Il 21 marzo 2026 Torino ospiterà la XXXI Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. È una data che, anno dopo anno, ha imparato a parlare al Paese con un linguaggio semplice e insieme esigente: ricordare non basta, perché la memoria – se resta confinata alla commemorazione – rischia di diventare un gesto che consola ma non cambia. Questa giornata nasce proprio per evitare quel rischio, per trasformare il ricordo in responsabilità condivisa e in azione concreta. È un appuntamento che mette al centro i nomi e le storie di donne, uomini, bambine e bambini uccisi dalla violenza mafiosa, ma soprattutto mette al centro ciò che quei nomi chiedono ancora oggi: verità, giustizia, coerenza, e una società capace di non voltarsi dall’altra parte.
Torino non è soltanto una città simbolica, è una scelta che parla dell’Italia intera. Dire “mafie” non significa più – ammesso che lo sia mai stato – raccontare un fenomeno confinato in un’area geografica. Le mafie sono un sistema di potere che si adatta, si sposta, studia i contesti, investe dove ci sono margini, si radica dove trova convenienza. Al Nord, spesso, non cerca lo scontro frontale: preferisce l’invisibilità, l’apparente normalità, la mimetizzazione dentro l’economia legale. È il volto della mafia che non ha bisogno di sparare per comandare, perché sa comprare silenzi, aprire porte, infilarsi nelle pieghe di procedure complesse e approfittare della fretta, delle scorciatoie, del “si è sempre fatto così”. È qui che la corruzione diventa un ponte: tra interessi privati e decisioni pubbliche, tra potere e impunità, tra legalità formale e illegalità sostanziale. Ed è per questo che parlare di antimafia oggi significa parlare di qualità della democrazia, di trasparenza, di diritti e di opportunità: perché quando una comunità è fragile, quando la fiducia si rompe, quando il futuro appare chiuso, lo spazio per la predazione criminale si allarga.
Lo slogan scelto per questa edizione – “Fame di verità e giustizia” – racconta bene il punto. Fame non come slogan aggressivo o astratto, ma come immagine concreta di un bisogno che non può essere rimandato. C’è fame di verità perché troppe storie del nostro Paese sono state segnate da silenzi, depistaggi, complicità, zone d’ombra. E senza verità non si ricostruisce fiducia: le istituzioni diventano lontane, la giustizia appare selettiva, la partecipazione si spegne. Ma c’è anche fame di giustizia perché il terreno su cui le mafie prosperano è spesso fatto di ingiustizie quotidiane, di diseguaglianze che si allargano, di precarietà che diventa destino, di solitudini sociali. La mafia non arriva solo dove ci sono soldi da investire: arriva dove può diventare “risposta” – falsa e interessata – a bisogni reali. Offre lavoro in nero quando il lavoro manca, offre credito quando nessuno lo concede, offre protezione quando lo Stato appare distante. E ogni “aiuto” è un cappio. Per questo, la giustizia di cui si parla non è solo quella che punisce, ma anche quella che previene: una giustizia sociale che riduce le disuguaglianze, rafforza i servizi, difende i diritti, costruisce alternative.
C’è un simbolo che accompagna questa giornata e che aiuta a capire il senso dell’impegno: la formica. Un animale piccolo, testardo, capace di fare molto solo perché fa parte di un “noi”. La formica porta con sé un’idea preziosa: non si vive davvero se si pensa soltanto a sé stessi. Esiste un nutrimento personale, certo, ma esiste anche un nutrimento collettivo, la capacità di portare risorse dentro la comunità, di condividere, di mettere in circolo energie e competenze. È un’immagine che ribalta la logica del cinismo e dell’indifferenza. Se le mafie si rafforzano dove le persone sono isolate, la risposta più forte è la costruzione di legami: reti sociali, presidi civici, alleanze tra scuole, associazioni, istituzioni, imprese sane, università, quartieri. In altre parole, una società che si prende cura di sé stessa.
È anche una giornata che richiama il valore dell’educazione come infrastruttura democratica. Non basta indignarsi: bisogna capire, riconoscere i meccanismi, leggere la complessità. Educare alla legalità non significa distribuire buoni sentimenti, ma fornire strumenti per decifrare la realtà: capire come funziona l’economia, come si formano le decisioni pubbliche, come si manifestano le infiltrazioni, come la corruzione altera la concorrenza e produce ingiustizia, come l’illegalità ambientale ferisce la salute e la sicurezza, come l’azzardo può diventare una trappola che indebolisce famiglie e territori. Educare significa anche dare spazio al protagonismo, perché la cittadinanza attiva non è un gesto eroico: è un’abitudine che si coltiva, un modo di stare nel mondo.
