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L’avvento del clic journalism: tra apocalisse e responsabilità

In occasione della giornata internazionale per la libertà di stampa, la recensione di Traffic, libro di Ben Smith sull’ascesa e la crisi del giornalismo digitale
02/05/2026 di Alfonso Lanzieri

Questo articolo è stato pubblicato su 

Quanti vivono in questi anni, fanno parte delle generazioni di esseri umani che hanno a disposizione la maggior quantità di informazioni della storia. Mai un numero così elevato di persone ha avuto accesso a un numero così alto di news e, cosa non meno importante, in modo così semplice e capillare. Eppure ci sentiamo tutti meno informati, più confusi e disorientati. I giornali tradizionali perdono terreno in modo inesorabile, l’offerta online sembra troppo elevata per essere controllata. L’avvento del giornalismo digitale, del traffico delle informazioni, dei clic e degli articoli suoi social ha letteralmente cambiato il mondo. Quando e dove è iniziato questo cambiamento epocale è chiaro a tutti: gli Stati Uniti. Chi lo ha generato, con quali finalità, difficoltà, speranze e amare sorprese è meno noto. Il libro Traffic. La corsa ai clic e la trasformazione del giornalismo contemporaneo, edito in Italia da Altrecose, racconta tutta la storia. Lo ha scritto Ben Smith, ex direttore di BuzzFeed News e attuale editorialista per il «New York Times», uno dei protagonisti della vicenda.

Smith non si limita a narrare di fatti e personaggi realmente esistiti, peraltro con una scrittura avvincente e scorrevole, ma fornisce al contempo un’analisi penetrante e documentata sulla rivoluzione digitale che ha travolto il giornalismo nell’ultimo ventennio. A metà dunque tra il romanzo e il saggio, il libro mostra l’ascesa e la crisi del cosiddetto clic journalism, ovvero quel modello editoriale incentrato sul traffico online come principale misura di successo.

Così, il mondo dei blog e degli altri social, inizialmente abitato da una ristretta cerchia di attivisti, universitari e aspiranti intellettuali, a poco a poco diventa il campo in cui circola il gran vento del mondo: «Facebook aveva catturato l’attenzione di alcuni dei comunicatori più voraci e opportunisti d’America: i politici, perennemente a caccia di un vantaggio sulla concorrenza. Era uno scambio equo. I politici avevano sempre cercato di raggiungere il pubblico di un nuovo e popolare mezzo di comunicazione; e i nuovi media avevano sempre desiderato la legittimità e i titoli sui giornali che un personaggio politico poteva garantire» (p. 147). Il cuore del libro è la rivalità – a tratti personale, a tratti ideologica – tra Jonah Peretti (co-fondatore di BuzzFeed) e Nick Denton (fondatore di Gawker Media), due figure emblematiche della trasformazione dei media. Smith li tratteggia come pionieri visionari ma anche come simboli delle contraddizioni di un’epoca: da un lato la promessa di democratizzazione dell’informazione attraverso il web, dall’altro la deriva verso la superficialità, l’indignazione indotta e la dipendenza dai social network. Così, ricorda Smith, Peretti «credeva ancora che la conversazione globale avesse il potere di far emergere gli istinti migliori delle persone: scherzare in modo innocente, fare iniziative benefiche e vantarsene. Quelli che consideravano la viralità un pericolo, amava sostenere, erano i leader del Partito comunista cinese, che avevano scoperto di poter arrestare lo sviluppo di un movimento sociale senza bisogno di spazzarlo via del tutto: basta cancellare parte dei suoi contenuti» (p. 268). 

