Passa al contenuto

Oltre le mezze stagioni

Cambiamenti climatici tra le mani e una torre di babele tecnologica che si sbriciola
30/10/2026 di Flavio Gotta

Se in Piemonte vendemmio ad agosto o se in ottobre a Roma ho ancora bisogno del condizionatore acceso tutto il giorno, se non scende più la nebbia a Venezia o le nevicate in Sicilia arrivano spesso al livello del mare non sono solo il segno di un cambiamento climatico di fatto, ma sono la fine di un immaginario collettivo. Saltano le metafore, salta il modo di pensare ai nostri territori nel giro di una generazione o poco più.

Non è questione di credere agli scienziati, basterebbe credere a quanto ci accade attorno. La classica frase “non ci sono più le mezze stagioni” l’abbiamo canzonata ed oggi non la diciamo neanche più perché è difficile identificare le stagioni stesse.

Cos’abbiamo tra le mani
Ci troviamo a vivere le trombe d’aria che vedevamo solo nei film USA ed ora bussano alla porta allarmandoci come uno dei tre porcellini, con la sensazione che nessun luogo sia davvero sicuro. Sentiamo quell’umidità appiccicaticcia che leggevamo nei libri degli esploratori di foreste pluviali dell’Asia o dell’America Latina e scopriamo in casa insetti mai visti, che ci paiono modificati nel corpo e nello spirito, costruiamo zanzariere indispensabili per difenderci e sopravvivere. Dallo sgombero con i trattori alle discese con gli sci, l’industria della neve vede sciogliere i propri introiti e così inventiamo slalom sull’erba (anch’essa che cresce a fatica per la siccità di montagna) e le ditte tengono in garage costose attrezzature che in pochi anni si svuotano di senso, per poi rimanere sorpresi da eccezionali nevicate che fanno dire all’unisono a giovani del nord come ad immigrati africani “è la prima volta che vedo la neve!”.

La Natura vince sempre
E così via… fino ai Paesi Bassi dove ad Amsterdam cercano di capire come trattenere l’acqua dopo secoli di ingegno per non esserne sommersi, o in Italia dove tecnologici impianti di irrigazione non bastano perché il sole letteralmente “cuoce” le piante delle nostre colture e non si creano le condizioni di equilibrata maturazione dei frutti… tutti segnali, magari non generalizzati, ma che parlano chiaro anche di un senso d’impotenza -o inutilità- dell’azione dell’uomo: abbiamo studiato come “difenderci” da una natura matrigna di leopardiana memoria ma nel frattempo la Natura stessa ha già cambiato modo di esistere per difendersi dall’azione invasiva dell’uomo.
Nella sapienza popolare la Natura vincerà sempre ma la propaganda tecnologica ci illude di una facile vittoria con la prossima determinante scoperta scientifica. Come in ogni guerra, nessuno esce davvero vincitore: la guerra è una sconfitta per tutti! La devastazione investe tutti, lo spreco di energie, il saccheggio di materie, lo scempio di flora e fauna per voler dominare sono impoverimento generalizzato.

Al termine di ogni conflitto senza esclusione di colpi, si sa, qualcuno metterà una firma su un trattato di pace decidendo gli equilibri futuri e qualcuno subirà il finale. La Natura sarà quella che deciderà il futuro e non certo l’uomo! 

Dare il nome alle cose
Secondo il sapienziale racconto biblico di Genesi, l’umano è chiamato a custodire la Natura, non a dominarla e trasformarla violentandola secondo necessità! Dare il nome agli animali non significa cambiare l’essenza dell’animale, bensì capirlo meglio: più il nome è azzeccato più è rappresentativo di quell’animale, quel frutto, quel materiale; la nostra azione come creature privilegiate è quella di capire gli elementi della creazione non certo di costringerli a diventare ciò che non sono. La scienza studia e capisce ciò che la Natura è, la tecnologia è la manipolazione di quella scoperta e quand’anche l’uomo riesce a cambiare il nome delle cose è necessario vigilare sulle conseguenze che questo cambiamento comporta…se non altro dandosi il tempo per trovare un nuovo equilibrio reciproco. Siamo tutti connessi, ci ha ricordato Francesco.


La torre tecnologica conquista il cielo
Prima di inventare nuove tecnologie per rimediare alle conseguenze problematiche delle vecchie tecnologie forse potremmo osservare e tornare a dare il nome alle cose per cosa effettivamente sono. E se fa troppo caldo imparare a riconoscere il caldo e come moderni beduini, scoprire quali fonti di refrigerio possiamo copiare dalla Natura e non creare piste da sci a Dubai che hanno stuoli di turisti al loro seguito per vedere come l’uomo domina la Natura, come la torre di babele tecnologica sia pronta a toccare il cielo con un dito.

Vincere la battaglia e perdere la guerra, creare microclimi artificiali in centri commerciali dove dentro mettiamo la maglia e contemporaneamente sputare aria calda all’esterno non fa che aumentare lo spessore delle sbarre alle nostre prigioni climatiche.

La strada c’è
Una strada di libertà c’è, la buona notizia regge, la Pace è possibile, per arrivarci non ci rimane che agire una vera conversione ecologica dei cuori, delle menti e degli stili di vita!