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«Perché [oggi] non [si] può e non [si] deve entrare nei Fasci»

Variazione sul titolo per una resistenza culturale contemporanea
25/04/2026 di Marco Pio D'Elia

Ogni mattina, nel tragitto breve e quasi rituale che da casa mi conduce alla piazza dove attendo l’autobus per raggiungere l’università, passo davanti a un grande edificio che è stratificazione di memorie, essendo insieme liceo e scuola media, la stessa che ho frequentato da adolescente. Proprio sul muro che unisce le due istituzioni, non saprei dire quando, è comparsa la scritta «Salerno è antifascista». La fotografai un anno fa, in occasione della Festa della Liberazione, quasi fosse un segno discreto ma deciso di appartenenza, una dichiarazione incisa nella carne viva della città. A distanza di dodici mesi, quella stessa scritta ha conosciuto una sorte inquieta, diventando il campo di una contesa silenziosa: prima mutilata, con la cancellazione del prefisso «anti», poi del tutto oscurata per far spazio a una svastica e ad altri simboli non meno volgari; quindi riscritta, corretta, nuovamente cancellata e ancora una volta ricomparsa. È una scritta che resiste, che continua ostinatamente a riaffiorare, come se custodisse in sé una volontà personale e collettiva insieme. Una parola che si oppone all’oblio, che si rifiuta di essere neutralizzata in un tempo che, invece, sembra chiedere con urgenza una rinnovata capacità di resistenza al male che si insinua nelle pieghe del quotidiano. E tuttavia, ciò che mi colpisce di più è il luogo in cui questa contesa si consuma. Quello di una scuola, spazio dedicato allo studio della storia e quindi all’esercizio del pensiero critico, alla lenta costruzione di una coscienza civica e civile. È lì, proprio lì, che affiorano i segni di un’intolleranza che guarda con nostalgia a un passato tutt’altro che pacificato, che lascia intravedere i rigurgiti di una violenza mai del tutto sopita.




Scopri il portale Biografie Resistenti, lanciato dall’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI il 25 aprile del 2020, in occasione del 75° anniversario della Resistenza. Il lavoro di ricerca ha come obiettivo finale la creazione di una banca dati completa con la schedatura dei soci, delle socie e degli assistenti di Azione cattolica ai quali è stata riconosciuta un’onorificenza (medaglia al valore civile, medaglia al valore militare, titolo di giusto fra le nazioni), nonché di quelli che hanno partecipato attivamente alla guerra di liberazione come combattenti, staffette, cappellani militari o membri dei Comitati di liberazione nazionale locali.



 La verità è che la parola «antifascista» per alcuni è ancora oggi molto scomoda, quasi impronunciabile, come se nominarla significasse esporsi, dichiararsi, entrare in un campo che si preferisce evitare. Eppure, al di là di ogni schieramento, resta un dato che non può essere relativizzato senza smarrire il senso stesso della storia. Che cosa accade, allora, quando perfino il rifiuto di quella stagione – il dirsi «anti» – diventa motivo di esitazione? Forse siamo davanti a una forma più sottile di smarrimento, a una difficoltà nel riconoscere il male per ciò che è, nel chiamarlo per nome senza attenuarlo. Questa esitazione, questo timore quasi impercettibile ma diffuso, mi riporta alla mente una pagina di storia di inizio Ventennio, quando il fascismo muoveva i suoi primi passi e già manifestava il proprio volto aggressivo anche nei confronti della Chiesa. In quel contesto, la Gioventù Femminile di Azione Cattolica avvertì con lucidità l’urgenza di una presa di posizione netta, avulsa da qualsivoglia spirito polemico e fedele a un principio ben più alto. Armida Barelli lo comprese con chiarezza, non era possibile conciliare appartenenze che si fondavano su visioni dell’uomo radicalmente incompatibili. Parlò, non a caso e senza ambiguità, di inconciliabilità tra «il distintivo della Gioventù Femminile col distintivo fascista». Mossa dalla necessità di dare direttive più chiare alle proprie dirigenti, Armidascrisse un articolo dal titolo esplicito: Perché la G.F.C.I. non può e non deve entrare nei Fasci, e lo portò a Roma, chiedendo che fosse pubblicato sul Bollettino ufficiale dell’Unione femminile cattolica italiana. Le venne suggerito di evitare un’esposizione così aperta, di limitarsi a una circolare riservata alle dirigenti, quasi a contenere il rischio di una presa di posizione pubblica. La sua risposta fu netta: «No, la circolare può esser letta solo da qualcuno o qualcuna, mentre sul Bollettino l’articolo sarà letto da tutte le Dirigenti: le Donne di A.C., le Giovani, le Universitarie ed anche da altri. Bisogna dare le direttive opportune ed esplicite in questo momento. Metta l’articolo nella pagina della G.F., la responsabilità sarà tutta mia». Il titolo venne poi attenuato per prudenza redazionale in La Gioventù Femminile Cattolica Italiana e il fascismo, ma il contenuto rimase intatto, coscientemente mite e coraggioso. «Noi della Gioventù femminile sentiamo che non con la violenza, l’odio, la guerra fratricida si possono condurre gli animi alla pacificazione sociale; noi sentiamo che non vi può essere assetto duraturo se non fondato su la pietra angolare che è la fede in Cristo», è quanto affermava con forza Armida. Non è attraverso «la violenza, l’odio, la guerra fratricida» che si costruisce la pace e nessun ordine sociale può dirsi giusto se non poggia su una visione dell’uomo radicata nella dignità e nell’amore. Ben più di una posizione storica. È una visione teologica e insieme civile dell’idea di politica, che per non degenerare deve riconoscere un limite, una misura, una verità sull’umano che non può essere violata. In quelle righe si avverte il rischio attuale di un mancato discernimento, non aggressivo ma fermo, capace di dire no quando necessario. «Non può la G.F.C.I. schierarsi con nessuno che, dimentico o negatore della legge d’amore predicata dal Vangelo, getta il seme di rinnovate discordie; non può», scriveva. Parole che oggi richiamano all’obbedienza verso chi invita alla pace e alla fraternità universale, pur rischiando di esporsi al sospetto e al discredito – decisamente paradossale – di alcuni potenti.

