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La pace, unica opzione

Intervista al segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin
07/04/2026 di Enzo Romeo

Questo articolo è stato pubblicato su 

In questa fase storica la diplomazia è messa in discussione dalla logica del più forte. Perché?
Non dobbiamo nascondere la testa sotto la sabbia, la logica del più forte è sempre esistita. Però è vero che, specie negli ultimi anni, la diplomazia, la creatività diplomatica, l’attitudine al negoziato, sono via via venute meno. È come se a poco a poco ci si arrendesse alla logica del più forte. Mi colpisce con quanta determinazione – stavo per dire facilità – l’opzione bellica viene presentata come risolutiva, quasi inevitabile, piegando il diritto internazionale a proprio piacimento. Mentre al contempo la diplomazia appare muta, incapace di attivare strumenti alternativi. Sembra venuta meno la coscienza del valore della pace, la coscienza della tragicità della guerra, la coscienza dell’importanza di regole condivise e del rispettarle.

Da dove ha origine la crisi del multilateralismo?
Se la analizziamo dal punto di vista degli effetti, è una crisi originata dall’uso della forza che si sostituisce alle regole e dal far prevalere il proprio interesse o l’interesse di pochi. Al contempo, come ho appena detto, dal venir meno della capacità di affrontare le questioni comuni attraverso soluzioni che coinvolgono tutti. Se analizziamo questa crisi in modo più approfondito, scopriamo che non si tratta soltanto di una volontà degli Stati di ridurre a un ruolo marginale le istituzioni internazionali, ma piuttosto dell’affermarsi di un multipolarismo ispirato dal primato della potenza.

A cosa si riferisce esattamente quando parla di un «multipolarismo ispirato dal primato della potenza»?
Intendo un multipolarismo che appare regolato dalla capacità di manifestare autosufficienza e potenza, dalla determinazione di preservare confini statali e ultra statali pensando che siano impermeabili. Insomma, dal perseguire sempre e soltanto il primato e talvolta il predominio del proprio Paese, invocando il diritto internazionale soltanto quando fa comodo e purtroppo ignorandolo in tanti altri casi. Questo utilizzo di doppi standard non tiene conto di una verità della quale parlava già Immanuel Kant, nel 1795, nel suo Per la pace perpetua, quando sosteneva che «la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti». Per non essere astratti: molti governi si sono indignati per gli attacchi contro i civili ucraini da parte dei missili e dei droni russi, imponendo sanzioni agli aggressori. Non mi sembra che sia accaduto lo stesso con la tragedia della distruzione di Gaza.

Sullo sfondo c’è la pretesa di garantire la pace con le armi, mentre Leone XIV invita continuamente a una pace «disarmata e disarmante». Svuotare gli arsenali, specie quelli nucleari, è un’utopia?
È piuttosto un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi e dagli equilibri imposti dal più forte, piuttosto che dagli accordi internazionali. È un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi anche perché non si tiene conto degli enormi interessi economici che sono in gioco. Nel giugno 2025, Leone XIV, intervenendo alla 98ª Assemblea plenaria della ROACO (Riunione opere aiuto Chiese orientali), ha detto: «Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta? La gente è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti!». Noi crediamo fermamente che gli arsenali vadano svuotati, a partire da quelli nucleari.
Non possiamo fingere di non ricordare che qualche decennio fa erano stati sottoscritti accordi importantissimi per una progressiva riduzione delle armi atomiche. Accordi che ora sono stati lasciati cadere e non vengono rinnovati per dare ancora più mano libera alla costruzione di strumenti di morte micidiali, in grado di annientare la vita sulla terra. Vorrei ricordare in proposito che in un celebre discorso a Hiroshima, nel 2019, papa Francesco ha definito immorale non soltanto l’uso, ma anche il possesso delle armi atomiche.

