Per l’ultimo incontro online di formazione dedicato al tema delle morti sul lavoro, il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica ha promosso un incontro di grande spessore civile e culturale, a partire dal libro-inchiesta “Operaicidio. Perché e per chi il lavoro uccide. Le storie, le responsabilità, le riforme”, scritto dal magistrato Bruno Giordano e dal giornalista Marco Patucchi. L’iniziativa ha rappresentato un’importante occasione di riflessione su una delle ferite più profonde della società italiana: la continua perdita di vite umane nei luoghi di lavoro. Una tragedia che, troppo spesso, viene relegata alla cronaca quotidiana e che, invece, interpella direttamente la coscienza civile, politica e morale del Paese.
Fin dalle prime battute dell’incontro, gli autori hanno richiamato il valore costituzionale del lavoro. La Repubblica italiana, infatti, è fondata sul lavoro non soltanto come attività economica, ma come strumento di dignità, partecipazione e promozione della persona. Proprio per questo, le morti sul lavoro rappresentano una ferita che colpisce non soltanto le vittime e le loro famiglie, ma la stessa democrazia.
Il libro nasce dall’incontro tra due esperienze professionali,
diverse ma complementari: quella di Marco Patucchi, giornalista de
“La Repubblica” che per oltre trent’anni ha seguito il tema
della sicurezza sul lavoro, e quella di Bruno Giordano, magistrato ed
ex direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, che ha dedicato
gran parte della sua attività professionale alla tutela dei
lavoratori, della salute e dell’ambiente.
Gli autori hanno spiegato di aver sentito il dovere di andare oltre la semplice denuncia. Operaicidio non è soltanto un libro di analisi, ma una proposta di riflessione collettiva che cerca di individuare le cause profonde di un fenomeno che continua a produrre vittime ogni giorno. Particolarmente significativo è il racconto delle cento storie raccolte nel volume. Non si tratta di casi eccezionali, ma di vicende ordinarie, spesso dimenticate dopo poche ore. Gli autori hanno parlato degli “ultimi” e dei “penultimi”: i penultimi sono coloro che almeno riescono a diventare simboli di una battaglia civile; gli ultimi sono invece le vittime che scompaiono rapidamente dall’attenzione pubblica, lasciando il loro dolore confinato nelle famiglie e nelle comunità locali. Nel corso dell’incontro è emersa una forte autocritica nei confronti delle istituzioni e del sistema dell’informazione. Da una parte la lentezza dei procedimenti giudiziari e la difficoltà delle famiglie ad ottenere giustizia; dall’altra un’informazione spesso intermittente, che si accende soltanto davanti alle grandi tragedie o ai casi più mediaticamente rilevanti.
Ampio spazio è stato dedicato anche alle proposte avanzate nel libro. Tra queste figurano la creazione di un’Authority nazionale per la sicurezza sul lavoro, il coordinamento delle banche dati dei diversi enti ispettivi, l’istituzione di una Procura Nazionale del Lavoro e il riconoscimento del gratuito patrocinio per le famiglie delle vittime. Gli autori hanno tuttavia sottolineato che nessuna misura tecnica potrà essere realmente efficace senza una più ampia riforma del mercato del lavoro e senza un contrasto deciso alla precarietà, al sistema degli appalti e subappalti incontrollati e al lavoro nero.
Particolarmente intensa è stata la riflessione finale di Bruno Giordano, che ha richiamato il valore della dignità umana alla luce della Costituzione e della Dottrina Sociale della Chiesa. Citando Papa Francesco e le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti, ha ricordato come lo sfruttamento dell’ambiente e lo sfruttamento delle persone siano spesso due facce della stessa realtà. Quando il profitto diventa l’unico criterio di giudizio, la persona rischia di essere ridotta a strumento. Da qui il richiamo al quinto comandamento, “Non uccidere”, che gli autori invitano a rileggere anche nel contesto del lavoro. La sicurezza non può essere considerata soltanto una questione tecnica o burocratica: è anzitutto una questione di rispetto della vita e della dignità della persona.
L’incontro promosso dal MLAC ha offerto ai partecipanti non solo dati e analisi, ma soprattutto una prospettiva culturale e valoriale. Parlare di morti sul lavoro significa infatti parlare di giustizia sociale, di diritti, di responsabilità collettiva e di dignità umana. Significa interrogarsi sul modello di sviluppo che stiamo costruendo e sul valore che attribuiamo alla vita delle persone. Come ha ricordato Bruno Giordano, la retribuzione, il lavoro, la sicurezza e i diritti trovano il loro fondamento nella dignità della persona. È da questa consapevolezza che può nascere un impegno autentico per costruire un lavoro più giusto, sicuro e umano.
