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La
campagna referendaria, e ancor più il suo esito, hanno fatto
emergere con grande evidenza l’urgenza per il nostro Paese di
ritrovare una visione comune ma anche un percorso condiviso e
concreto per far fronte alle sfide attuali, cominciando dalla
difficile situazione internazionale e dai suoi risvolti economici e
sociali. La guerra rivela la sua natura turpe, continuando a mietere
vittime innocenti nei diversi conflitti scatenati con la presunzione
di risolvere con la forza questioni delicate che richiederebbero vie
alternative come quelle diplomatiche, ma anche provocando ulteriori
shock sull’economia reale che rischiano di approfondire in modo
drammatico le disuguaglianze nelle diverse aree del mondo, non solo
in quelle direttamente coinvolte dal conflitto e dalla violenza
dell’uso delle armi. «Siamo un popolo che ama la pace e che vuole
la pace», ha ricordato con la straordinaria forza della sua mitezza
papa Leone XIV, invitando ogni autorità e soggetto che detiene il
potere a recuperare uno stile di dialogo e di incontro per la ricerca
di soluzioni possibili e condivise. La guerra è una sconfitta per la
politica in generale. Soprattutto per quella politica che vuole
essere al servizio della giustizia e del bene comune.
La guerra,
inoltre, apre la strada a un esercizio del potere che pretende il
predominio assoluto su tutto e su tutti, senza rendere conto a
nessuno. Per questo, non di rado, chi lo esercita in questo modo
tende inoltre ad allearsi con altre forze che sanno concentrare i
poteri come una certa finanza speculativa o quelle forme di
tecnocrazia economica che hanno condizionato negli scorsi decenni la
globalizzazione. Un frutto avvelenato delle guerre – ma il nesso di
causalità potrebbe anche inverso – è la crescente mentali-à che
prende forma nello schema di relazioni sociali semplificate nella
logica amico/nemico. E come abbiamo visto, i social network diventano
un amplificatore attraverso il duplice effetto della profilazione e
della creazione di filter
bubble.
In forme nuove si ripete un copione antico come il mondo, ma di fronte a questo i cristiani sono chiamati a essere pietra di inciampo e presenza profetica. Scriveva nel 1947 Vittorio Bachelet: «In un momento in cui i fronti, i blocchi, lo stato d’animo di guerra, insomma, sono all’ordine del giorno (…) noi siamo senza dubbio portati dal corso stesso delle cose, a concepire il cristianesimo, la Chiesa cattolica come un gigantesco fronte di combattimento che – come tutti i fronti – divide gli uomini in due schiere». Il combattimento, diremmo meglio oggi il conflitto, non ci è estraneo e diventa persino necessario quando è rivolto a rimuovere fattori di iniquità e ingiustizia. «I cattolici combattono – scrive ancora Bachelet –, devono combattere il male che è l’unica cosa che non possono amare, ma non possono es-sere nemici degli uomini anche quando questi (…) combattono la verità, la giustizia, la carità, la Chiesa». Ciò che il Papa buono, oggi santo, Giovanni XXIII, avrebbe riformulato qualche anno dopo con la celebre espressione di Pacem in terris, «non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante». Occorre poter conservare una “forza d’amore”, la definisce così, una capacità di guardare l’uomo e la sua solida attitudine a lasciarsi convertire dall’amore. La prospettiva di Vittorio Bachelet è autenticamente evangelica, e pienamente immersa nella storia. Guarda alla politica come uno spazio in cui prende forma originale e creativa la carità. Di fronte alla complessità delle sfide attuali, dove la rapidità di cambiamenti tecnologici e sociali coniugata alla prevalenza di interessi finanziari dominanti, rischiano di riversarsi con violenza sui cicli vitali di persone, comunità ed ecosistemi, l’umanità rischia di dividersi e di perdersi. Gli imperi da sempre hanno perseguito la divisione e l’isolamento delle posizioni critiche, e la complessità viene semplificata dentro una sorta di alleanza al ribasso tra chi pretende ogni potere e chi, sfiduciato, rinuncia a esercitarlo.
La democrazia scommette su una via diversa, costruendo una diversa “intelligenza collettiva” che affronta la complessità riconoscendo il pluralismo e restituendo dignità alle persone e alla loro capacità di cooperare per un fine più grande. Si invoca da più parti un maggiore e diverso impegno dei cattolici a ogni livello nella vita politica, ritenendo che la loro presenza e i valori di cui essi sono portatori possano contribuire a moderare il dibattito politico e con-tribuire a costruire spazi di mediazione tra diverse istanze. Ritengo che oggi, una rinnovata stagione di impegno dei cattolici debba resistere alla logica della contrapposizione violenta e ritrovare la politica come arte del confronto e dell’incontro in cui si assume insieme la complessità. Anche prendendo parte e farsi carico di posizioni specifiche che non rinunciano alla possibilità di un orizzonte comune.
