Ricorre ogni anno il 3 maggio la Giornata mondiale per la libertà di stampa, promossa dall’UNESCO. Un’occasione per fare i conti con lo stato di salute della libertà di informazione in Italia e nel mondo. Che puntualmente si aggrava, e richiama direttamente il tema della democrazia: senza libertà di stampa non può esistere l’opinione consapevole e quindi un vero sistema democratico.
I dati sono sempre più sconfortanti: infatti, per la prima volta nei 25 anni di storia dell’Indice mondiale della libertà di stampa di Reporters Without Borders (RSF), nel 2026 oltre la metà dei Paesi analizzati rientra nelle categorie “difficile” o “molto grave”. Il punteggio medio globale, che copre 180 Stati e territori, non è mai stato così basso. Come evidenziato dallo stesso studio, a partire dal 2001 si è assistito a una progressiva erosione del diritto all’informazione anche in contesti democratici.
Nelle Americhe, ad esempio, la situazione è peggioratasensibilmente: gli Stati Uniti hanno perso sette posizioni, mentre diversi Paesi dell’America Latina sono scivolati in una spirale di violenza e repressione.
L’Italia appare in una “situazione problematica”: il 56esimo posto nella classifica di Rsf è specchio di un quadro di sofferenza. Le criticità sono legate in particolare al diffuso precariato, con paghe molto basse, e all’uso di azioni legali intimidatorie contro i giornalisti: fattori che contribuiscono a evidenziare la necessità di rafforzare urgentemente le tutele per il lavoro giornalistico.
A proteggere il pluralismo e l’indipendenza dei media si indirizzail Media Freedom Act dell’Unione Europea, entrato in vigore nel 2024 affinché «i media – pubblici e privati – possono operare più facilmente a livello transfrontaliero nel mercato interno dell’UE, senza pressioni indebite e nel contesto della trasformazione digitale dello spazio mediatico».
Resta però aperta la sfida dell’attuazione concreta: le norme, da sole, non bastano. Serve un impegno costante degli Stati membri e della società civile nel difendere ogni giorno la libertà di espressione, pilastro essenziale di ogni democrazia.
In questo 3 maggio 2026, in Italia si commemora per la prima volta anche la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa del loro lavoro, istituita con voto unanime dal Senato nei giorni scorsi.
Significa guardare con gratitudine a chi racconta prestando i propri occhi ai lettori, a chi racconta con coraggio estremo e a chi, per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, arriva a sacrificare la propria vita.
Significa ricordare volti e nomi, di ieri e di oggi, dell’Italia e del mondo, come Mauro De Mauro, Peppino Impastato, Walter Tobagi, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Marco Luchetta, MariaGrazia Cutuli, Andrea Rocchelli, Amal Khail, e tanti ancora. Perché ogni verità raccontata è un atto di resistenza, e ogni vita spezzata per la libertà di informare è una ferita che ci riguarda tutti.
Ma non è solo la violenza l’unica minaccia al giornalismo: sono anche le pressioni, le intimidazioni, le querele e gli ostacoli quotidiani che costituiscono i fattori per l’erosione della libertà di informazione.
Non si tratta soltanto di una questione professionale o di categoria, ma di un nodo cruciale per la qualità e la vita stessa della democrazia. In questo senso, anche la Chiesa ha più volte richiamato l’importanza di un’informazione libera, responsabile e orientata al bene comune.
Nel suo messaggio per il Giubileo degli operatori della comunicazione a gennaio 2025, Papa Francesco pregava per i giornalisti uccisi nel loro mestiere e auspicava la liberazione di quanti erano imprigionati: «Chiedo – come ho fatto più volte e come hanno fatto prima di me anche i miei predecessori – che sia difesa e salvaguardata la libertà di stampa e di manifestazione del pensiero insieme al diritto fondamentale a essere informati. Un’informazione libera, responsabile e corretta è un patrimonio di conoscenza, di esperienza e di virtù che va custodito e va promosso. Senza questo, rischiamo di non distinguere più la verità dalla menzogna; senza questo, ci esponiamo a crescenti pregiudizi e polarizzazioni che distruggono i legami di convivenza civile e impediscono di ricostruire la fraternità».
Papa Leone XIV, durante l’incontro agli operatori della comunicazione pochi giorni dopo la sua elezione, ha ribadito «la solidarietà della Chiesa ai giornalisti incarcerati per aver cercato di raccontare la verità»: «La Chiesa riconosce in questi testimoni– penso a coloro che raccontano la guerra anche a costo della vita – il coraggio di chi difende la dignità, la giustizia e il diritto dei popoli a essere informati, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere. La sofferenza di questi giornalisti imprigionati interpella la coscienza delle Nazioni e della comunità internazionale, richiamando tutti noi a custodire il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa».
In questo contesto di contrazione della libertà di informazione che scuote ciascuno di noi, ci troviamo a ribadire che il contenuto dell’articolo 21 della nostra Costituzione, così come l’articolo 19 della Dichiarazione universale dei Diritti umani, non sono traguardi scontati, ma beni preziosi da difendere ogni giorno.
La testimonianza dei giornalisti che hanno sacrificato la propria esistenza, e la sete di verità e giustizia che continua a muovere coloro che si trovano nei luoghi di guerra possano essere un faro per i nostri giorni. E l’educazione dei giovani a un uso consapevole dei mezzi di comunicazione, pur nella complessità del mondo digitale, sia una via di speranza per una informazione autentica e trasparente. Perché ogni parola sia un nuovo mattoncino per una comunità più democratica, giusta e libera.