Lo sviluppo della storia, però, avrebbe messo di fronte alle distorsioni possibili della mediosfera. Così, ad esempio, durante la campagna per le presidenziali americane, nel 2015, era ormai chiaro come le invettive e gli estremismi mobilitassero il traffico e fossero perciò favoriti dal flusso informativo: «Quelli di Facebook erano forse già un po’ preoccupati nel 2015, ma di certo non stavano mettendo in campo alcun tipo di iniziativa drastica per arginare il diffondersi di quella nuova forma di politica online incentrata sul coinvolgimento, il conflitto e sull’indignazione. […] In primo luogo, Donald Trump egemonizzava la piattaforma. Il suo stile provocatorio, e in particolare le sue sparate sull’immigrazione, erano esattamente il genere di cose che stimolavano la gente a parlare. Ma se odiavi Trump e tutto ciò che rappresentava, e lo esprimevi in un commentò, beh, anche quello era engagement, il che per Facebook equivaleva in automatico a un segnale per diffondere ulteriormente il suo messaggio» (p. 305). A poco a poco, nella medesima campagna elettorale, l’autore intuisce come le dinamiche tribalizzatrici dei social si stessero trasferendo anche nella vita reale: le persone accettavano quei contenuti che in qualche modo confermavano le loro certezze e ciò non accadeva solo ai meno istruiti. Anche individui in possesso di un importante capitale culturale, replicavano il medesimo copione, condividevano presunte notizie senza il giusto contesto e rilanciavano sospetti sugli avversari politici solo perché concordanti, in teoria, con la propria immagine del mondo. Naturalmente poteri opachi e antidemocratici hanno da subito cominciato ad approfittarne, per destabilizzare le opinioni pubbliche (il libro nomina, ad esempio, i tentativi operati dalla Russia di Putin per favorire l’elezione di leader di estrema destra). 

Il podcast de il Chiostro condotto da Giuseppe Notarstefano




Così, Smith ammette che «a Facebook pensavamo che Barack Obama rappresentasse il coronamento di quello che avevamo creato, ma alla fine avevamo dovuto constatare che era solo una tappa nel percorso che ha portato a Donald Trump. La benzina può creare energia utile, ma può anche bruciare e basta. […] Il potere di questa nuova energia social è stato quello di distruggere qualsiasi istituzione abbia investito, dai mezzi di comunicazione all’establishment politico. Gran parte delle persone che, come noi, lavorano nei media, nella politica e nella tecnologia, oggi sono impegnate a capire come tenere insieme queste istituzioni in crisi, o come costruirne di nuove che siano in grado di resistere alle forze che abbiamo contribuito a scatenare» (p. 381). Attraverso aneddoti inediti, ricostruzioni e retroscena, Traffic descrive questa parabola e spiega come l’ossessione per i clic abbia riscritto le regole del giornalismo: le metriche hanno dettato le scelte editoriali, gli algoritmi hanno sostituito i caporedattori, e la velocità ha avuto la meglio sulla profondità. Smith non risparmia critiche, ma tuttavia evita di scivolare in tonalità apocalittiche. L’autore offre piuttosto una riflessione disincantata, dove il sensazionalismo e la viralità non sono solo colpevoli, ma anche sintomi di una domanda di informazione che è cambiata. Il libro, perciò, è anche una storia di illusioni: quelle di chi credeva che internet avrebbe liberato il giornalismo dai vincoli economici tradizionali, e quelle – più recenti – di un ritorno all’affidabilità grazie a modelli a pagamento. Con lucidità, Smith mostra come nessuna formula sia davvero risolutiva: il giornalismo resta in bilico tra sostenibilità economica e responsabilità civica. Gli strumenti non sono neutri: hanno uno straordinario potere performativo, e ogni rivoluzione nella storia umana è una rivoluzione dei nostri strumenti (quelli comunicativi anzitutto). Tuttavia, quel che siamo soliti chiamare fattore umano, vale a dire la nostra capacità di essere liberi nella responsabilità e orientare la storia verso fini che reputiamo migliori, gioca ancora un ruolo centrale. 

In definitiva, Traffic è una lettura fondamentale per chiunque voglia comprendere le dinamiche, spesso invisibili, che determinano ciò che leggiamo ogni giorno. È una storia di innovazione, ambizione e fallimenti, raccontata con l’onestà di chi è stato protagonista e ora si interroga sul futuro di una professione in perenne trasformazione e, con essa, sul futuro delle nostre società democratiche, che non possono fare a meno del giornalismo.