Alle Olimpiadi il tema della pace ritorna sempre, quasi come un passaggio obbligato. A Milano Cortina 2026 prenderà forma anche attraverso il Muro della Tregua Olimpica, un segno visibile che ormai da anni richiama l’antica tradizione dell’ekecheiria, la sospensione dei conflitti durante i Giochi. Un simbolo potente, che affonda le sue radici nella storia e che, proprio per questo, rischia di essere assorbito nella ritualità dei grandi eventi: evocato, celebrato, ma non sempre attraversato fino in fondo.
Un muro, per sua natura, separa. Traccia un confine, distingue uno spazio dall’altro. Nel caso della tregua olimpica, però, il paradosso è evidente: un muro che invita ad abbattere altri muri. È da qui che nasce una prima domanda inevitabile: può un simbolo, da solo, riuscire a farsi spazio nelle coscienze? O rischia di diventare l’ennesima superficie su cui fermarsi, senza andare oltre?
Negli ultimi mesi, Papa Leone XIV ha richiamato con forza il significato della tregua olimpica in vista di Milano Cortina 2026, mettendo in guardia dal rischio di ridurla a un gesto formale o a una parentesi temporanea. La sospensione delle ostilità durante i Giochi, nel suo richiamo, non è un automatismo né una concessione rituale, ma un appello che interpella la responsabilità personale e collettiva. La tregua olimpica, così intesa, non consola: provoca, chiede scelte, apre domande scomode.
Su questa stessa linea si collocano le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha definito la tregua olimpica un patrimonio dell’umanità, un linguaggio universale che lo sport può ancora offrire alla comunità internazionale. Ma anche qui la questione resta aperta: quanto questo linguaggio riesce davvero a incidere nella realtà, e quanto invece rischia di restare prigioniero della retorica che accompagna ogni grande evento globale?
È a questo punto quindi che il Muro della Tregua Olimpica rischia di scontrarsi con un altro muro, meno visibile ma più resistente: quello della retorica. Un muro fatto di parole ripetute, di simboli che non chiedono conseguenze, di immagini che commuovono per un istante e poi scivolano via. Firmare una parete, scattare una fotografia, lasciare un messaggio: gesti importanti, ma chiaramente insufficienti se non diventano responsabilità, cambiamenti di sguardo, impegni che durano nel tempo.
Siamo arrivati a un punto in cui è ancora possibile far cadere questo muro della retorica? È realistico pensare che le Olimpiadi possano essere un segno tangibile di pace e non soltanto la sua rappresentazione? Forse la risposta sta proprio nel rifiutare l’idea che basti una parola incisa su una parete, utile per una foto o per una firma di passaggio. I simboli, se vogliono contare davvero, devono diventare esigenti, chiedere continuità, farsi spazio nella quotidianità delle persone.
È solo così che la parola pace può smettere di restare un’iscrizione su un muro e diventare un’esigenza vissuta. Non una parentesi concessa dal calendario olimpico, ma un inizio possibile. In questo senso, il muro della tregua olimpica può trasformarsi: non più una superficie contro cui sbattere, ma una porta da attraversare insieme, atleti e spettatori, istituzioni e comunità. Perché la tregua non resti un’eccezione, ma apra uno spazio nuovo, fragile e concreto, in cui la pace non sia solo evocata, ma finalmente praticata.
