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Qual è il mistero del Mediterraneo, tanto misterioso da indurre molti a escludere che esista davvero uno spazio mediterraneo? Basta chiudere gli occhi: tutti vedremmo che da nord le più alte catene montuose arrivano alle piane che si stendono nel Mediterraneo. Da sud invece è il deserto che arriva a tuffarsi nel mare. A ovest infine c’è l’Oceano a impedire che il Mediterraneo cessi di essere mare e diventi lago. È serrato tra elementi che chiudono, come i monti e il deserto, ma è il bacino di un mare e il mare è aperto. Chissà se l’unicità della sua conformazione, questo stendersi tra vette altissime e deserti interminabili, crei le condizioni per le quali solo intorno a questo mare in tutto il mondo possa crescere l’ulivo. Un solo mare, così aperto da essere lo stesso per diverse civiltà, produce in esclusiva quello che è diventato simbolo universale di pace. Ma un simbolo non basta. Il Mediterraneo ci dice che solo l’apertura e quindi l’incontro portano alla pace? A me sembra di sì, ma i più dubitano che il Mediterraneo come spazio esista. Per loro Mare Nostrum significa “Mare mio”, non di tutte le sue civiltà, unite nella diversità, come il mondo. Dunque questo spazio mediterraneo esiste?
Se facessimo un periplo mediterraneo scopriremmo facilmente che chi è nato qui, per esempio in Sicilia, facilmente si sente più a casa in Grecia, o in Libano, che a Milano. Ricordo mia nonna che viveva in un piccolo centro del Napoletano, la domenica quando andava a Messa sembrava una musulmana. In lei però quell’abito non aveva un valore di rivendicazione identitaria, di esistenza o sussistenza in vita con la sua civiltà spesso negata, e così, in vecchiaia, lo ha lasciato. Rimanendo però figlia della sua cultura, tanto che in chiesa ci andava comunque con il capo coperto, sebbene con abiti nuovi. Cultura? Cultura, più semplice se in pace che negata. E invece l’unico ambito in cui si riconosce l’esistenza di una realtà mediterranea è la cucina: la cucina mediterranea nessuno nega che esista, non usa burro o besciamelle come quella francese influenzata dall’Europa centrale di cui è largamente parte. Ma se venisse lasciato a sé stesso, lo spazio mediterraneo si stringerebbe intorno alle coste. Invece dovrebbe prosperare, allargandosi. Non è facile: oceano, montagne e deserti rendono la spinta centripeta molto forte. Così ci si chiude, si respira poco e male, non si scambia, mentre il mare è il luogo degli scambi per eccellenza.
Ecco allora che il Mediterraneo è il luogo teologico dell’oggi, perché ci dice che chi si chiude non sta bene, sta male. Morirebbe l’Europa se al Mediterraneo voltasse le spalle, pensando che sia un’espressione geografica, come sarebbe stata l’Italia per Metternich. Morirebbe l’Africa, che senza Mediterraneo perderebbe il suo vicino naturale. Il luogo teologico è una sfida: o il Mediterraneo si prosciuga o deve allargarsi come scambio influente e influenzato, senza snaturarsi. Una delle principali prospettive la dà uno dei più antichi patriarcati cristiani esistenti, quello di Antiochia. È il titolare di cruciali terrori ex imperiali d’Oriente. Ma quell’impero si chiamava Impero dei Romani d’Oriente, non Impero Romano d’Oriente. Dunque è uno ma plurale, come lo spazio mediterraneo. Questa offerta di Antiochia consente di vedere la realtà mediterranea orientale giungere fino in Iraq, comprendendo questo Stato, per il quale Antiochia ha competenza, oltre al Libano e alla Siria, che mediterranee già lo sono di nascita. Questo patriarcato ha giurisdizione sui territori tra Costantinopoli e Gerusalemme. È evidente che Beirut, oggi distrutta ma grazie a Dio ancora loquace, in questa prospettiva di unità plurale dovrebbe essere il traino di questo fianco orientale che dal porto iracheno di Bassora, sul Golfo Persico, porta fino al Mare Nostrum.
Così il bacino del Mediterraneo collegherebbe due dei mari più importanti al mondo. In quali forme starebbe a loro deciderlo, ma soprattutto starebbe ai cristiani di lì proporlo. Antiochia parla del presente di un Mediterraneo orientale flagellato da stragismi e devastazioni intollerabili. Risorgere vuol dire unire e collegare, superando le gabbie.