"I giovani di oggi sono di pastafrolla; non sanno affrontare una decisione, non sopportano una frustrazione, si abbattono per un insuccesso…; sono incostanti e non hanno tenuta nell'impegno…" E meno male che l'autore di questa affermazione non aggiunge anche: "noi invece…!". È un educatore deluso, quello che si esprime in questo modo, che guarda ai giovani con uno sguardo viziato delle proprie precomprensioni, non allenato all'ascolto profondo della vita, delle storie, della fatica di crescere delle nuove generazioni nell'attuale contesto.
I ragazzi e i giovani di oggi sono più fragili dei loro coetanei di qualche decennio fa? Credo che la quasi totalità degli educatori risponderebbe di sì a questa domanda, anche se forse con accenti meno pessimisti dell'educatore citato sopra. La difficoltà di gestire le proprie emozioni, soprattutto quelle negative, è una prerogativa di questo tempo? A me sembra di ricordare che anche insegnanti e genitori di qualche decennio fa avevano la stessa impressione. Forse allora in gioco non è una vita emotiva più fragile, ma lo sguardo adulto che tende a cogliere ciò che maggiormente disturba, o mette alla prova, o che fa sentire in difficoltà.
Ci chiediamo come porci davanti a comportamenti che lasciano perplesso l'adulto o l'educatore. Che cosa ci sta dicendo un giovane che ha difficoltà a mantenere la costanza di un impegno? O che si deprime davanti a un insuccesso? O che si chiude e oppone all'educatore un silenzio spesso come un muro? Ci dice che sta vivendo qualcosa di molto suo, che non chiede giudizio ma rispetto e ascolto.
Se c'è un atteggiamento
adulto che i giovani non sopportano è l'essere giudicati. Perché
giudicare? Chi ha deciso che il nostro modo adulto di vedere la vita
e di affrontare le situazioni sia l'unico 'giusto'? C'è una profonda
sapienza nelle parole con cui il Vangelo invita a non giudicare. Che
non significa essere indifferenti, ma mettersi in un atteggiamento di
rispetto e di ascolto. Che cosa ci dicono i comportamenti che
facciamo fatica ad accettare? Che cosa significano prese di posizione
che spesso rifiutiamo, magari solo perché ci mettono in difficoltà?
Se ci mettiamo in ascolto, se invece di guardare al modo con cui i giovani si vestono proviamo a guardarli negli occhi, allora ci rendiamo conto che al di là di ciò che ci dispiace o ci lascia perplessi ci sono delle ragioni.
Almeno due.
I giovani oggi si sentono liberi di essere se stessi. Non è detto che siano più fragili. È che oggi non sentono più il bisogno di nascondere la fragilità.
Vogliono essere autentici, senza maschere e senza finzioni. Non si preoccupano di adeguarsi alle attese degli adulti, non hanno bisogno di compiacerli ma piuttosto di essere se stessi, senza timore di mostrarlo. Anche nelle loro fragilità. Perché nasconderle? Per non essere giudicati?
Le fragilità dei giovani non nascono nel vuoto. Crescono dentro un tempo che offre infinite possibilità ma pochi orientamenti condivisi, nel quale ciascuno è chiamato a costruire da sé la propria identità e il significato della propria vita. È un contesto che rende più esposte le domande di senso e più faticosa la ricerca di interlocutori affidabili.
Si spiega anche così la percezione di una profonda solitudine. "Tanto da dire e nessuno cui dirlo": è la testimonianza di un giovane che parla del proprio disagio, che si rende conto di portare una grande ricchezza che gli sembra un patrimonio inerte e invisibile; e che al tempo stesso si sente abitato da inquietudini, interrogativi, paure che non sa con chi condividere. Appunto: dove portare le proprie domande? Con chi parlare della propria ricerca interiore? Con chi confrontarsi sulla direzione dare all'esistenza, su come affrontare il dolore, come imparare ad amare e a sperare?
Oggi la maggior parte dei giovani ha abbandonato i luoghi tradizionali della propria formazione: parrocchia, gruppi ecclesiali…. La comunità cristiana non appare più un luogo abitabile per chi sente di avere più dubbi che certezze, per chi non ha più fiducia nello stile di relazioni della parrocchia, per chi si sente alle strette negli ambienti ecclesiali. E allora, dove portare liberamente le proprie domande senza temere di essere giudicati?
L'esperienza associativa dell'Azione Cattolica appare una preziosa risorsa: può offrire casa, relazioni, amicizie. Purché non pretenda di insegnare ai giovani come vivere, ma piuttosto sappia farsi luogo di ascolto, in cui la ricchezza che i giovani portano dentro possano trovare spazio e dove la domanda di senso possa trovare adulti disposti a condividerla, e ad affrontarla con loro: non con la presunzione di avere tutte le risposte, ma con l'umiltà di chi sa cercare insieme ad altri, insieme a chi si affaccia oggi alla vita e può avere su di essa uno sguardo libero da precomprensioni e aperto alla novità. Per l'Azione Cattolica c'è qui la sfida a dar vita a luoghi ed esperienze in cui i giovani che hanno smesso di frequentare la Chiesa possano trovare una casa accogliente e libera.
La vera risposta alla fragilità non consiste nel rendere i giovani più forti. Consiste nel creare luoghi in cui possano smettere di sentirsi soli davanti alle domande della vita.
