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Qualcuno si muove per primo

Dalla fatica dell’organizzazione alla sorpresa di ciò che accade: quando la speranza smette di essere un’idea e diventa esperienza
20/03/2026 di Riccardo Savarè
La domenica prima di partire per la Scuola di Formazione per Studenti, a messa, ho sentito questa frase: La speranza poi non delude. Me la sono portata dietro come una coincidenza curiosa, l'evento si chiamava High Hopes, Speranze Alte, ci stava bene. Non avevo ancora capito che quella frase non era una cornice. Era una chiave. E avrei capito cosa apriva solo alla fine. 

Eravamo più di duemila, arrivati a Montesilvano da tutta Italia. I numeri non dicono nulla, finché non li vedi in una sala: duemila facce che smettono tutte insieme di fare le cose come si son sempre fatte. Finché non senti qualcuno che non hai mai incontrato in vita tua dire esattamente quello che pensavi e non eri ancora riuscito a dire ad alta voce. Certe cose non si raccontano. Si vivono, e poi restano. 

Noi dell'équipe ci eravamo arrivati dopo mesi in cui non era sempre chiaro se avrebbe retto. Testi riscritti da capo, cambi di direzione, riunioni finite tardi. Il tipo di lavoro che non si vede ma si sente, nel fatto che uno spazio funzioni o non funzioni. E in quei tre giorni abbiamo visto la stessa cosa nei ragazzi: chi cambiava idea davanti a uno sconosciuto, chi alzava la mano senza avere ancora la risposta, chi diceva proviamoci prima ancora di capire bene dove stava andando. Piccoli atti di coraggio che non finiscono mai sui resoconti. Tornando a casa, però, mi mancava ancora qualcosa. 

Ho riletto Paolo. E stavolta non mi è scivolata via una riga che la prima volta avevo quasi saltato: Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Dio non aspetta che siamo pronti. Si muove prima. È una logica che va contro quasi tutto. Il mondo premia chi arriva già formato, già sicuro, già con le risposte in tasca. Quella frase dice il contrario: che c'è Qualcuno che viene incontro prima ancora che tu sia all'altezza. E guardando indietro a quei tre giorni, mi sembra che sia esattamente la logica che li ha tenuti insieme. Perché nessuno di noi era pronto davvero, non noi che avevamo preparato l'evento, non i ragazzi che ci hanno partecipato. Eppure, qualcosa è accaduto lo stesso: conversazioni che sono continuate a cena, a notte fonda, sul pullman di ritorno. Cose piccole, concrete, che non si riducono a un programma ben riuscito.  Forse è qui che la speranza trova il suo fondamento: non nel fatto che tutto andrà bene, non nel fatto che saremo sempre all'altezza. Ma nel fatto che non dobbiamo partire da zero, da soli. Nel fatto che c'è Qualcuno, che si muove per primo. E noi possiamo solo decidere se restare fermi o provare a stare dentro quel movimento. 

La SFS è finita. Il palco è smontato. Ognuno è tornato alla propria città, alla propria scuola, alla propria quotidianità. Avevamo chiamato tutto questo High Hopes, Speranze Alte. All'inizio mi sembrava un titolo bello. Adesso mi sembra il nome giusto. Perché la prossima volta che qualcuno dirà si è sempre fatto così, probabilmente non tutti, ma sicuramente almeno uno degli oltre duemila presenti risponderà: proviamo in un altro modo. Non perché sia sicuro di farcela. Ma perché ha visto che si può. La speranza non delude, non perché tutto sia chiaro, non perché siamo già pronti, ma perché c'è Qualcuno che si muove prima ancora che lo siamo. E quello basta.