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Se il Mediterraneo ne ha benedetto la nascita, le migrazioni ne hanno forgiato l’essenza. La nostra civiltà ha da sempre fatto i conti con traffici e spostamenti di persone. Nulla di nuovo dunque avviene oggi dove in migliaia, da diversi Paesi, raggiungono le coste europee. E anche se porta con sé un cambiamento, la pluralità identitaria e religiosa va affrontata e non temuta.
È il pensiero di Stefano Allievi, professore di Sociologia all’Università di Padova, ma anche giornalista, scrittore e divulgatore che non disdegna di veicolare le sue tesi con musica e spettacoli dal vivo. Tra i massimi esperti di immigrazione e del rapporto tra le fedi, lo studioso ci aiuta a capire cosa è diventato oggi il Mediterraneo. Uno straordinario luogo di diffusione, di innovazione, di meticciato, di commerci e di attraversamenti di persone. Quella che è cambiata non è tanto la sua essenza, ma la nostra idea che persino un confine liquido come quello del mare venga percepito come se, forse, dovesse essere un muro. Senza ricordarsi di sottolineare che la parola confine, «cum finis», vuol dire «la fine che ho in comune con l’altro», non «che mi separa».
Il 12 giugno è entrato in vigore in Italia il nuovo patto Ue per l’asilo. Un ulteriore restringimento delle frontiere?
Vorrei parlare di mutuo interesse. Quello che sta accadendo con il nuovo patto e che accadrà è un passo indietro gigantesco nell’idea di Europa che abbiamo e che avevano i padri fondatori, perché va a toccare un nodo fondamentale che è tra l’altro sancito dai trattati internazionali e dagli accordi: il diritto d’asilo. C’è l’idea che i muri chiudono fuori senza ricordarsi che i muri chiudono anche dentro. Tutte le volte che qualcuno per primo alza un muro, lo si è visto bene con i tassi di Trump, poi viene emulato da altri e il risultato è che tutti stanno più scomodi.
I dati del ministero dell’Interno (13.042 persone nei primi sei mesi del 2026) indicano una diminuzione degli irregolari nel nostro Paese. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere funzionano?
Dal punto di vista pratico è un passo indietro gigantesco, soprattutto in termini valoriali. Una scelta, tra l’altro, che risulta essere oltretutto non conveniente. Le politiche di esternalizzazione sono costosissime. Se noi studiassimo le esperienze di pseudo blocco navale dell’Australia, scopriremmo che sono stati spesi centinaia di migliaia di dollari l’anno per persona; con la stessa cifra li faremmo laureare alla Business School di Harvard. L’accordo tra Italia e Albania è stato un esempio classico con giustificazioni risibili; come se per abbreviare le liste d’attesa nella sanità noi costruissimo un nuovo ospedale, ma invece che farlo in Italia lo spostassimo a Tirana, portando dal nostro Paese sia i malati che i medici. L’esternalizzazione della gestione dei migranti è una prospettiva politica che non porta da nessuna parte.
Consigli per l’immigrazione regolare?
Bisogna gestire i flussi in accordo con i Paesi di partenza e di transito. Noi accogliamo i migranti, l’altro Paese ci aiuta a trattenere gli irregolari, mentre riprende quelli che commettono reati. L’Italia nel dopoguerra applicava questa politica: negli anni Cinquanta e Sessanta firmavamo accordi con il Belgio e la Germania. Magari oggi servirebbero accordi fatti direttamente dall’Unione europea. La seconda cosa è ripensare il rapporto tra richiedenti asilo e migranti. I secondi non li vogliamo accogliere, ma la Banca d’Italia dice che abbiamo bisogno di migranti economici. È una banale questione economica, dovuta sia alla crisi demografica sia al fatto che gli italiani non fanno più determinati lavori.
Le religioni monoteiste sono in conflitto?
Non c’è nessun conflitto, anzi le iniziative di incontro oggi sono superiori al passato. Quanto sento dire che l’islam è incompatibile con democrazia e le libertà penso che anche la Chiesa abbia collaborato, in alcuni periodi storici, con regimi non propriamente democratici. Eppure nessuno direbbe mai che il cristianesimo è incompatibile con la democrazia. Oggi abbiamo Paesi cristiani, animisti, musulmani o buddisti che sono democrazie e altri che sono totalitarismi. La stessa teoria di Samuel P. Huntington, secondo cui le religioni monoteiste generano più conflitti, non ha senso. Ci sono fenomeni di scontro pesante che vengono provocati da alcuni gruppi, ma non è la regola. Un terrorista dell’Isis fa più vittime tra i musulmani che non tra i cristiani. I conflitti non sono tra civiltà, ma all’interno delle civiltà.
Cosa significa oggi società “plurale”?
Viviamo in un mondo iperconnesso e mobile. La conseguenza di questo fenomeno è la pluralità: di modelli culturali, pratiche sociali, possibilità di scelta. Eppure affrontiamo ancora la migrazione come emergenza in cui l’immigrato, specialmente l’africano nero, è il nuovo volto del capro espiatorio. In parte, il problema nasce dalla retorica dei diversi fronti politici che parlano senza ascoltare l’altro e soprattutto agiscono senza conoscere la storia. In realtà, siamo sempre stati plurali: leggiamo e vediamo film non solo italiani, mangiamo cibo di varie parti del mondo. Non possiamo essere liberisti quando parliamo della nostra mobilità e protezionisti quando guardiamo a quella degli altri. Eppure ci vuole poco per capire quanto il movimento da altri Paesi sia economicamente utile per l’Italia.
