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Livatino patrono dei magistrati d’Italia

Il giovane giudice martire, cresciuto nell’Azione cattolica, diventa intercessore per chi ogni giorno è chiamato a servire la giustizia in Italia
08/10/2026 di Pasquale Ciuffreda
Fototeca AC

Con decreto del 7 ottobre, memoria della Beata Vergine del Rosario, il Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha dichiarato il beato Rosario Livatino, martire, «patrono presso Dio dei magistrati d'Italia». Una data che sembra scelta dalla Provvidenza, visto che porta il Rosario nel cuore.

Da oggi chi indossa la toga ha un compagno di strada in cielo, un giovane giudice di Canicattì, riservato e puntuale, che affrontava ogni fascicolo sentendo il senso del dovere prima verso le persone che esso coinvolgeva. Livatino era solito lavorare in silenzio, senza cercare la luce dei riflettori, perché era convinto che la giustizia si costruisse nel quotidiano, una decisione dopo l'altra.

Il suo coraggio nasceva dal suo profondo senso di appartenenza: prima di essere magistrato, infatti, Rosario era un laico di Azione cattolica. Nell'associazione trovò una comunità in cui crescere, pregare e imparare che la fede invita ad farsi carico con responsabilità del mondo, e non è un rifugio da esso. Fu lì, tra incontri di gruppo e cammini di formazione, che imparò uno stile fatto di studio e di servizio. Non è un caso che il Presidente nazionale Giuseppe Notarstefano, all'inizio del suo mandato, abbia affidato l'intera associazione proprio a lui.

Livatino ci mostra che formazione e impegno sono scelte che devono prendere forma nella vita. È la laicità che l'Azione cattolica custodisce da sempre: stare dentro la vita ordinaria con competenza appassionata e spirito di servizio. Livatino ha dimostrato che fede e servizio al bene comune possono camminare insieme, senza clamore e senza imboccare scorciatoie. Per questo l'Azione cattolica accoglie la notizia con grande entusiasmo: riconosce un uomo «normale» che ha servito la giustizia anche attraverso la fede. Un socio come tanti, che ha reso straordinario il quotidiano.

Sulle sue agende, in cima alle pagine, aveva l'abitudine di scrivere tre lettere: S.T.D., Sub tutela Dei. Sotto la protezione di Dio. Le scriveva nei giorni tranquilli e in quelli difficili, come una promessa quotidiana. Un gesto che ci ricorda che la fiducia in Dio non è un sentimento da riservare alle grandi occasioni, ma, piuttosto, un'abitudine da rinnovare ogni mattina, prima ancora di cominciare a lavorare. 

La mafia lo fermò il 21 settembre 1990, a 38 anni, mentre andava in tribunale, ma – come sempre accade – non potè estirpare quanto aveva seminato. Del resto lo aveva detto il giovane magistrato stesso, che alla fine nessuno ci avrebbe chiesto se fossimo stati credenti, ma credibili. Oggi la Chiesa gli risponde che lo è stato e che lo affida ai magistrati come amico e intercessore, ricordando che dietro ogni decisione da prendere ci sono le persone. E l’Azione cattolica ritrova ancora una volta in lui una testimonianza preziosa. La sua vita ci ricorda che la santità può abitare una toga, una scrivania, una parrocchia, un banco di scuola, una vita normale. E che, quando quella vita è vissuta fino in fondo, può diventare una luce anche per gli altri.