Nel 1989, dopo la caduta dei muri, si sperava in un mondo più libero e solidale. Lo stesso Giovanni Paolo II sognava un’Europa che respirasse finalmente a due polmoni, est e ovest. E invece ci sono stati l’11 settembre e una serie interminabile guerre, tra cui la più sanguinosa – quella russo-ucraina – proprio ai confini orientali del nostro continente. Ci eravamo illusi o qualcosa non ha funzionato nella gestione dei nuovi assetti mondiali?
Non credo che ci fossimo illusi. Di certo san Giovanni Paolo II sognava un’Europa unita non dal consumismo e dalla globalizzazione ma da valori condivisi. La storia, ne dobbiamo prendere atto, è andata in un’altra direzione e invece di un mondo più libero e solidale abbiamo visto realizzarsi un mondo più instabile, senza che si siano posti efficaci rimedi alle tremende ingiustizie che vedono milioni di persone soffrire la fame, la sete, la privazione della minima assistenza sanitaria e di condizioni di lavoro degne dell’uomo.
È fin troppo facile dire che qualcosa non ha funzionato: basti pensare, parlando solo dell’Europa, che siamo sprofondati in un clima da guerra fredda inimmaginabile pochi decenni fa. La guerra russo-ucraina è una ferita nel cuore dell’Europa cristiana e ci interpella particolarmente.
Ho come l’impressione che non sia sufficientemente avvertita la devastazione che questa guerra ha provocato in Ucraina, l’enorme prezzo in vite umane, la distruzione delle città e delle infrastrutture. Servirebbe un sussulto di umanità e di responsabilità da parte di tutti. Invece fa male constatare che in molti casi l’unica risposta è quella del riarmo.

Lei parlando ai nunzi apostolici ha detto che è necessario tener conto del quadro concreto che si ha davanti. Bisogna cioè, anche in campo diplomatico, superare le nostalgie di un passato che non c’è più?
La diplomazia è l’arte del possibile e non può mai agire per schemi precostituiti, calati dall’alto, o sulla base di dottrine astratte. Bisogna sempre partire dalla realtà che si ha di fronte, anche se non ci piace, anche se non corrisponde alle nostre aspettative, anche se – talvolta – è spaventosa.
Quanto al «passato che non c’è più», mi verrebbe da dire che non solo i diplomatici della Santa Sede, ma tutti noi, mai possiamo costruire qualcosa di positivo nella nostalgia del passato: siamo chiamati a vivere il presente, il nostro presente, così com’è, facendo del nostro meglio per cambiarlo, per trasformarlo, senza mai arrenderci.

Sempre nel discorso che ha tenuto alla Pontificia accademia ecclesiastica, ha invitato chi opera nella diplomazia alla lungimiranza e al sano realismo. Come oggettivare questi valori?
La lungimiranza significa saper guardare oltre il proprio naso prendendo in considerazione le conseguenze che le nostre decisioni odierne avranno per le generazioni future. Significa ad esempio, da parte della politica, cercare soluzioni che guardino al bene comune e non siano finalizzate soltanto a vincere le prossime elezioni. Da parte della diplomazia, significa perseguire – o almeno cercare di perseguire – soluzioni che portino a una pace duratura, rispettosa dei diritti e del bene di tutti. Il sano realismo significa operare tenendo conto della realtà così com’è e non agire sulla base di idee inapplicabili. Significa tener conto dei risultati possibili e cercare di perseguirli passo dopo passo.

L’Europa unita è messa oggi in discussione, sia all’interno dai partiti cosiddetti sovranisti, sia all’esterno, con gli attacchi verbali (e non solo) di Putin e Trump. Bisogna riformare l’Unione europea per evitare che sia demolita? E come?
L’Europa non è un’entità determinata da confini geografici, ma una realtà che ha condiviso e che condivide valori comuni. Va riscoperto ciò che ci unisce. Dobbiamo ravvivare quanto ci ha reso ciò che siamo. Sono convinto che l’Unione europea abbia necessità di riforme per evitare di decadere, vittima non soltanto degli attacchi esterni ma anche dei protagonismi interni. Nelle crisi internazionali, anche in quelle purtroppo accadute ai nostri confini, a volte l’Europa non è stata capace di parlare con una sola voce. Abbiamo bisogno di ravvivare nei popoli il senso di appartenenza europea e, nelle leadership, la coscienza della necessità di azioni comuni senza mai venir meno ai principi che sono alla base dell’Unione europea stessa.

