In un contesto dove la guerra ha toccato ogni fibra della società, la solidarietà si è fatta carne: c’è chi combatte e chi si dedica al volontariato, chi sta in prima linea e chi sostiene i soldati dalle retrovie. Paradossalmente il male emerso ha avuto l’effetto di compattare il popolo tutto: il nemico, ormai palesato e guardato in faccia, ha reso ancora più ferrea la volontà di unione. In questo scenario, i giovani avvertono con forza il peso del futuro, portando sulle loro spalle la responsabilità della vita di un intero Paese.
Ciò che più colpisce, nel dialogo con questi ragazzi, è il loro desiderio ostinato di cercare segni di vita nel dramma della morte; ci provocano e ci ricordano quanto noi, abitanti di una pace che sempre diamo per scontata, abbiamo perso la brama di custodire la Vita. Il popolo ucraino, nella sua sofferenza, diventa uno specchio che riflette le nostre distrazioni.
Quando gli chiedo di raccontarmi un gesto o una parola detta da un giovane in questi mesi, che racchiude il senso della Resistenza, Padre Roman con una lucidità - sinonimo di una consapevolezza inaudita - mi racconta di un giovane soldato ucraino, un ragazzo credente, che prima di partire per il fronte chiedeva ai suoi familiari non la vittoria ma la preghiera: «Pregate per me, perchè se anche dovessi morire, io non muoia con l’odio nel cuore». E qui la testimonianza diventa profezia. Molti soldati combattono nutriti dal rancore, dall’odio, sentimenti umani e comprensibili davanti agli orrori della guerra. Ma questo giovane ucraino indica una via diversa: la Resistenza che si fa preghiera e atto di amore verso la propria terra. Questa è la Grazia che testimonia: la certezza che la presenza di Cristo nella vita doni il coraggio di arrivare anche alla morte con il cuore integro.
Mentre nel 2026 i tavoli della diplomazia faticano a trovare soluzioni e il rischio di un isolamento del popolo ucraino si fa concreto, Padre Roman sposta l’attenzione su un pericolo ancora più grave: dopo oltre quattro anni di conflitto, il rischio maggiore non è più solo la distruzione fisica, ma l'assuefazione emotiva e la stanchezza spirituale.
La
sfida del futuro sarà gestire l’eredità dell’odio per le
generazione a venire: significherà educare all’amore in un sistema
che, per sopravvivere, ha dovuto imparare a combattere.
Padre
Roman richiama il concetto di memoria collettiva, una forza che ha
già segnato il Paese e che segnerà le generazioni future. Dovremo
trasmettere e ricordare il prezzo pagato per l’indipendenza e la
libertà. Gli ucraini saranno chiamati ad educarsi alla fedeltà ai
propri valori, ricordando e onorando tutti quelli che hanno dato la
vita per il proprio Paese. Il lavoro cruciale sarà non compromettere
le generazioni future al male: bisogna restare fedeli, senza cadere
nel disprezzo.
La guerra in Ucraina è diventata per molti una delle tante news, rischia di rimanere un rumore di fondo. Il compito necessario è evitare di trasformare il dolore in abitudine. Non è comune parlare di male, la tendenza è quella di voltarsi dall’altra parte per non soffrire, ma padre Roman ci affida un mandato preciso: non stancarci, non abituarci, non dimenticare.
«È brutto essere dimenticato, così rimani davvero solo» confessa. L’invito per tutti noi è quello di avere il coraggio di parlare, di essere - come dice lui - gli “avvocati della Verità”. Non è un compito facile, costa fatica e responsabilità, ma è necessario per comprendere che la parete tra il male e il bene che attraversa l’Ucraina riguarda tutti noi. L’Europa deve essere consapevole che il popolo Ucraino sta difendendo tutti noi. L’aggressore non si fermerà, perché il male si diffonde: non è una questione di territori, è una questione ideologica.
