Come Azione Cattolica ci chiediamo non come rendere più efficaci le nostre proposte, ma da dove esse traggono vita. Senza una sorgente spirituale riconosciuta e abitata, anche i percorsi più curati rischiano di diventare attività ben organizzate ma incapaci di generare e sostenere la fede. Il nostro è un invito a guardare la fede come esperienza che attraversa la vita e le relazioni, perché scegliere di fermarsi sulla soglia del mistero significa accogliere il rischio di sentirsi chiamati a una presenza più autentica, più intera. Ne abbiamo parlato al Convegno nazionale Verso l’alto, per educatori e animatori di Azione Cattolica, con Paola Bignardi, già Presidente nazionale di AC e che da sempre osserva con attenzione il cammino spirituale dei giovani e delle comunità, e con suor Elena Massimi, che da docente di liturgia porta con sé la profondità dei segni e della celebrazione come esperienza viva della Chiesa.
Perché oggi una scelta educativa spirituale
Parlare oggi di scelta educativa spirituale significa prima di tutto chiarire di che cosa stiamo parlando. Spiritualità non è sinonimo di pratica religiosa né si esaurisce nella partecipazione alla liturgia o nella vita sacramentale. Come ricorda Paola Bignardi, la spiritualità è una dimensione ampia, che attraversa tutta la vita e coinvolge la persona nella sua interezza: affetti, relazioni, lavoro, domande di senso. Proprio per questo non può esserci una vera esperienza religiosa senza una autentica esperienza spirituale, capace di tenere insieme fede e vita. Eppure, se la spiritualità è così profondamente intrecciata all’esistenza, la liturgia non ne è un’aggiunta esterna. Al contrario, ne è una delle sorgenti più decisive. La fatica che oggi molti esprimono nei confronti delle celebrazioni non va letta come un rifiuto del mistero o della fede, ma come il segnale di una frattura tra ciò che si vive e ciò che si celebra, tra le domande profonde delle persone e i linguaggi con cui la Chiesa prova a intercettarle. In questo senso, la crisi della liturgia è anche lo specchio dello stato di salute delle nostre comunità. Scegliere di ripartire dalla vita spirituale, allora, significa riconoscere che senza una sorgente condivisa anche i percorsi educativi più curati rischiano di perdere profondità. Come sottolinea suor Elena Massimi, la liturgia non è semplicemente un testo da spiegare o un rito da eseguire correttamente, ma un’azione viva della Chiesa, fatta di linguaggi molteplici – gesti, silenzi, canti, spazi, tempi – che coinvolgono il corpo e la storia delle persone. È qui che la fede può diventare esperienza. Per l’educatore di Azione Cattolica, questa scelta educativa interpella in modo diretto. Non si tratta solo di portare i ragazzi, i giovani, gli adulti a celebrare, ma di aiutare ciascuno a riconoscere nella liturgia un luogo in cui la propria vita è accolta e trasfigurata. Ripartire da qui è un atto di fiducia nel Vangelo che continua a farsi carne nella vita delle persone e delle comunità.
Dal precetto al desiderio: educare al senso del mistero
Una delle provocazioni più forti che attraversano la riflessione sulla liturgia oggi riguarda il passaggio dal precetto al desiderio, perché una fede che si regge solo sull’adempimento è destinata a indebolirsi. Le voci ascoltate non chiedono l’abolizione della liturgia, ma una liturgia che valga la pena di essere vissuta. Una liturgia capace di attrarre, di dire alla/la vita, di generare il desiderio di tornare. Non a caso Paola Bignardi parla di esperienze coinvolgenti. Coinvolgenti nel senso più autentico del termine, cioè capaci di prendere tutta la persona, di toccarne il corpo, l’intelligenza, le emozioni. Quando la liturgia diventa solo una sequenza di parole da ascoltare o di gesti da compiere, rischia di trasformarsi in uno spazio estraneo, che non intercetta le domande reali dell’esistenza. Al contrario, quando è vissuta come esperienza comunitaria, quando fa sentire di essere parte di qualcosa e non semplici spettatori, allora riacquista forza e significato. In questo senso, emerge con chiarezza un bisogno profondo fatto di relazioni vere, silenzio abitabile, armonia, bellezza, tutte dimensioni costitutive di una liturgia che voglia educare. Suor Elena Massimi richiama con forza queste dimensioni della liturgia. Non si entra nel mistero comprendendo tutto, ma lasciandosi introdurre da segni che parlano prima ancora delle parole. Il rischio, oggi, è quello di ridurre la celebrazione a un esercizio formale o a una spiegazione continua, perdendo la forza educativa del simbolo. Eppure, è proprio il simbolo che permette di fare esperienza di ciò che supera, senza annullare, la comprensione razionale. In questa prospettiva, la liturgia è lo spazio in cui si viene accompagnati a entrare nel mistero. È questo che le persone, spesso senza saperlo esprimere chiaramente, stanno cercando, in altre parole un’esperienza che apra alla profondità, essenziale per la vita. Quando la liturgia è viva, abitata e creduta, genera attrazione, perché restituisce alla fede il suo volto più autentico, quello dell’incontro.
