In un’Europa segnata dalla guerra, dal ritorno dei nazionalismi e dalla difficoltà dell’Unione a esprimere una visione comune, torna centrale la do-manda sul futuro del continente. Da questa urgenza nasce Un Codice per una Nuova Europa, edito da Ave e curato da Paolo Magnolfi, Sebastiano Nerozzi e Nicoletta Parisi. Frutto di un percorso condiviso tra studiosi, esperti e realtà laiche ed ecclesiali, il volume riprende idealmente il filo del Codice di Camaldoli del 1943 per interrogarsi su quale Europa costruire oggi. Ne parliamo con Sebastiano Nerozzi.
Che cos’è esattamente il Codice per una nuova Europa? Da quale esigenza nasce questo progetto?
È un manifesto politico e culturale, in italiano e in inglese, frutto del lavoro comune di oltre centoventi tra docenti universitari, giuristi, economisti, politologi, teologi e operatori sociali, appartenenti a una trentina di associazioni e movimenti laici ed ecclesiali. Nasce da un percorso preciso: nel luglio 2023, a Camaldoli, per gli ottant’anni del Codice del 1943, il cardinale Zuppi lanciò l’appello a rilanciare “una Camaldoli europea”; l’anno dopo, la cinquantesima Settimana sociale di Trieste ha raccolto quell’appello dentro una delle sue Piazze della Democrazia; da lì, l’associazione Nuova Camaldoli ha convocato un cantiere di riflessione collettiva durato mesi, con un metodo che la prefazione definisce esplicitamente “sinodale”. L’esigenza di fondo è quella descritta nella sintesi del documento: un’Europa «sempre più prona alle esigenze di singoli Governi, sempre più povera di visione», che rischia il declino se non compie un passo deciso verso l’unità.
Perché avete scelto proprio la forma e il nome di un Codice? Che rapporto c’è con il Co- dice di Camaldoli del 1943?
Il richiamo, come scrive Zuppi in prefazione, «non tradisce intenzioni nostalgiche»: è il riconoscimento che esistono momenti in cui la storia chiede ai credenti e agli uomini di buona volontà di fare ciò che quei giovani fecero allora: «non rassegnarsi al presente, ma assumere la responsabilità di immaginare il futuro». Il Codice di Camaldoli del 1943 fu scritto da un gruppo di giovani cattolici, giuristi, economisti e filosofi, mentre la guerra infuriava, ed è passato alla storia come un manifesto super partes capace di mettere la persona al centro proprio quando tutto sembrava precipitare. La forma “Codice” mantiene quella stessa ambizione: non un documento di circostanza, ma un testo pensato per durare, che affronta insieme i piani etico, politico ed economico.
Quali sono i presupposti di fondo da cui parte il Codice?
Il
documento è esplicito: l’Unione deve essere «un progetto eticamente fondato»,
radicato nel riconoscimento della dignità intrinseca e inviolabile di ogni
persona. È l’idea di un’Europa come unione di popoli, formula usata nella
prefazione, e non soltanto di burocrazie o di strategie economiche e monetarie:
un’Europa nata, si ricorda nel testo, come risposta alla guerra, non come
progetto di mercato. Su questo presupposto valoriale si innesta la proposta
istituzionale: il superamento del voto all’unanimità, tempi certi per le
decisioni del Consiglio e un orizzonte di autentica Federazione europea, che lo
stesso Codice riconosce raggiungibile solo in tempi lunghi.
Perché questo progetto nasce proprio adesso? Che cosa rende il momento attuale diverso o più urgente rispetto a qualche anno fa?
Il Codice lo dice con chiarezza nella sua prima tesi: l’Europa è «a un crocevia decisivo», tra una più profonda integrazione e un rapido declino, ora «che la guerra è tornata a insanguinare il nostro continente». È la stessa urgenza che è tornata al centro in questi giorni nel viaggio di papa Leone XIV in Francia: a Metz, città di Robert Schuman, il Papa ha scelto di parlare proprio delle radici dell’Europa, mentre alla vigilia, il segretario di Stato Parolin, auspicava che il continente ritrovi «quell’audace lungimiranza che animò i padri fondatori», senza ripiegarsi nelle proprie paure. È lo stesso appello che percorre il Codice: un’Europa che rischia di restare prigioniera di un nichilismo diffuso e di nazionalismi che si credevano sepolti dalla storia e che deve invece tornare a essere, come chiede il documento, coscienza critica di sé stessa.
Il Codice guarda al passato, alle radici europee, ma vuole parlare soprattutto al futuro. Qual è il passaggio decisivo da compiere perché quelle radici non restino solo memoria?
Il passaggio è quello indicato dalla tesi sul funzionamento delle istituzioni: un salto di qualità e di coraggio nel metodo decisionale, superando l’unanimità e dandosi tempi certi, insieme alla disponibilità di alcuni Paesi a fare da apripista, condividendo sovranità su materie strategiche come politica estera, difesa e fiscalità, mantenendo aperta la porta a chi vorrà seguire. Non un’Europa divisa in due velocità contrapposte, ma un nucleo che sappia orientare l’intero processo. È un passaggio che la prefazione di Zuppi traduce in termini più personali, quando scrive che i padri fondatori «erano uomini di fede che agivano in politica»: non separavano i due piani, si misero al lavoro. Il Codice chiede lo stesso oggi: che la memoria diventi decisio- ne, non celebrazione.
Qual è la pagina bianca che resta ancora da scrivere nel vostro Codice per l’Europa?
È la pagina della partecipazione. Il Codice nasce già con questa consapevolezza: come scrive Zuppi in apertura, «questo volume non è una parola finale. È una parola offerta» a cittadini, associazioni giovani. E il testo stesso registra un paradosso su cui insistere: il novanta per cento dei cittadini europei, dicono i sondaggi citati nella prefazione, vorrebbe un’Unione più capace di agire per la pace, eppure quella voglia di Europa fatica a farsi sentire nelle stanze dei palazzi. È il rischio di un’opinione pubblica che dà l’Europa per acquisita, un bene di cui si è smesso di percepire il valore proprio perché lo si ha da settant’anni, mentre la pace, ricorda il Codice, «non è mai un bene acquisito una volta per sempre, neanche in Europa». La pagina bianca è dunque quella di un’opinione pubblica che torni a sentire l’Europa come compito proprio, non come sfondo. Per questo il documento non si rivolge soltanto ai governi, ma a «chiunque voglia farsi costruttore del futuro comune»: l’Europa, oggi, ha bisogno di persone disposte a mettersi a disposizione per il futuro dell’Unione, come fecero, senza avere alcun potere, i giovani di Camaldoli nel 1943.