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Quando la terra si ribella all’abbandono

La responsabilità umana davanti al grido dei territori. L’urgenza di custodire il creato per ritrovare il senso della nostra casa comune.
12/03/2026 di Francesco Savino

Le immagini che negli scorsi giorni sono arrivate dai Laghi di Sibari, nel territorio di Cassano all’Jonio, raccontano una ferita profonda: case invase dall’acqua, famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, attività economiche paralizzate, campi devastati. Scene che purtroppo non sono isolate. Solo poche settimane fa eventi simili hanno colpito Niscemi, in Sicilia, e prima ancora altri territori della nostra Italia.

Ogni volta siamo portati a parlare di emergenza, di calamità, di tragedie improvvise. Eppure, se vogliamo essere onesti fino in fondo, dobbiamo riconoscere che non sempre si tratta soltanto di eventi imprevedibili. Spesso queste situazioni rivelano qualcosa di più profondo: la fragilità dei nostri territori, l’insufficienza delle politiche di prevenzione ambientale e una diffusa incapacità di prenderci cura della terra che abitiamo.

La verità è che oggi siamo davanti a un cambiamento epocale. I cambiamenti climatici non sono più una teoria o una questione lontana: stanno già modificando il volto dei territori, rendendo più frequenti e più intensi eventi meteorologici estremi. Ma questi eventi diventano tragedie soprattutto quando incontrano territori fragili, abbandonati o mal gestiti.
È qui che emerge un nodo decisivo: il legame tra crisi ambientale, marginalità sociale ed economica e mancanza di cura del territorio.

Le aree che più spesso subiscono le conseguenze di alluvioni, frane o smottamenti sono anche quelle segnate da fragilità sociali ed economiche. Penso alle periferie urbane, ai piccoli centri dell’entroterra, alle zone rurali che negli anni hanno conosciuto spopolamento, carenza di servizi e isolamento.
Quando un territorio viene lasciato ai margini, quando non si investe nella manutenzione del suolo, nella tutela dei fiumi, nella prevenzione del dissesto idrogeologico, non si colpisce soltanto l’ambiente: si colpiscono le persone che lì vivono, spesso le più fragili.

La crisi ecologica e la crisi sociale sono profondamente intrecciate. Non si possono affrontare separatamente. Quando manca la cura della terra, inevitabilmente si indebolisce anche il tessuto umano e comunitario.
Di fronte a queste tragedie, ritorna spesso una narrazione antica: quella della “natura matrigna”, della natura che improvvisamente si ribella all’uomo.
Questa lettura, tuttavia, rischia di essere comoda e consolatoria, perché sposta altrove le responsabilità. In realtà, occorre riconoscere che molte delle vulnerabilità territoriali non sono il prodotto di una fatalità, ma l’esito di processi sociali, economici e politici stratificati nel tempo: consumo di suolo, urbanizzazione priva di una visione integrata, marginalizzazione delle aree interne, indebolimento della manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua, ritardi strutturali nelle politiche di prevenzione.
Non possiamo continuare a considerare l’ambiente come una realtà esterna a noi, come qualcosa che semplicemente subiamo. Noi apparteniamo a questa casa comune prima ancora di abitarla. E quando essa mostra le crepe del suo dolore, dobbiamo avere il coraggio di chiederci se siamo stati custodi fedeli o ospiti irresponsabili.

C’è poi una questione culturale che riguarda il modo in cui affrontiamo queste situazioni. Spesso la nostra attenzione si accende solo quando accade la tragedia. In quei momenti si mobilitano solidarietà, soccorsi, interventi straordinari.
Ed è giusto che sia così. In queste ore voglio ancora una volta esprimere gratitudine alla Protezione Civile, ai Vigili del Fuoco, alle forze dell’ordine, ai volontari e a tutti coloro che, con dedizione e professionalità, si impegnano per salvare vite e aiutare le comunità colpite.

Ma non possiamo limitarci alla logica dell’emergenza.
Se vogliamo davvero tutelare i territori e le comunità, dobbiamo passare da una cultura della risposta immediata a una cultura della prevenzione strutturale. Questo significa investire seriamente nella cura del territorio, nella manutenzione, nella pianificazione responsabile, nella tutela del suolo.
Significa anche riconoscere che la prevenzione non è una spesa inutile, ma una forma di giustizia verso le generazioni presenti e future.

Una delle domande più urgenti oggi è questa: come far comprendere che la cura della casa comune è una priorità improrogabile.
Non basta evocare la questione ambientale solo nei momenti di crisi. Occorre una vera conversione culturale.
La terra non è semplicemente una risorsa da sfruttare. È uno spazio di vita condivisa, un dono che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a custodire. In questo senso, la cura dell’ambiente non riguarda solo gli specialisti o le istituzioni: riguarda tutti. Riguarda le scelte politiche, certamente, ma anche gli stili di vita, i modelli economici, le abitudini quotidiane. 

Credo profondamente che il punto di ripartenza sia l’educazione.

Abbiamo bisogno di formare nuove generazioni capaci di guardare al territorio con responsabilità e cura. Educare alla cura significa insegnare a riconoscere il valore della terra, dell’acqua, dei paesaggi, delle comunità.
È un compito che coinvolge la scuola, le istituzioni, le associazioni, la Chiesa. In questo senso, realtà diffuse e radicate come l’Azione Cattolica Italiana possono offrire un contributo prezioso nel promuovere una cultura della responsabilità e della partecipazione. Educare alla cura del creato significa anche educare alla cittadinanza, alla corresponsabilità, alla capacità di prendersi carico del bene comune.

Di fronte alle ferite dei territori non possiamo limitarci alla denuncia o alla rassegnazione. Occorre, piuttosto, costruire alleanze tra istituzioni, comunità locali, mondo associativo, realtà ecclesiali.
La politica ha certamente una responsabilità fondamentale nel definire strategie di prevenzione e tutela ambientale. Ma anche le comunità devono riscoprire il senso della corresponsabilità.
La cura del territorio non è soltanto una questione tecnica: è una scelta etica e culturale. Guardando alle famiglie colpite dalle alluvioni, alle persone che hanno perso beni, sicurezza, serenità, il primo sentimento che nasce è la vicinanza. La sofferenza di queste realtà ferite interpella tutti noi. E tuttavia, proprio in queste situazioni emerge anche la forza silenziosa della solidarietà: volontari, soccorritori, cittadini che si aiutano reciprocamente, comunità che si stringono attorno a chi è più colpito.

Da qui dobbiamo ripartire.
La cura della casa comune non è soltanto una questione ambientale o tecnica: è un cammino umano, sociale e spirituale. È la scelta di riconoscerci parte di una stessa terra e di uno stesso destino. Solo così ciò che oggi appare smarrito potrà diventare un appello condiviso alla responsabilità e un nuovo principio di speranza.


mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana