Con Edgar Morin, spentosi ieri a Parigi all’età di 104 anni, scompare una delle voci più autorevoli e originali del pensiero contemporaneo. Filosofo, sociologo, antropologo, resistente al nazismo, intellettuale capace di attraversare un secolo di storia senza mai rinunciare al dubbio e alla ricerca, Morin lascia un’eredità che va ben oltre i confini delle discipline accademiche. È stato il padre del “pensiero complesso”, una visione che ha sfidato ogni riduzionismo, invitando a leggere la realtà nelle sue connessioni profonde, nelle sue contraddizioni e nelle sue interdipendenze.
In un’epoca segnata dalla frammentazione del sapere e dalla semplificazione dei problemi, Morin ha ricordato instancabilmente che le grandi questioni del nostro tempo – dalla pace all’ecologia, dalle migrazioni alle disuguaglianze – non possono essere comprese né affrontate isolando i fenomeni, ma riconoscendo il legame che unisce individui, società e destino planetario.
Per questo il suo messaggio conserva oggi una sorprendente attualità. Nel volume “La fraternità, perché?”, pubblicato dall’Editrice Ave nel 2020, Morin individuava nella fraternità il principio decisivo per rigenerare la convivenza democratica. Se libertà e uguaglianza restano pilastri irrinunciabili, sosteneva, è la fraternità a dover prevalere nel tempo delle crisi globali, perché solo essa è in grado di ricucire relazioni lacerate, contrastare l’individualismo e alimentare un autentico senso di responsabilità reciproca.
È una lezione che suona quasi testamentaria. Mentre il mondo è attraversato da guerre, paure e nuove forme di esclusione, Morin ci consegna l’idea che nessuna salvezza possa essere soltanto individuale. La complessità che ha descritto per tutta la vita non era un labirinto senza uscita, ma il luogo in cui riscoprire il valore del legame umano. E forse proprio nella fraternità, più che in ogni altra parola, si riassume il lascito più prezioso di questo grande maestro del nostro tempo. (A.M.)
Il profilo di Edgar Morin tracciato da Piero Pisarra video
Di seguito la Prefazione scritta da don Luigi Ciotti al saggio di Morin La fraternità, perché? pubblicato dall’Editrice Ave nel 2020
E qui veniamo al punto cruciale e dolente. Se infatti è vero che la natura ci offre un’impareggiabile lezione di vita su come costruire una convivenza dinamica e pacifica nel segno del bene comune, è anche vero, però, che l’essere umano non sembra più in grado di ascoltarla e farne tesoro. L’uomo si è messo in cattedra e tratta la natura come una proprietà, materia inerte da manipolare e da sfruttare, come se lui non ne facesse parte. Azione distruttiva e infine suicida, dettata da un delirio di onnipotenza di cui oggi si vedono le conseguenze: devastazione ambientale e violazione di quei principi di giustizia sociale attraverso cui il consorzio umano ha cercato, come la natura, di tutelare e promuovere la vita.
Non ho potuto fare a meno, leggendo queste pagine, di avvertire forti consonanze con quanto ha scritto papa Francesco nella Laudato si’. Quando Morin parla della triade scienza-tecnica-economia come di una forza che, se non governata da pensieri e azioni all’altezza, diventa distruttiva e autodistruttiva facendoci precipitare dal rango di homo sapiens a quello di homo demens, mi sembra denunci lo stesso pericolo individuato dal papa nel paradigma tecnocratico, modo di pensare e agire che detta legge in Occidente: approccio schematico che riduce l’ambiente a cosa e le persone a numeri, volgendo dunque la qualità – cioè la peculiare essenza di ogni forma di vita – in quantità, in puro dato statistico. Paradigma che persegue la logica del profitto e della cosiddetta “crescita”, senza però preoccuparsi che l’accumulo indiscriminato di capitali avvenga a beneficio di tutti. Insomma, un darwinismo sociale che considera la vita stessa come un bene esclusivo – non un diritto ma un privilegio – trincerandosi dietro inesistenti “leggi di natura” per giustificare la sua spietata, disumana e infine innaturale selezione.
Ma come ricostruire legami di fraternità a fronte di tale devastazione sociale, ambientale, culturale? Anche qui sono forti le assonanze con la Laudato si’, laddove sottolinea che disuguaglianze sociali e dissesti ambientali sono conseguenze di un’unica crisi socio-ambientale e che non si può pensare di venirne a capo senza costruire un diverso paradigma, capace di farci vedere – e prima ancora percepire – la “rete della vita”, i legami di cui è costituita ogni singola creatura, saldando in un unico sguardo l’io e il noi, l’individuale e il sociale, l’umano e il naturale. Maestro del pensiero della complessità, Morin lo dice con parole chiare e profonde: «Per cambiare via si dovrebbe innanzitutto abbandonare il nostro modo di conoscere e il nostro modo di pensare – riduttivo, disgiuntivo, compartimentato – in favore di un modo di pensare capace di legare, di comprendere i fenomeni al tempo stesso nella loro unità e nella loro diversità, così come nella loro contestualità» (p. 50). È dunque innanzitutto culturale il cambiamento a cui siamo chiamati per riprendere un cammino di giustizia e quindi di vita, perché se manca giustizia non c’è vita ma solo (e neanche sempre) sopravvivenza.
Lascio al lettore la sorpresa e il piacere di scoprire quali siano per Morin i passi necessari per uscire dal vicolo cieco che l’Occidente si è costruito con le sue stesse mani, passi necessari non per “restare umani” ma per tornare a esserlo. Mi limito qui, in conclusione, a segnalare due punti particolarmente suggestivi e stimolanti. Il primo è quando Morin sottolinea la necessità di costruire un’identità non specifica e tantomeno esclusiva, ma antropologica, definita dall’appartenenza a una comunità di destino: «tutti gli esseri umani sono simili geneticamente, anatomicamente, affettivamente» scrive Morin, che poi aggiunge a queste somiglianze un’altra di cui troppo spesso ci dimentichiamo: «tutti sono mortali, e questa mortalità comune dovrebbe ispirare una mutua fraternità di compassione». Ecco, questa compassione che affonda le radici nella fragilità stessa della condizione umana e che può generare una fraternità solida e consapevole, non dettata dalle emozioni e dalle circostanze, mi sembra un pensiero su cui meditare a fondo.
L’altro passo è quello in cui Morin ci invita a resistere, a costruire in quest’epoca tendenzialmente disumana “oasi di fraternità”, ma anche a non abbassare mai la guardia, a perseguire tenacemente quella ricerca che ci rende pienamente umani, a non soffocare mai quei dubbi e quelle domande che connotano una coscienza attiva e vigile, non accomodante, non addomesticata. Riproducendo così quel movimento di contrapposizione e ricomposizione, di fine e nascita che anima la vita organica, la meraviglia del creato. «Tutto ciò che non si rigenera, degenera» scrive Morin, con quella capacità di sintesi che denota il pensiero profondo. In questo caso il pensiero di un vero maestro, uno dei pochi che ci sono rimasti in questa Europa poco comune e per nulla fraterna, lacerata da egoismi, divisioni, sovranismi. Degenerata a causa del culto dell’idolo denaro, incapace di costruire bene comune.