Discorso simile si può fare per le Nazioni Unite. Il gioco dei veti ne ha limitato storicamente la capacità di intervento, ma c’è adesso chi considera questa istituzione inutile o perfino controproducente. Qual è la sua opinione in merito? E come vede la creazione di strumenti alternativi quali il Board of peace?
La Santa Sede continua a credere nell’importanza delle Nazioni Unite e le sostiene, ritenendo che le organizzazioni internazionali siano fondamentali per frenare la logica del più forte. È vero, purtroppo, che c’è sfiducia e che i veti hanno limitato la capacità di intervento dell’ONU in situazioni di conflitto, ma non possiamo arrenderci e passare dalla forza del diritto al diritto della forza! Quanto al Board of peace, com’è noto, la Santa Sede è stata invitata a parteciparvi come membro, ma, dopo aver esaminato la proposta, ha deciso di non aderirvi. Abbiamo infatti considerato che la peculiare soggettività internazionale della Santa Sede non consenta tale partecipazione formale. Tuttavia, la Santa Sede mantiene aperto il dialogo con i Paesi che sono entrati nel Board of peace, giacché è disposta a fare il possibile per favorire la pace e la ricostruzione, in stretta collaborazione con la Chiesa cattolica in Terra Santa. Affinché tale obiettivo venga raggiunto, considero necessaria la partecipazione degli organismi internazionali e degli stessi palestinesi, perché non è possibile decidere il futuro della Striscia ignorando i suoi legittimi abitanti che sono cittadini dello Stato di Palestina, un’entità da salvaguardare di fronte a ogni volontà di annessione, che è contraria alle risoluzioni delle Nazioni Unite e ai principi basilari della giustizia. Pertanto, la Santa Sede seguirà con attenzione gli sviluppi di questa iniziativa, nella speranza che raggiunga davvero l’obiettivo di una pace giusta e duratura nella regione. Temo però che la situazione attuale, che ha visto il Medio Oriente trascinato in una gravissima spirale di violenza, inciderà pesantemente anche su quanto accadrà nel prossimo futuro in Palestina. Al contempo mi lasci dire che il Board of peace, con tutti i suoi limiti, è almeno un tentativo di fare qualcosa dopo la strage di civili a cui abbiamo assistito a Gaza. Ci si potrebbe domandare quali altre iniziative ci sono state e quali altri tentativi sono stati messi in campo.

Il processo unitario europeo fu guidato nel dopoguerra soprattutto da leader di ispirazione cattolica (De Gasperi, Schuman, Adenauer), ma in anni più recenti fu bocciato nell’Unione europea il riferimento alle radici cristiane. E oggi? Che apporto può dare il credente cristiano all’Europa?
In effetti, il riferimento alle radici cristiane dell’Europa, così tanto a suo tempo auspicato da Giovanni Paolo II, è stato bocciato dall’Unione europea. Quello che mi preoccupa di più, al di là della menzione sulla carta, è quanto queste radici siano vive e operanti oggi. Vale a dire, quanto sia concreto e presente il contributo dei cristiani al progetto comune europeo.
È una domanda aperta. Quanto all’apporto che il credente può dare oggi, credo sia fondamentale: pensiamo innanzitutto al valore della vita e della dignità dell’uomo, alla libertà religiosa, alla proposta di correttivi all’attuale sistema economico-finanziario in accordo con i principi della Dottrina Sociale della Chiesa, alla salvaguardia del creato.
Pensiamo soprattutto, oggi, al valore della pace, così insistentemente richiamato dagli ultimi successori di Pietro. Mi ha colpito che papa Leone abbia chiesto ai vescovi italiani di operare in questo senso coinvolgendo tutte le comunità cristiane. Ecco, ci sarebbe bisogno di più voci di pace, di più voci contro la follia della corsa al riarmo, di più voci che si levano in favore dei nostri fratelli più poveri, di più voci e di più proposte – penso ad esempio al mondo degli atenei cattolici – per nuovi modelli economici improntati alla giustizia e alla cura dei più deboli invece che all’idolatria del denaro.

A inizio del conflitto russo-ucraino Putin rifiutò la mediazione offerta da papa Francesco e le posizioni di Trump oggi sono molto distanti da quelle del connazionale Prevost. Dobbiamo ricavarne che nessuno ascolta le parole dei pontefici?
Non possiamo nasconderci dietro un dito: la voce dei papi è profetica e improntata a quel realismo di cui parlavo prima. Il vescovo di Roma è un’autorità morale la cui importanza si è accresciuta quando ha perso il suo potere temporale.
Ma è una voce che grida nel deserto se non viene sostenuta e concretamente aiutata. Basti pensare all’azione di Giovanni Paolo II per la libertà nei Paesi dell’est europeo sotto la cortina di ferro: la sua voce è stata sostenuta e supportata perché quell’azione rientrava nell’interesse dei Paesi occidentali.
Ma quando, dopo la caduta di quei sistemi, miracolosamente quasi incruenta, lo stesso pontefice ha supplicato di non imbarcarsi nella prima e poi nella seconda guerra in Iraq, è stato lasciato solo da quegli stessi che fino a poco prima lo osannavano.
Per questo non c’è da stupirsi se ci sono posizioni “molto distanti”. D’altra parte, è importante sottolineare che questa distanza non deve mai impedire di mantenere un dialogo aperto, con tutti.

