Mariangela Correale, campionessa italiana di weelchair dance e della nazionale, varie partecipazioni agli europei e ai mondiali, le qualificazioni ai prossimi nel mirino, “Donna dell’anno 2021” in Veneto ed una vita in Azione Cattolica. Servirebbe un elenco immenso per concentrare tutta la sua vita, tra momenti di sofferenza e traguardi straordinari, ognuno di questi vissuti però cercando sempre di volare alto, alcune volte sui problemi ed altre cercando di raggiungere vette sempre più ardue. Oggi è qui con noi per parlarci un po’ di sé e per raccontarci la recente partecipazione alla cerimonia di chiusura delle paralimpiadi di Milano-Cortina.
Ciao
Mariangela, benvenuta a Il Chiostro! Parlaci un po’ di te
«Ciao
a tutti e grazie di avermi invitato! Mi chiamo Mariangela Correale,
ho 38 anni e vengo da Sarno in provincia di Salerno. Nella vita sono
dipendente della pubblica amministrazione ed un’atleta professionista
di weelchair dancesport, essendo affetta dalla nascita di
acondroplasia, una patologia genetica rara derivante dal nanismo.»
Com’è
stata la tua infanzia?
«Normalissima,
per quanto chiunque possa immaginare il contrario. Ho fatto tutto
quello che ogni bambino fa ed ama fare, giocavo con i miei amici,
andavo in bici rigorosamente senza rotelle (ride),
giocavo a basket, frequentavo la parrocchia e andavo agli scout dove
ho fatto qualsiasi tipo di esperienza. Diciamo che la vita è un po’
cambiata quando durante l’adolescenza ho deciso di affrontare
l’operazione per l’allungamento degli arti inferiori, di solito
prassi per le persone affette dalla mia patologia. L’iter è stato
lungo, faticoso e doloroso, sono arrivate le stampelle prima e la
carrozzina poi, ma l’ho affrontato come ogni altra cosa nella mia
vita, ovvero con determinazione, serenità e fiducia nel Signore.»
Come
nasce la tua passione per la danza?
«Io
da bambina, fin quando ho potuto, ho sempre ballato hip hop, poi nel
2014 mi sono trovata in un momento in cui mi chiedevo cosa dovessi e
potessi fare della mia vita, come ogni giovane verso i 25 anni. Una
sera a Gaeta, durante lo spettacolo di Luca Napolitano (ex cantante
di Amici), conosco la scuola di ballo Gabry Dance di Poggiomarino
(NA) e colui che diventerà poi il mio insegnante ed amico fraterno
Gabriele Cretoso. Alcuni mesi dopo si ripete la stessa situazione ma
proprio a Poggiomarino, quindi convinta che fosse un segno vado a
parlare con Gabriele per esprimergli il mio desiderio di ballare e
partecipare. Lui mi rispose in modo semplice e diretto: “Hai perso
già troppo tempo, quando vuoi puoi iniziare”, fu lui poi a farmi
scoprire la weelchair dance, ovvero la danza in carrozzina.»
Com’è
andato l’approccio con questa disciplina così particolare?
«Inizialmente
ho dovuto adattare la mia passione a questo strumento, dove le ruote
diventano le proprie gambe e con le braccia si eseguono i volteggi.
Poi c’è stato da affrontare il costo della carrozzina speciale
sostenuto grazie a donazioni e raccolta fondi. Nonostante tutto nel
Luglio 2015 partecipiamo ai campionati italiani riuscendo a
raggiungere il mio primo posto, dopodiché ad Agosto ho avuto la
prima convocazione dalla FIDESM (Federazione Italiana DanzaSportiva e
Sport Musicali) in nazionale. Incredula e stupita da come la mia vita
stesse cambiando radicalmente nel giro di pochi mesi grazie ad una
cosa nata per gioco, a Novembre Partecipo ai mondiali di Roma e
riesco a piazzarmi nella top ten al settimo posto. Da quel momento è
iniziata la mia favola!»
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Cosa
si prova a vestire la maglia della Nazionale?
«È
una grandissima soddisfazione. Le prime volte chiedevo al mio maestro
se fosse tutto vero, se stesse capitando davvero a me. Io però ho
sempre sognato questo tipo di vita, girare il mondo, viaggiare e
farlo per la danza e con il tricolore sul petto è una gioia
immensa!»
A
che punto siamo in Campania e in Italia con le discipline
paraolimpiche?