Iniziazione e mistagogia: la via educativa da riscoprire
Se la liturgia è chiamata a diventare esperienza viva e desiderabile, allora la questione educativa diventa inevitabile: come si impara davvero a vivere i sacramenti? Una delle intuizioni più forti emerse è che la fede non si trasmette principalmente per spiegazione, ma per accompagnamento. Si tratta di introdurre progressivamente all’esperienza, lasciando che siano i segni stessi a parlare. In questo senso, il modello dell’iniziazione cristiana appare oggi sorprendentemente attuale. L’iniziazione è un processo graduale, comunitario e simbolico. Si diventa cristiani attraversando condividendo gesti, entrando lentamente in un linguaggio che all’inizio può risultare estraneo ma che, col tempo, diventa familiare. Come ha ricordato suor Elena Massimi, non si può pretendere una partecipazione piena alla liturgia senza un cammino che abiliti a riconoscerne il senso profondo. Qui si colloca la mistagogia, una parola antica che custodisce una grande sapienza educativa. Mistagogia significa «condurre dentro il mistero», non spiegare dall’esterno ciò che accade, ma aiutare a rileggere l’esperienza vissuta, a coglierne le risonanze nella vita, a riconoscere come la grazia opera attraverso segni concreti. È un’educazione che avviene dopo e durante la celebrazione e che restituisce al rito la sua forza formativa. Spesso, anche nelle nostre comunità, manca un vero investimento in questa direzione. Il rischio è duplice: da una parte una liturgia subita, dall’altra una liturgia ridotta a concetto. La via dell’iniziazione e della mistagogia, invece, tiene insieme corpo, parola, tempo e comunità, riconoscendo che la fede cresce per immersione, non per accumulo. Per l’educatore di Azione Cattolica, questa prospettiva apre uno spazio di responsabilità e di creatività. Accompagnare significa rispettare i tempi, valorizzare i piccoli passi, costruire esperienze che rendano accessibili i segni prima ancora di spiegarli. Significa fidarsi del fatto che la liturgia, se vissuta con cura e fedeltà, possiede in sé una forza educativa capace di generare fede matura. Riscoprire l’iniziazione e la mistagogia non è quindi un ritorno a modelli del passato, ma una scelta profetica per abitare il presente con intelligenza spirituale.
Educare in associazione: celebrare per diventare comunità
Rileggere la liturgia in chiave educativa conduce inevitabilmente al cuore dell’esperienza associativa. I sacramenti, infatti, non sono mai gesti privati né momenti riservati alla sfera individuale della fede. Essi sono azioni della Chiesa, che costruiscono il corpo ecclesiale e rendono possibile una fraternità reale. È celebrando insieme che si impara ad appartenere, a riconoscersi parte di una storia più grande, a vivere la fede non come esperienza solitaria ma come cammino condiviso. In questo senso, l’Azione Cattolica può essere un luogo privilegiato di educazione liturgica e spirituale. La vita associativa, con i suoi tempi, i suoi percorsi e le sue relazioni, può diventare un vero laboratorio in cui la liturgia non resta confinata alla celebrazione domenicale, ma si intreccia con la vita quotidiana. Campi, ritiri, tempi forti dell’anno liturgico, esperienze di servizio e di fraternità sono spazi in cui i segni celebrati trovano carne, e in cui i sacramenti vengono riconosciuti come sorgente di uno stile di vita. Qui emerge con forza la responsabilità dell’educatore. Non come esperto o animatore di riti, ma come testimone credibile di una liturgia abitata e amata. Nessun percorso può essere davvero formativo se chi educa non crede per primo nella forza educativa della liturgia. Preparare una celebrazione, curarne i segni, rispettarne i tempi, viverla con fede non sono dettagli organizzativi, ma atti profondamente educativi, che parlano più di molte spiegazioni. Educare alla fede, oggi, non chiede nuove strategie o soluzioni rapide, ma uno stile. Uno stile che nasce dall’ascolto della vita, si nutre della liturgia e si traduce in relazioni fraterne. Ripartire dalla celebrazione significa allora restituire centralità alla sorgente da cui tutto prende forma. Perché è solo una comunità che celebra con verità a poter educare alla santità quotidiana e accompagnare, con umiltà e fiducia, il cammino di fede delle persone che le sono affidate.
