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La soglia superata

Senza una giustificazione pubblica e con dubbi interni a Washington, la guerra all’Iran supera una soglia che riguarda l’intero ordine internazionale
28/02/2026 di Antonio Martino

Gli Stati Uniti colpiscono di nuovo l’Iran. È il secondo attacco in meno di un anno, ma non è una semplice ripetizione. È qualcosa di diverso, e più grave. Perché cambia il modo, cambia l’obiettivo, cambia - soprattutto - il senso politico di questa guerra.

A giugno Washington aveva negato il coinvolgimento diretto, limitandosi a sostenere Israele. Oggi l’attacco è congiunto, dichiarato, rivendicato. Non più difesa dell’alleato, ma azione comune. E non più contenimento di una minaccia, bensì rovesciamento di un regime. Donald Trump lo ha detto senza ambiguità, invitando gli iraniani a “riprendersi il loro governo”. I bombardamenti sulla residenza della Guida suprema, Ali Khamenei, hanno trasformato quelle parole in un messaggio militare.


 


Colpisce, in questa nuova fase, l’assenza quasi totale di una giustificazione. Si parla di “attacco preventivo”, ma senza spiegare rispetto a quale pericolo imminente. Nei mesi scorsi, pur tra molte controversie, il tema era stato il nucleare. Oggi nemmeno questo. Anzi, solo poche ore prima dell’inizio dei raid, il mediatore tra le parti in campo, il ministro degli Esteri omanita aveva rivelato che Teheran era pronta a rinunciare all’uranio arricchito e ad accettare ispezioni complete: un passo che neppure l’accordo del 2015, voluto da Barack Obama, era riuscito a ottenere.

Quell’offerta è stata ignorata. O stracciata. E questo sposta il baricentro della vicenda: se il nucleare non è più il vero nodo, allora l’obiettivo è un altro. Forse i missili iraniani, forse la volontà di non dover più negoziare, forse - più semplicemente - la decisione di non nascondere la realtà: abbattere la Repubblica islamica.


 

Nel video, pubblicato sui profili social della Casa Bianca e il profilo istituzionale del Presidente degli USA, Donald Trump ha confermato ufficialmente che anche gli Stati Uniti stanno partecipando agli attacchi sull’Iran e ha chiarito quali obiettivi si è data l'amministrazione statunitense con l'operazione militare.


A rendere il quadro ancora più inquietante è la mancanza di un consenso solido persino dentro gli Stati Uniti. I vertici militari hanno lasciato filtrare dubbi segnalando - racconta il Washington Post - la scarsità di munizioni - soprattutto missili per proteggere le basi americane nella regione e Israele - e i rischi di un’escalation prolungata. È un fatto raro, che indica quanto questa scelta sia percepita come azzardata.

Ventitré anni dopo l’Iraq, l’America torna a tentare il cambio di regime, dall’aria, contro un Paese più grande e più complesso. Forse il sistema iraniano, logorato dalla repressione e dal malcontento, vacillerà. Forse no.

Ma ciò che accadrà dopo non riguarda solo Teheran.

Perché quando la forza sostituisce apertamente il negoziato proprio nel momento in cui sembrava possibile, quando il cambio di regime diventa un obiettivo dichiarato, quando la guerra non viene più spiegata, ma solo esercitata, allora non siamo davanti a un episodio in più. Siamo davanti a una soglia superata. E a una responsabilità che pesa su tutti.