’allerta di Papa Francesco sulla tecnocrazia e l’appello all’ecologia integrale, ma anche la sapienza del limite esplicitato nella Magnifica Humanitas da Papa Leone.
Noi agricoltori conosciamo bene come la natura detta limiti alla nostra azione, noi siamo tarati su quel piano.
Poi in base magari alla dimensione aziendale può variare un po' questo approccio, però sappiamo che per quanto uno cerchi di accelerare i tempi non si può strafare. Per tornare alle api sono loro che mi fanno capire di non usare la fretta anche se la quotidianità di adesso ci porta ad un flusso interminabile e frenetico di attività. Sono le api che mi ricordano di fare le cose con più calma e se faccio veloce mi prendo mille punture perché non sono contente e di conseguenza ti dicono in maniera indiretta, guarda, rallenta un attimo che è meglio. E mi è stato utile perché altrimenti ci troviamo sempre sovraccaricati.

Questo discorso vale per una produzione “limitata” come quella del miele, ma per i tuoi colleghi che producono cereali o altre colture con quantitativi molto più grandi, la variabilità di produzione è un problema.
Certamente per loro è più complesso attivare percorsi alternativi. E poi a livello di grande distribuzione se uno si trova a fare meno produzione il prezzo che viene imposto rimane lo stesso e di conseguenza l'azienda si trova costretta a stare in equilibrio con condizioni penalizzanti. Per esempio quest’anno per la siccità non c'è stata abbastanza produzione e i ricavi non vanno a ricoprire i costi e ci si trova in grande difficoltà. Chi fa cereali, investe in macchinari e terreni, non ha la stessa duttilità di altre produzioni, per cui se il mercato non si adegua e i prezzi sono fermi a quelli di trent’anni fa, si può resistere un anno o due ma poi diventa davvero difficile.

Ma quindi più che i cambiamenti climatici il punto critico è il mercato?
Ripeto che noi siamo abituati a sottostare al clima, ma se il mercato non accetta questa situazione e vuole imporre le proprie dinamiche allora diventa quasi impossibile sopravvivere come imprese agricole. Spesso capita di discutere, soprattutto a livello generazionale, sul fatto che al di là delle politiche di aiuto economico abbiamo bisogno di politiche di sostegno degli allevamenti o delle produzioni che passano evidentemente per la tutela dell’ambiente: la Natura è la nostra fonte di sostentamento. Il petrolio che ha reso possibile la meccanizzazione è importante ma è un passo dopo, prima si deve custodire l’ambiente. Noi giovani siamo disposti a modificare il modo di produrre, ma anche il mercato deve riconoscere un valore diverso alla produzione.

Ti ringrazio perché sento una bella positività da parte tua, pensi di rappresentare il sentire generale di voi giovani agricoltori o in questa chiacchierata abbiamo tenuto sottotraccia le paure e le ansie?
Un filo di preoccupazione c'è sempre. Probabilmente siamo una generazione nata in un momento di disagio generale, quindi se non abbiamo un disagio interiore non possiamo far parte di questa generazione, è automatico. C'è sempre anche tra noi chi ha la catastrofe addosso, ci sta. Però io sono dell'idea che l'ambiente crea un equilibrio in sé stesso. Anni fa durante una formazione ci avevano spiegato come gli eventi naturali sono da interpretare: ciò che per noi umani è un disastro, per l’ambiente è la ricerca di un equilibrio e quindi con i cambiamenti climatici ci saranno negatività ma anche se non riusciremo a vederlo noi, anche se può essere complicato o difficile da accettare, si arriverà ad avere un nuovo equilibrio, con tutte le difficoltà del caso, quello è sicuro. Quindi un filo di preoccupazione c'è, però anche un po' di speranza altrimenti ci viene proprio difficile vivere quotidianamente anche le nostre aziende e l'ambiente che abbiamo attorno; quindi si spera, ecco! In generale tendiamo a cercare strade positive perché sennò non ci butteremo a gestire delle imprese agricole, anche se ogni tanto si pensa: ma chi me l'ha fatto fare? Però uno lo fa e ci investe la vita.

… e così chiudiamo la nostra chiacchierata ricordando la parabola dei talenti dove l’unico rimproverato è colui che non ci ha provato, chi si è chiuso alla Vita per paura.