Allora cerco di capire cosa fa la Chiesa in tutto ciò, che tipo di posizione assume, e la risposta sta nei volti dei trenta giovani che hanno vissuto a Seveso il seminario internazionale di formazione e dialogo “Shaping Peace, Realising Hope: Global Youth in Dialogue”, promosso dall’Azione Cattolica Italiana in collaborazione con la Pastorale della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina e il Coordinamento giovani del Forum Internazionale di Azione Cattolica, con il contributo di Caritas Italiana.
La Chiesa dunque non si limita alla preghiera, ma realizza progetti, cerca cooperazioni, costruisce ponti di amicizia e formazione. Il seminario internazionale non è stato un viaggio qualunque, ma un progetto di speranza. Lì, tra un intervento e l’altro, questi giovani hanno iniziato a studiare come ricostruire il loro Paese. Non parlavano solo di mattoni, ma di valori. La loro Fede incrollabile è la prova che l'amore di Dio salva, non necessariamente dalle bombe, ma dalla disperazione, che è la vera morte dell’anima.
C’è un aspetto che emerge con forza nel guardare i volti di questi giovani, ed è la loro capacità di vivere una vita che, agli occhi dei molti, potrebbe quasi apparire ordinaria. Li vedi ridere, studiare, tessere relazioni, progettare il domani. Ma non bisogna cadere nell’errore di chiamarla “normalità” perché nulla è normale quando vivi sotto il rumore delle sirene e il cielo può tradirti in ogni istante. La loro non è spensieratezza, ma una scelta precisa: la forza di riprendere in mano la propria vita mentre un aggressore cospira per distruggerla. Invece di lasciarsi paralizzare dal terrore o di farsi ingannare da una logica egoistica di salvare solo la propria vita, questi ragazzi decidono di continuare a “essere”, di non farsi sottrarre l’identità dalla violenza. È una forma di resistenza che non fa rumore, ma che è potente quanto un atto eroico.
Senza mai scadere nel giudizio di chi osserva da lontano, la loro esistenza ci interroga profondamente. Ci mostra che la pace non è l'assenza di conflitto, ma la capacità di mantenere integra la propria umanità anche sotto le bombe. Non è una vita facile, eppure è una vita vissuta con una pienezza che spesso noi, nella nostra sicurezza, abbiamo dimenticato. Riprendere in mano la propria vita, in Ucraina, significa affermare che il male può distruggere le case, ma non ha il potere di spegnere il desiderio di vivere. Se Cristo è presente, l’aggressore può occupare la terra, ma non il cuore: è questa certezza che permette loro di non farsi mangiare dall’odio.
Per concludere Padre Roman mi racconta che durante un incontro online con Papa Francesco a febbraio 2025 una ragazza della regione Kharkiv ha espresso una gratitudine alla Chiesa tutta: «Grazie perché i sacerdoti, i monaci, le monache non ci hanno abbandonati, non ci hanno lasciati soli». Le chiese sono rimaste sempre aperte, fornendo aiuti materiali, ma soprattutto fornendo l’accompagnamento alle famiglie che hanno perso i propri cari. È il ministero della consolazione che si riassume in due parole: stare con. Spesso in quel ruolo di vicinanza le parole giuste non esistono, non si sa cosa dire davanti ad un lutto - mi racconta - ma impari che la presenza vale più di mille discorsi. Ascoltare, restare, esserci: questo è l’essenziale. Ed è lo stesso invito che rivolge a tutti noi: il sostegno pratico e concreto ma soprattutto la vicinanza che impedisce alla solitudine di vincere. Sapere che qualcuno, oltre il confine, sta con te, è ciò che mantiene in piedi la Speranza.
I trenta giovani ucraini, ormai nostri amici, tornano in Ucraina per continuare a combattere, a resistere, per stare vicino a quelli che hanno bisogno. Tornano per essere, a loro volta, quella presenza che consola. In questa scelta si nasconde una verità che riguarda tutti noi: ognuno può fare qualcosa per ricostruire la Pace. Non siamo chiamati ad essere spettatori, ma Ri-costruttori di Pace nel quotidiano: perché l’Ucraina sta, prega, combatte e noi abbiamo la responsabilità di essere con Lei.