In questo percorso, un ruolo particolare è giocato dalla trasformazione dei beni confiscati alle mafie. Ogni bene sottratto è una sconfitta del potere criminale, ma diventa davvero una vittoria solo quando viene restituito alla collettività con un uso sociale, trasparente, generativo. Un edificio che riapre come spazio culturale, un terreno che diventa cooperativa agricola, un appartamento che accoglie un progetto per persone fragili, un capannone che ospita lavoro pulito: sono tutti modi di dire che la mafia non è inevitabile e che la comunità sa riprendersi ciò che le è stato rubato. Ma perché questa trasformazione accada serve continuità, sostegno, progettazione, responsabilità politica e civile. Serve anche la pazienza di chi costruisce: perché le scorciatoie sono la lingua madre della corruzione, mentre la legalità richiede tempo, regole, controlli, partecipazione.
Accanto a questo, torna con forza il tema dell’azzardo. Non è solo una questione individuale, di scelte personali: è un fenomeno sociale ed economico che muove cifre enormi e che spesso cresce proprio nei luoghi dove le persone sentono meno possibilità. L’azzardo si nutre di fragilità, promette una vincita miracolosa, normalizza la perdita, può trasformarsi rapidamente in dipendenza e indebitamento. E dove c’è indebitamento, dove c’è disperazione, dove c’è bisogno di soldi immediati, l’usura e le reti criminali trovano un varco. Anche qui la risposta non può essere moralistica: deve essere culturale, educativa, regolatoria, comunitaria. Deve prevedere prevenzione, sostegno alle famiglie, servizi, attenzione ai quartieri, politiche che non facciano finta di non vedere.
C’è poi l’ambiente, una frontiera su cui le mafie e i sistemi illegali hanno imparato a fare profitti enormi. Traffici di rifiuti, abusi edilizi, sfruttamento di cave e territori, inquinamento, frodi: l’illegalità ambientale non è un crimine “minore”, perché produce malattie, rende insicuri i luoghi, peggiora la qualità della vita, distrugge risorse comuni. E spesso è invisibile finché non diventa emergenza. Difendere l’ambiente, allora, significa difendere diritti fondamentali e impedire che il territorio diventi merce nelle mani di pochi. Anche qui, la cura collettiva è la risposta più forte: monitorare, denunciare, informarsi, pretendere controlli e trasparenza, sostenere chi si oppone agli interessi criminali.
In tutto questo, la parola “giustizia” torna come filo rosso, ma non solo nella sua dimensione penale. C’è giustizia quando si garantiscono diritti nei luoghi più fragili, quando non si accetta che esistano spazi di non-diritto, quando si guarda alle condizioni di vita di chi è recluso o trattenuto, quando si difende la dignità delle persone anche nei contesti più difficili. Una società che abbandona pezzi di umanità, che considera alcune vite sacrificabili, che tollera sofferenze sistemiche, è una società più debole e più esposta: perché la disumanizzazione è sempre una porta aperta all’abuso di potere. E le mafie, da sempre, prosperano dove la dignità è negoziabile.
La Giornata del 21 marzo non è quindi un evento isolato, ma un invito a stare dentro una storia comune. È il giorno in cui la memoria diventa pubblica e condivisa, in cui i nomi diventano voce collettiva, in cui il dolore delle famiglie non viene lasciato solo. Ma è anche il giorno in cui ci si guarda negli occhi e ci si chiede: cosa facciamo, davvero, dopo? Quali scelte sosteniamo, quali pratiche alimentiamo, quali responsabilità ci assumiamo nei luoghi che abitiamo? Perché il contrasto alle mafie non è un compito delegabile. Certo, servono istituzioni forti, magistratura e forze dell’ordine, leggi e controlli, politiche chiare. Ma serve anche una società che non si rassegni, che non normalizzi l’illegalità, che non scambi il favore per diritto, che non si abitui alla scorrettezza come “furbizia”. Serve una cultura della cura e della responsabilità, capace di dire no alle scorciatoie e sì alla partecipazione.
Ecco perché la scelta di ritrovarsi non è secondaria.
In un tempo in cui tutto spinge all’isolamento – schermi, paure, sfiducia, stanchezza – la piazza è un gesto controcorrente. È il luogo in cui il “noi” prende forma, in cui le differenze non scompaiono ma si mettono in cammino insieme, in cui la memoria non resta privata ma diventa impegno collettivo. Il 21 marzo 2026 Torino sarà questo: una città che per un giorno si fa voce, e che prova a trasformare una domanda di verità e giustizia in energia condivisa. Perché la memoria, se è viva, non finisce con un applauso: comincia quando ci si rialza e si decide di fare la propria parte. E allora l’invito è a esserci, a non mancare, a portare corpo e parola, ad attraversare insieme quel giorno come un impegno che dura tutto l’anno: ritroviamoci in piazza.
