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Il Giorno della Memoria. Tra passato e presente

Non un rito sul passato, ma uno spazio che lo apre: alla vigilanza democratica, alla difesa dei diritti, al riconoscimento della dignità di ogni essere umano.
27/01/2026 di Antonio Martino

Il 27 gennaio del 1945 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti. Quel gesto, compiuto dall’Armata Rossa, segnò la fine simbolica del più grande dispositivo di sterminio mai organizzato dall’uomo. Non pose fine alla sofferenza - che sarebbe continuata a lungo nei corpi e nelle vite dei sopravvissuti - ma rese finalmente visibile al mondo ciò che per anni era stato costruito, amministrato e nascosto. Dagli albori del nuovo millennio, quella data è diventata una ricorrenza internazionale, il Giorno della Memoria: un tempo civile destinato non solo a commemorare i milioni di vittime della Shoah, ma a interrogare le coscienze sul modo in cui l’orrore poté essere concepito, organizzato e realizzato.

La Shoah non fu una catastrofe improvvisa né un’esplosione irrazionale di violenza. Fu il risultato di decisioni politiche, di apparati amministrativi, di leggi, di linguaggi e di pratiche che trasformarono l’esclusione in norma e la persecuzione in dovere. Per questo il Giorno della Memoria non può ridursi a una commemorazione rituale delle vittime. Esso chiama in causa le responsabilità politiche e istituzionali, ma anche le forme di adattamento, di consenso e di indifferenza che accompagnarono la persecuzione. Senza un rigoroso lavoro storico, la memoria rischia di diventare un esercizio ripetitivo, capace di suscitare emozione ma non consapevolezza. Ricordare non significa solo provare compassione, ma comprendere come fu possibile che intere società accettassero, giustificassero o ignorassero la progressiva negazione dei diritti di una parte dei propri cittadini.

Nel tempo, il 27 gennaio ha assunto un significato che va oltre il suo riferimento originario. È diventato uno spazio condiviso di riflessione sulla fragilità dei diritti e sui limiti della violenza esercitata dal potere. Non perché la Shoah possa o debba essere assunta come metro di ogni tragedia storica, ma perché in essa si colgono, nella loro forma estrema, i processi attraverso cui individui e gruppi vengono progressivamente privati di tutela giuridica e simbolica, ridotti a categorie astratte, infine esposti a una violenza esercitata in nome dell’ordine, della sicurezza, della legge. È in questa dinamica che la memoria della Shoah conserva una forza interrogante che non riguarda solo il passato, ma il modo in cui le società democratiche pensano sé stesse.

Nel contesto internazionale attuale, segnato da guerre e crisi umanitarie, queste domande tornano con particolare forza. La sofferenza delle popolazioni civili, ovunque colpite, interpella le coscienze e chiede attenzione, responsabilità, discernimento. Ma proprio per questo la memoria della Shoah va maneggiata con rigore. Essa non può essere piegata a letture semplificate del presente né trasformata in uno strumento polemico. La sua specificità storica va custodita per evitare che diventi una chiave interpretativa impropria o una legittimazione ideologica, capace più di dividere che di chiarire.

In questo quadro è essenziale distinguere con fermezza tra la critica alle politiche di uno Stato e l’attribuzione di colpe su base identitaria. L’antisemitismo contemporaneo non si manifesta solo nelle forme esplicite dell’odio e della violenza, ma anche attraverso generalizzazioni che cancellano differenze storiche e politiche, che confondono piani diversi e riattivano antichi schemi di esclusione. Difendere la memoria della Shoah significa anche vigilare su questi slittamenti, riconoscerli e contrastarli.

Ricordare il 27 gennaio significa allora tenere insieme memoria e responsabilità. Significa nominare colpe e complicità, senza rimozioni né autoassoluzioni. Significa riconoscere nel Giorno della Memoria non un rito che chiude il discorso sul passato, ma uno spazio che lo apre: alla vigilanza democratica, alla difesa dei diritti, al riconoscimento della dignità di ogni essere umano. È in questa tensione, mai risolta una volta per tutte, che la memoria continua a essere necessaria.