Guardando alla Casa Bianca vediamo che nell’amministrazione Trump si dà molto risalto ai valori religiosi cristiani. Il vicepresidente Vance è un convertito alla Chiesa cattolica e si definisce un praticante assiduo. Ma come conciliare ciò con le scelte di politica interna (lotta spietata all’immigrazione) e internazionale (uso della forza, rivendicazioni territoriali, politica dei dazi, ecc.)?
È una domanda che andrebbe posta agli interessati. Non mi dispiace quando ascolto politici che si riferiscono ai valori cristiani e li indicano come il faro della loro azione. Parlo in generale e per tutti: il punto è che la fede cristiana, con le sue conseguenze, non è un banco di esposizione di vari prodotti la cui scelta è lasciata nelle mani dell’acquirente. Non possiamo dire di amare e difendere la vita e preoccuparci solo di quella dei nascituri senza considerare che è vita anche quella dei migranti che muoiono in mare, delle donne e dei bambini che non hanno di che sfamarsi, dei popoli devastati dalle armi che produciamo e vendiamo, di chi rivendica il diritto di scegliere liberamente la propria fede. Come ha detto papa Leone: «Chi dice di essere contro l’aborto, ma a favore della pena di morte, non è veramente pro-vita. Chi afferma di essere contro l’aborto ma è d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati, non so se sia davvero pro-vita». Al contempo chi si preoccupa di salvare le balene ma giustifica l’uccisione silenziosa di un numero enorme di esseri umani nel grembo materno, cade nella stessa contraddizione.

A proposito di Stati Uniti, ha fatto scalpore il blitz che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Maduro. La Santa Sede aveva proposto anche in questo caso una mediazione che non è stata colta. Alla luce di quanto accaduto, lei, che è stato nunzio in Venezuela, che conseguenze prevede per questo Paese e più in generale per i rapporti USA-America latina?
Al di là di quanto è accaduto e di come è accaduto, noi continuiamo ad appoggiare sempre la soluzione pacifica, chiedendo che sia rispettata l’autodeterminazione del Paese e il bene del popolo venezuelano. Come ho già detto, è vero che avevamo tentato di trovare una soluzione che evitasse qualsiasi spargimento di sangue, trovando un accordo con Maduro e con gli altri esponenti del governo venezuelano, ma non è stato possibile.

Lei è stato recentemente in Danimarca per il XII centenario dell’evangelizzazione del santo vescovo Oscar (Ansgario). Che clima umano ha trovato dopo lo shock per la minaccia di Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti?
Nell’incontro che ho avuto a Copenaghen con il ministro degli Affari esteri danese, lo scorso 26 gennaio, nel contesto della visita in Danimarca come legato pontificio per questo importante centenario, abbiamo parlato ovviamente anche della questione della Groenlandia. Ho colto certamente preoccupazione per la minaccia di una possibile annessione, ma ho pure constatato lo sforzo congiunto del Governo danese e di quello autonomo della Groenlandia di trovare un’intesa con gli Stati Uniti. Mi sembra che al momento la questione non sia più all’ordine del giorno e ciò ci rallegra. Direi che tutta questa vicenda ha spinto sia la Groenlandia che la Danimarca a riconsiderare l’importanza strategica delle loro relazioni e, soprattutto, ha portato il popolo groenlandese a una rinnovata coscienza della propria identità. Nella recente visita in Vaticano del 4 marzo u.s., la ministra degli Affari esteri groenlandese ha ribadito la volontà del suo popolo all’autodeterminazione, nel rispetto del diritto internazionale e lo sforzo di seguire la via diplomatica con l’amministrazione USA per garantire la sicurezza comune.

Spostandoci su un altro fronte, si può immaginare una soluzione della crisi iraniana senza ulteriori spargimenti di sangue? E come combinare l’attenzione della Santa Sede per il rispetto dei diritti umani con il dialogo interreligioso tra Vaticano e islam sciita?
Un nuovo fronte di guerra potrebbe avere conseguenze disastrose per il Medio Oriente e per il mondo. E dunque è auspicabile che si trovino soluzioni negoziali e che sia rispettato il diritto internazionale. Quanto al dialogo interreligioso, continua, non si è mai interrotto, e vorrei ricordare in proposito lo storico incontro del 2021 di papa Francesco con il grande ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità sciita dell’Iraq, nella sua residenza a Najaf.
Al contempo auspichiamo che le istanze della popolazione siano tenute in considerazione e che i diritti umani vengano rispettati, coltivando con pazienza il dialogo e la pace. E perseguendo il bene comune dell’intera società.

