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L’amicizia crea fiducia

Per il domenicano francese Adrien Candiard «il cristianesimo offre una diagnosi profonda della crisi contemporanea e indica anche una possibile soluzione: la strada per la santità e la ricerca concreta della pace»
16/07/2026 di Beatrice Zabotti

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Il Cairo non è solo la città più popolosa dell’Africa: è un luogo dove da secoli si intrecciano storie, popoli, culture e religioni diverse.
Da qui padre Adrien Candiard, domenicano francese, osserva il Mediterraneo con lo sguardo del sacerdote e dello studioso dell’Islam. La vita quotidiana si divide tra la comunità religiosa, la parrocchia francofona della città e soprattutto l’attività accademica. «Il motivo principale della nostra opera in Egitto – racconta – è l’Istituto di ricerca di Islamistica. Qui studiamo testi antichi, svolgiamo ricerche e formiamo seminaristi cattolici, in particolare copti. Questo lavoro ci porta anche in altri Paesi dell’Africa e non solo, legati alla tradizione islamica. Al Cairo ci impegniamo per essere luogo di conoscenza dell’Islam anche in contatto con i musulmani».

Da questa prospettiva privilegiata, Candiard guarda al Mar Mediterraneo, attraversato da guerre, tensioni e profonde disuguaglianze. Eppure proprio qui intravede una possibilità: «perché è una frontiera di conflitti, il Mediterraneo può diventare un laboratorio di pace. La pace non è un concetto astratto fatto di buona volontà, ma nasce da compromessi tra persone che cercano di superare i conflitti».

La storia, osserva, insegna che spesso gli scontri favoriscono la conoscenza tra gli uomini: «Quando Cristianesimo e Islam si sono incontrati, anche in contesti complessi, si è sviluppata una ricerca della verità. Pensiamo all’Andalusia, nel Medioevo: proprio perché esisteva lo scontro, si è creato anche l’incontro». Oggi, però, la situazione appare drammatica: «Avevamo sperato che la guerra appartenesse a un tempo passato, invece vediamo purtroppo che la violenza è tornata a essere qualcosa di normale». Gaza, l’Iran e l’intero Medio Oriente raccontano di una regione ancora lontana dalla pace, e al centro di tensioni e squilibri economici che rendono sempre più complessi i rapporti tra le due sponde nel Mediterraneo. In questo scenario, quale parola può offrire la Bibbia? Candiard, con lucido pragmatismo, allontana letture ingenue: «Nella Bibbia ci sono molti conflitti. L’uomo non è immaginato fuori dalla storia: da Caino e Abele, fino alla morte di Gesù, la Bibbia restituisce l’immagine di un’umanità attraversata dalla violenza. Ma la Parola di Dio ci può parlare della pace perché ci ricorda che la pace non si aspetta, ma si costruisce: è una responsabilità affidata agli uomini». Ciò che le Scritture escludono, però, è la sacralizzazione della violenza: «La Bibbia non le attribuisce mai un ruolo divino». È una distinzione fondamentale in questo tempo, in cui riemergono giustificazioni religiose dei conflitti: «La guerra è sempre tragica. Dobbiamo limitarla, e mai ricondurla a una dimensione sacra». Per Candiard, inoltre, l’immagine di un Dio esclusivamente guerriero nell’Antico Testamento è una lettura riduttiva. «È lo stesso Dio che libera il popolo dall’Egitto e che si manifesta pienamente nella Croce di Cristo. Con Gesù non compare un Dio diverso, ma si comprende più profondamente il significato del Regno di Dio e del modo in cui Dio agisce nella storia umana».

Il Mediterraneo, regione in cui cristiani, musulmani ed ebrei condividono radici spirituali comuni ma anche ferite storiche profonde, rappresenta un laboratorio privilegiato per il dialogo interreligioso tra le grandi fedi monoteistiche: «La tolleranza significa accettare la presenza indifferente dell’altro, ma non basta. Serve fare un passo ulteriore verso il rispetto, ascoltando e prendendo sul serio ciò che dice l’altro. Solo così si può discutere e cercare la verità insieme. Altrimenti, in fondo, lo si disprezza». Da qui nasce il gesto concreto, piccolo ma possibile, che Candiard propone per favorire una maggiore fraternità tra le diverse comunità religiose: «Mai parlare degli altri senza gli altri. Troppo spesso costruiamo narrazioni e immagini delle altre fedi in loro assenza, e invece dobbiamo impegnarci per dare a tutti la parola. Solo così possiamo capire nel profondo come la pensano».

Nel suo libro Quando arriva la felicità, Candiard sostiene che la felicità non sia «né un traguardo da conquistare né uno stato da raggiungere una volta per tutte». Le sue parole risuonano come un invito anche alle nuove generazioni, talvolta schiacciate dall’ansia della performance: «Noi viviamo spesso con il peso della responsabilità di essere felici, spesso delusa perché ci sentiamo inadeguati quando non ci riusciamo. La Bibbia invece offre una prospettiva radicalmente diversa: la felicità è qualcosa da accogliere. È imparare ad amare anche dentro le difficoltà che incontriamo». In questo percorso un ruolo decisivo è svolto dal rapporto con gli altri, che «spesso vengono visti come mezzi o ostacoli perché diversi. La diversità può risultare scomoda, perfino fastidiosa, ma è proprio ciò che permette di uscire da un universo chiuso e che ci dona vita». Candiard ricorre a un’immagine evangelica: il Regno di Dio va accolto come un bambino: «Senza di loro non c’è futuro. Sono sorgente di vita. Lo stesso vale per l’incontro con culture e religioni differenti: il confronto ci aiuta a crescere».

Un’altra sfida del nostro tempo è la crescente polarizzazione: «Confondiamo le idee con le identità – osserva Candiard – Le identità non possono essere oggetto di discussione, mentre le idee devono essere confrontate. Quando trasformiamo le opinioni in identità, il dialogo diventa impossibile perché ogni critica viene attraversata come un’aggressione personale». La vita religiosa, che Candiard sperimenta ogni giorno, insegna invece che si può vivere insieme pur nelle differenze: «Impariamo l’attenzione al rispetto vero delle persone e al dialogo, superando concretamente l’indifferenza tipica di questa società, e a riconoscere nell’altro un fratello da amare, mai da superare».

Di fronte alle guerre in Europa e in Medio Oriente e alle tante paure globali, il cristianesimo ha ancora una parola originale da dire? Per il domenicano, la risposta è sì: «Dietro ogni guerra, anche dietro gli scenari geopolitici più complessi, c’è il peccato dell’uomo: la volontà di possedere e dominare gli altri. Il cristianesimo offre una diagnosi profonda della crisi contemporanea e indica anche una possibile soluzione: la strada per la conversione, la santità e la ricerca concreta della pace». Per questa ragione, ai giovani padre Candiard affida infine un consiglio semplice quanto impegnativo per questo tempo: coltivare l’amicizia. «L’amicizia crea fiducia, permette di conoscersi e di volersi bene. È uno dei passi più importanti per costruire la pace».