 Senza forzare paralleli impropri né piegare il passato alle categorie del presente, resta tuttavia evidente come quella linea di demarcazione tra ciò che costruisce l’umano e ciò che lo disgrega attraversi ancora il nostro tempo. Che cosa siamo chiamati a fare, allora? La risposta, se si guarda con onestà alla storia, non sta in gesti straordinari o in parole gridate, ma in quel tutto necessario possibile che tiene ferma la possibilità. In altre parole, partecipare a quella trama quotidiana di responsabilità che non si arrende, che non cede al disincanto, che continua a costruire anche quando le condizioni sembrano negarlo. È quanto fecero, vent’anni dopo Armida Barelli, i giovani di Azione Cattolica guidati da Carlo Carretto, in uno dei passaggi più drammatici della storia italiana. In un Paese lacerato dalla guerra e dalla divisione interna, Carlopreferì la via di una resistenza paziente e concreta a discapito dell’attesa o della rassegnazione. Garantire la continuità della vita associativa, persino attraverso un tesseramento portato avanti regolarmente fino all’ultimo anno di guerra, non fu un mero fatto organizzativo, ma un gesto politicamente evangelico. Significò non lasciare che il tessuto umano e spirituale si disgregasse. Anche nelle circostanze più dure, come nel dicembre del 1944 con l’«ora dell’unione», nata in risposta alla campagna anticlericale del regime di Salò, si cercò di custodire uno spazio di comunione e preghiera, uniti al Cristo Eucarestia, col papa e coi pastori. Carlo e i suoi, con lo sguardo di chi crede alla Pasqua, di chi vede oltre l’impossibilità delle cose, agirono di conseguenza: «Per quanto dipende da noi, faremo tutto ciò che potremo per difendere, potenziare, sostenere l’organizzazione in quest’ora. Non si potranno fare le grandi assemblee diocesane? Le sostituiremo coi frequenti incontri foraniali. Saranno tagliate le vie della propaganda? Le sostituiremo coi fili delle relazioni epistolari. Non giungeranno i giornali nazionali? Li sostituiremo coi giornalini litografati o ciclostilati diocesani o foraniali o di associazione».Riduttivo pensare fosse solo ingegno pratico, fu piuttosto una forma di fedeltà creativa, capace di adattarsi senza tradirsi. Si organizza così la resistenza della cultura, dalla formazione, della fede, dalla custodia della coscienza. Una resistenza che rifiuta di lasciare i giovani in balia dell’ignoranza o della propaganda e che invece li accompagna a maturare uno sguardo critico, una responsabilità personale, una libertà interiore. Una resistenza alla stupidità, intesa secondo il pensiero di Dietrich Bonhoeffer, «trattandosi essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelligenza ma l’umanità di una persona», come una ferita dell’umanità stessa, qualcosa che rende l’uomo incapace di riconoscere il reale, di opporsi al male, di restare saldo. È qui che la questione torna a noi, ai nostri luoghi – le scuole, le piazze, le comunità parrocchiali – chiamati a essere ancora centri di formazione autentica. Spazi in cui generare persone meno esposte alla “stupidità” e più radicate in un’autonomia interiore, in una capacità di giudizio che renda possibile riconoscere il bene e sceglierlo. Ambienti in cui – senza cedere alla tentazione di sovrapporre i tempi della storia – resistere a quelle forme nemmeno troppo latenti di potere che si affermano attraverso la violenza, che si nutrono della contrapposizione, che trasformano la differenza in esclusione e il dissenso in ostilità. Si tratta in buona sostanza di riconoscere con lucidità ciò che continua a minare la convivenza umana e assumersi la responsabilità del cambiamento. Perché ogni epoca ha bisogno della sua resistenza, e la nostra, forse, comincia proprio da qui.