Fratelli e sorelle,
la Parola di oggi ci pone dinanzi a una figura scomoda e necessaria: il profeta.
Non è l’uomo che predice il futuro, ma colui che lascia a Dio la libertà di parlare; non cerca applausi, ma accetta il prezzo della fedeltà.
A Geremia il Signore consegna un comando netto: «Non tralasciare neppure una parola». Il profeta non può scegliere ciò che piace e scartare ciò che disturba. Deve custodire la Parola intera, anche quando brucia e domanda conversione. Geremia, infatti, non annuncia soltanto la rovina: apre una possibilità. «Forse ascolteranno e si convertiranno». La profezia non nasce per condannare, ma per impedire che l’uomo si perda.
Eppure il popolo trattiene soltanto ciò che lo ferisce. Non ascolta l’appello al cambiamento; sente solo la minaccia. È il rischio di ogni ascolto: ritagliare la Parola secondo le nostre paure, accogliere ciò che ci conferma e respingere ciò che ci mette in discussione.
La stessa resistenza incontra Gesù a Nazareth. Torna nella sua terra, entra nella sinagoga, parla tra volti conosciuti. E proprio la familiarità diventa ostacolo. «Non è costui il figlio del falegname?». Pensano di sapere già tutto di lui e, per questo, non riescono più a riconoscerlo.
È un pericolo anche per noi: vivere accanto al Vangelo senza lasciarci raggiungere dal Vangelo; anestetizzare lo Spirito; conoscere a memoria i gesti della fede e non attendere più nulla da Dio. Quando crediamo di possedere il Signore, abbiamo già smesso di incontrarlo.
In un tempo che preferisce il consenso alla verità e la semplificazione al discernimento, la Chiesa non può rinunciare alla sua vocazione profetica.
Siamo chiamati a elevare lo sguardo, leggere la storia con gli occhi di Dio e avere il coraggio di indicare una strada quando tutti sembrano rassegnati ai vicoli ciechi.
La profezia cristiana tiene insieme denuncia e annuncio. Denuncia ciò che ferisce la dignità dell’uomo, ciò che trasforma il fratello in un nemico, il migrante in un problema, il povero in un peso. E, nello stesso tempo, annuncia ostinatamente che un’altra storia è possibile.
Per questo il dialogo non è debolezza, né rinuncia alla verità. È un atto di fede. È credere che Dio ci precede nel cuore dell’altro; che nessuno è riducibile ai suoi errori; che anche dentro il conflitto può aprirsi uno spazio nuovo.
Bari, in questi giorni, vuole essere questo spazio nuovo. Un luogo che supera i confini della geografia e che rilegge il Mediterraneo come una grande parabola: un mare di incontri, un mare di volti, un mare di speranze, un mare di storie… ma anche un mare di guerre, un mare di armi, un mare di viaggi disperati, un mare di vite spezzate.
Questo mare ci interroga: vogliamo continuare a considerarlo un confine che separa o tornare ad abitarlo come una casa comune?
Gli orizzonti del Mediterraneo coincidono con gli orizzonti del Vangelo, perché il Vangelo allarga sempre lo sguardo, mai lo restringe.
Ricordiamolo: la nostra magnifica umanità – per fare nostre le parole di papa Leone – si assopisce nell'incubo di Babele, lì dove dove tutto è omogeneo e tutti diventiamo uguali, ma si risveglia nel sogno di Neemia, quando impariamo a ricostruire l'amicizia fra i popoli, custodendo le differenze come ricchezze, scegliendo la pazienza dell’ascolto anche quando lo scontro sembra la soluzione più rapida ed efficace.
Come Geremia viene circondato nel tempio, così Gesù viene respinto nella sinagoga. I luoghi che dovrebbero custodire l’ascolto possono diventare spazi di chiusura.
Anche le nostre comunità corrono questo rischio quando difendono sé stesse più di quanto accolgano la voce di Dio.
La conclusione del Vangelo è severa: «E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi». Non perché Dio diventi meno potente, ma perché il suo amore non forza mai la porta del cuore. I prodigi non obbligano alla fede: sbocciano lì dove trovano una fiducia disposta ad accogliere, rischiare, compromettersi.
L’incredulità non consiste soltanto nel negare Dio. È anche pensare che nulla possa cambiare. La fede rompe questo fatalismo. Ci dice che la storia non è un copione già scritto e che Dio continua ostinatamente a credere nell’uomo, anche quando l’uomo non crede più in sé stesso.
Per tale ragione la profezia non è pessimismo. È speranza. Il profeta vede le ferite, ma non le scambia per la fine. Vede le trincee e osa immaginare che possano diventare solchi. E, dove tutti vedono soltanto macerie, depone un seme.
Forse altri ne raccoglieranno il frutto, ma a noi è chiesto di seminare.
Oggi celebriamo sant’Ignazio di Loyola. Anche la sua vita si rigenera a partire da una ferita. Un colpo ricevuto in battaglia interrompe i suoi sogni di gloria, ma apre un cammino inatteso.
Da soldato diventa pellegrino; da uomo in cerca di onori, uomo del discernimento; da protagonista della propria grandezza, servo della gloria di Dio.
La grazia non cancella magicamente le ferite: le attraversa e può trasformarle in porte aperte verso una vita nuova.
Anche il Mediterraneo è segnato da ferite profonde. Anche l’Europa, le nostre città, le comunità cristiane conoscono paure, stanchezze e chiusure. Ma nessun dolore possiede l’ultima parola. L’ultima parola appartiene alla Pasqua.
Carissimi amici dell’Azione Cattolica, siete giunti a Bari da tutta Italia per riflettere su come abitare la fraternità.
Non dimentichiamo: la fraternità non si organizza soltanto; si testimonia. Il mondo non attende cristiani perfetti, ma credenti credibili: donne e uomini nei quali il Vangelo diventa volto, ascolto, prossimità, dialogo; persone capaci, nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’associazionismo, di non tralasciare nessuna parola del Vangelo e nessuna ferita dell’uomo.
Nazareth ci ricorda che la prova più vera della fraternità non si consuma nei grandi eventi, ma nella trama ordinaria dei giorni: nelle relazioni vicine, nelle comunità, nelle parrocchie, tra le differenze che ci abitano e talvolta ci feriscono.
È lì che il Signore attende il nostro sì. È lì che la fede può riaprire lo spazio dei prodigi.
Il miracolo più grande, infatti, non è cambiare il mondo in un giorno. In un giorno si può solo distruggere, non costruire. Il vero miracolo è permettere a Dio di cambiare il nostro cuore, perché attraverso di noi il mondo ritrovi un poco di fiducia, di fraternità e di pace.