Un suo predecessore, Agostino Casaroli, parlò di «martirio della pazienza» riferendosi all’ostpolitik della Santa Sede coi Paesi di oltrecortina. Si può applicare questa definizione agli attuali rapporti tra la Chiesa di Roma e il governo di Pechino?
Sì, certamente, e vorrei aggiungere: non soltanto con la Cina! Il dialogo continua, nonostante le difficoltà. Vorrei sottolineare ancora una volta – purtroppo questo si fatica a capirlo – che l’accordo provvisorio firmato nel settembre 2018 non è un concordato né un accordo politico-diplomatico, ma attiene soltanto al procedimento di nomina dei vescovi. Per un cristiano, per un cattolico, la comunione con il successore di Pietro è essenziale, non è un optional! Il fatto che oggi in Cina i vescovi siano tutti in comunione con il papa è fondamentale.

A livello diplomatico tra Santa Sede e Cina popolare rimane il nodo del riconoscimento vaticano di Taiwan, che Pechino considera proprio territorio. Per non parlare di Hong Kong, dove la legge sulla sicurezza nazionale ha ridotto gli spazi di libertà, anche dei cattolici. Come far quadrare il cerchio, salvando la linea di dialogo con Pechino senza cedere sui principi di fondo?
Già vent’anni fa, l’allora cardinale segretario di Stato Angelo Sodano disse pubblicamente che se solo la Repubblica Popolare Cinese volesse, la Santa Sede trasferirebbe immediatamente la sua rappresentanza diplomatica da Taipei a Pechino.
Questo non significherebbe affatto rompere i rapporti con Taiwan, ma piuttosto ritornare nella Cina continentale dalla quale la Santa Sede venne espulsa nel 1951. Per quanto riguarda Hong Kong, la Chiesa continua a essere impegnata nel dialogo con le autorità e nel garantire la libertà religiosa.

Per tutto il 2026, «Dialoghi» ha come filo rosso il tema del cambiamento: tecnologico, umano e anche geopolitico. A livello di assetti internazionali dove ci porteranno i mutamenti così rapidi a cui stiamo assistendo?
Credo che avesse pienamente ragione papa Francesco affermando che la nostra non è un’epoca di cambiamenti ma viviamo un cambiamento d’epoca. La tecnologia ha fatto e sta facendo passi enormi e dobbiamo rigettare da una parte chiusure pregiudiziali e demonizzazioni, dall’altra aperture di credito ingenue. È importante sottolineare delle linee da non superare, affidando alle macchine la facoltà di decidere sulla vita e sulla morte delle persone, come purtroppo avviene per certe armi sofisticate.
C’è poi il grande e attualissimo tema delle fake news, di chatbot che dialogano sui social come se fossero persone ume. Dobbiamo difendere l’umanità e lottare contro la disumanizzazione. Purtroppo questi strumenti potentissimi e sofisticatissimi rischiano di diventare strumenti di poteri forti che tentano di manipolarci. Il fattore umano è e deve continuare a essere decisivo.

Come spiegare la contraddizione di questa era digitale che ci rende tutti iperconnessi e in grado di dialogare e che però vede crescere la paura dell’altro e l’innalzamento di nuovi muri?
Come rilevate, è una vera e propria contraddizione. Siamo bombardati da milioni di notizie, siamo iper-informati, ma soltanto apparentemente. Siamo costantemente connessi, senza renderci conto che questa connessione finisce per condizionarci: basta vedere come sono cambiate le giovani generazioni. L’iperconnessione mediata dagli strumenti tecnologici a poco a poco fa sì che cadano certe remore che avremmo se ci trovassimo davanti alla persona in carne e ossa.
Così sui social cresce la paura ma anche l’uso di un linguaggio di odio, sprezzante, non rispettoso dell’altro. Ogni volta che postiamo un commento, magari criticando qualcuno, dovremmo sempre chiederci se useremmo le stesse parole e gli stessi toni avendo di fronte a noi, dal vivo, la persona che stiamo criticando. È per questo che il digitale non potrà mai sostituire l’umano, e se i social sono importanti per connettere le persone, è essenziale continuare a incontrarci di persona, guardandoci negli occhi.
Purtroppo la propagazione di fake news, l’esasperazione delle polemiche, la semplificazione del pensiero, la riduzione della realtà a slogan, contribuisce ad accrescere paure spesso ingiustificate e a individuare “nemici” inesistenti. Per questo l’innalzare muri e steccati va di pari passo col crescere della paura. Come cristiani dobbiamo opporci a questa deriva con la nostra testimonianza quotidiana: l’odio, la guerra, la violenza iniziano quando dimentichiamo il volto dell’altro.