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La Bolivia brucia ma il mondo guarda altrove

Vita quotidiana, sussidi tagliati e proteste di chi non vede più futuro
20/02/2026 di Cosimo Spezio

In queste settimane, a migliaia di chilometri da noi, la Bolivia è attraversata da una protesta sociale vasta e tenace, nata dal rincaro del costo della vita e dai tagli ai sussidi sui carburanti decisi dal nuovo governo di Rodrigo Paz Pereira, presidente dallo scorso novembre. Eppure, di questo Paese andino e dei volti che lo abitano è arrivato pochissimo sulle pagine dei nostri media, quasi che la fatica di vivere di milioni di persone fosse un rumore di fondo lontano e ininfluente. Nelle piazze di La Paz, Cochabamba e Potosí si sono riversati lavoratori, contadini, studenti e famiglie intere, con cartelli e striscioni che denunciavano l'impossibilità di sostenere le spese quotidiane e la mancanza di prospettive concrete, mentre i telegiornali occidentali guardavano altrove.

La Bolivia è uno dei Paesi più poveri dell'America Latina, ma negli anni scorsi aveva sperimentato una fase di relativa stabilità, fondata sulle entrate del gas naturale e su un forte intervento pubblico: cambio ancorato al dollaro, prezzi dei carburanti calmierati, sussidi ai generi di base. Quel modello oggi è in crisi profonda: la produzione di gas è calata drasticamente (da oltre 60 milioni di metri cubi al giorno nel 2014 a meno della metà oggi), le riserve in valuta estera sono ai minimi storici e importare carburante e beni alimentari costa molto di più. Il Fondo Monetario Internazionale ha certificato che il deficit pubblico ha superato il 10% del PIL negli ultimi due anni, mentre l'inflazione – ferma per anni intorno al 2-3% – è schizzata oltre il 10% nel 2024 e ha continuato ad accelerare nel 2025, mordendo soprattutto sui beni alimentari e poi diffondendosi ai servizi in una spirale difficile da controllare. Le famiglie vedono salire il prezzo del cibo, dei trasporti, dell'energia, mentre salari e pensioni faticano a tenere il passo, e per molti la vita quotidiana è diventata una corsa a ostacoli tra code per il carburante, scaffali semivuoti e un mercato nero dei dollari che scarica i suoi costi sui consumatori finali. A pagare il prezzo più alto sono, come sempre, i più vulnerabili: anziani con pensioni ormai insufficienti, famiglie numerose nei quartieri popolari, piccoli commercianti che vedono crollare i margini, lavoratori informali senza alcuna rete di protezione.

La scintilla che ha acceso le proteste è stata il decreto 5503, con cui a metà dicembre il governo ha annunciato la fine dei sussidi ai combustibili, provocando un immediato aumento dei prezzi alla pompa (diesel e benzina sono rincarati di oltre il 30% in poche ore) e timori di rincari a catena su trasporti e beni di prima necessità. A mobilitarsi per primi sono stati i sindacati dei trasportatori, i lavoratori organizzati nella Central Obrera Boliviana (COB), i minatori e molti piccoli agricoltori, con scioperi, manifestazioni e blocchi stradali che hanno paralizzato diverse regioni del Paese per settimane. I blocchi hanno però aggravato la stessa crisi che contestavano: difficoltà di approvvigionamento, scaffali vuoti, carburante introvabile in alcune zone, prezzi dei prodotti freschi alle stelle per l'impossibilità di trasportarli dai campi ai mercati. Le immagini delle code chilometriche ai distributori e delle strade deserte per i blocchi hanno fatto il giro dei social, ma non hanno trovato spazio nei grandi media internazionali, quasi che la sofferenza di un Paese periferico non meritasse attenzione né analisi.

Il braccio di ferro tra governo e movimenti sociali è durato settimane, in un clima già segnato da polarizzazione politica profonda e sfiducia diffusa verso le istituzioni, finché l'esecutivo ha aperto un tavolo di dialogo con la COB e altri attori sociali, cercando una via d'uscita che evitasse il collasso del Paese. L'esito è stato il ritiro del decreto 5503 e l'annuncio di un nuovo provvedimento (il decreto 5516) che modifica parzialmente l'impianto della riforma, nel tentativo di contenere la spesa pubblica per i sussidi senza scaricare tutto il peso sui più poveri: si prevede un sistema differenziato, con prezzi calmierati per trasporto pubblico e piccoli produttori, e prezzi più alti per consumi privati e commerciali. L'accordo ha permesso di sospendere sciopero e blocchi, ma molte organizzazioni popolari restano diffidenti e vigilanti: la crisi fiscale non è risolta, il costo della vita continua a crescere, le riserve di dollari sono ancora in affanno e nessuno può escludere nuove esplosioni di rabbia sociale nei prossimi mesi, quando gli effetti concreti del nuovo decreto si faranno sentire nelle tasche delle famiglie. In più, il Paese è diviso anche politicamente: la frattura interna al MAS (il partito dell’ex presidente Evo Morales) e il conflitto tra diverse correnti sindacali e territoriali rendono difficile costruire consenso attorno a qualsiasi soluzione, mentre l'opposizione di destra spinge per riforme ancora più drastiche.

Quello che accade in Bolivia non è solo "un fatto di cronaca estera" da relegare in fondo alle pagine dei giornali. È uno specchio scomodo che ci mostra quanto siano fragili le vite costruite sul filo della povertà, e quanto velocemente una decisione di politica economica possa mettere in discussione la dignità di chi vive del proprio lavoro e della propria terra. In questo conflitto non ci sono solo numeri di bilancio e grafici astratti, ma volti concreti: famiglie urbane che non riescono più a comprare il cibo di sempre, contadini che non trovano carburante per raggiungere i mercati dove vendere i loro prodotti, giovani che vedono chiudersi ancora una volta le porte del futuro in un Paese che sembra non avere più speranza da offrire. Come credenti, non possiamo permettere che queste periferie del mondo scivolino nel silenzio dell'indifferenza. Siamo, invece, interpellati come cittadini europei consapevoli: le scelte di politica economica imposte da organismi internazionali, le dinamiche globali dei mercati energetici, il debito estero che strangola i bilanci pubblici dei Paesi più poveri sono questioni che toccano direttamente le relazioni tra Nord e Sud del mondo, e che meritano un'attenzione che vada oltre l'indifferenza e il pregiudizio.