«C’è
un forte movimento dovuto innanzitutto ad una grande richiesta, però
allo stesso tempo mancano un po’ le basi da un punto di vista
socio-culturale e rispetto alla questione investimenti. Ad esempio in
Campania non sono tantissimi i centri che permettono ai ragazzi
disabili di praticare sport, molti sono costretti a fare decine e
decine di chilometri per raggiungere il più vicino. Poi ci sono
altri ostacoli come i costi delle attrezzature, le barriere
architettoniche, i pregiudizi, ma allo stesso tempo ci sono anche
persone come il mio maestro Gabriele, tecnico FIDSM, che fanno
davvero i salti mortali per permettere ai ragazzi di realizzare un
sogno, che sia solo come hobby o anche agonisticamente, facendoli
sentire al pari con gli altri.»
Sappiamo
della tua esperienza ormai trentennale in AC, ma cosa significa per
te?
«Per
me l’Azione Cattolica è servizio ed è la missione che accomuna
tutti noi dell’AC, insieme alla capacità di essere testimoni senza
aspettare il cosiddetto “miracolo” ma agendo, facendo e
rendendosi utili alla comunità. È aiutare il prossimo, vivere il
contesto sociale soprattutto oggi dove la società è molto cambiata,
i ragazzi tendono ad essere più chiusi ed il mondo che li circonda
non li supporta in pieno.»
Rispetto
a tutto quello che hai vissuto, tra la malattia ed i successi
sportivi, che posto ha preso la fede?
«Centrale,
assolutamente. Sento il Signore sempre molto vicino, ho un rapporto
fraterno con lui, gli parlo ad alta voce, prima di ogni gara alzo lo
sguardo al cielo ma soprattutto non mi sono mai arrabbiata con lui
per quello che mi è successo. Fin da bambina mi son sempre data una
risposta, ovvero che questa è la vita che mi è stata donata, era
compito mio farne un capolavoro. Poi tutte le cose belle che mi sono
capitate sono avvenute in primis sempre grazie al suo volere.»
Cos’hai
provato quando ti è arrivata la chiamata per la cerimonia di
chiusura di Milano-Cortina?
«È
stata una chiamata dal cielo per me, un qualcosa che non ho
assolutamente cercato ma che è arrivato al culmine di tanti
sacrifici e traguardi raggiunti grazie a me stessa e alla mia
famiglia. Mi arriva un messaggio dalla produzione dove mi chiedono di
partecipare e rimango giustamente scioccata, tanto da metterci un po’
a metabolizzare e rispondere. Dopo una fase di organizzazione, dato
il mio impegno agli Assoluti di Riccione a febbraio, accetto e parto
insieme a Giusy Sbaglio, altra allieva della mia scuola e del maestro
Gabriele Cretoso.»
Che
esperienza è stata e cos’hai provato poco prima di entrare in
scena?
«Totalmente
travolgente, un vortice di emozioni. È stato tutto molto
professionale, siamo stati fin da subito in contatto con lo staff e
poi con il coreografo, Thomas Signorelli, che ci ha messe subito a
nostro agio presentandoci una coreografia studiata nei minimi
dettagli e adatta anche alla nostra disciplina. Si è creata una
grande famiglia, soprattutto con i 60 ballerini, tra prove, risate e
tanto affetto. Prima di entrare sul palco stavo ancora ripetendo in
mente la coreografia dato che avevamo fatto una settimana intensa di
prove, ero un po’ agitata ma soprattutto non mi sono resa conto
della bellezza delle forme e figure che abbiamo creato, un effetto
che solo rivedendoci poi dall’alto ho potuto notare. Dopo la prima
esibizione ero convinta che fossero ancora solo prove (ride).
Poi abbiamo conosciuto la piccola Sofia Tansella con la sua enorme
voglia di vivere e determinazione e Dergin Tokmak, straordinario
ballerino del Cirque du Soleil.»
Che
consiglio daresti ad un giovane che ha la passione per una
disciplina?
«Ciò
che dico a tutti i ragazzi, credete sempre nei vostri sogni, non
lasciatevi ingannare né dalle vostre paure né dal pregiudizio
altrui. Amatevi di più e fate in modo che la vostra vita non sia una
raccolta di rimpianti, credete nelle vostre capacità e fate ciò che
vi fa stare bene, ricordando sempre che i limiti esistono solo nella
nostra mente.»
